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Più che un semplice reperto d’archivio, «Feebles, Fables and Ferns» assume il valore di una riflessione sul dialogo musicale inteso come pratica di conoscenza reciproca. Goodrick e Hersch non cercano di occupare lo spazio sonoro, preferiscono abitarlo con discrezione, intelligenza e senso della misura.

// di Francesco Cataldo Verrina //

Mick Goodrick e Fred Hersch appartengono a quella ristretta cerchia di musicisti il cui lascito si misura non soltanto attraverso la produzione discografica, ma mediante l’influenza esercitata sulle generazioni successive. «Feebles, Fables and Ferns», pubblicato da ECM nel 2026 ma inciso nell’agosto del 1988 nello studio newyorkese dello stesso Hersch, restituisce finalmente alla storia del jazz una testimonianza rimasta per decenni ai margini della circolazione pubblica. Il valore del documento non risiede unicamente nella rarità dell’incontro, quanto nella qualità di un dialogo che rivela due personalità artistiche già pienamente formate e sorprendentemente complementari.

L’ascolto suggerisce immediatamente come il centro gravitazionale dell’album non coincida con il virtuosismo personale. Goodrick e Hersch fissano invece il punto nevralgico dell’attenzione nell’implementazione condivisa del discorso musicale, facendo leva su una pratica dell’ascolto reciproco che richiama la migliore tradizione cameristica. La dimensione del duo consente infatti di osservare con estrema nitidezza le modalità attraverso cui ciascun interprete organizza il materiale armonico, distribuisce le densità sonore e plasma il fraseggio. Ogni intervento appare concepito come risposta, completamento o deviazione rispetto all’idea precedente, secondo una logica strutturale propedeutica alla continuità del pensiero rispetto all’affermazione individuale. Fred Hersch, riflettendo oggi su quella registrazione, sottolinea il livello di interazione raggiunto durante la sessione. Tale osservazione trova conferma lungo l’intera sessione, nella quale pianoforte e chitarra sembrano condividere un medesimo respiro formale. La scrittura implicita dell’improvvisazione assume così una funzione quasi contrappuntistica, con linee che si avvicinano, si allontanano, si sovrappongono e si ridefiniscono costantemente senza mai compromettere l’equilibrio complessivo. Mick Goodrick conferisce al progetto un interesse ulteriore. Figura appartata e lontana da qualsiasi strategia di autocelebrazione, il chitarrista statunitense ha costruito la propria autorevolezza soprattutto nel campo della pedagogia e della riflessione sul linguaggio improvvisativo. La sua discografia relativamente contenuta accresce il peso specifico di ogni registrazione disponibile. In questo contesto emergono con particolare evidenza le qualità che musicisti come Pat Metheny, John Scofield, Lionel Loueke, Wolfgang Muthspiel e Julian Lage hanno riconosciuto nel suo lavoro. Goodrick possiede una straordinaria capacità di suggerire percorsi armonici inattesi senza rinunciare alla chiarezza del procedimento, facendo affiorare soluzioni che sembrano nascere spontaneamente dal flusso musicale e che tuttavia mettono in luce una conoscenza profondissima delle relazioni intervallari.

La title-track, già apparsa nell’acclamato «In Pas(s)ing» del 1978, acquista qui una fisionomia differente. L’organico ridotto elimina qualsiasi elemento accessorio e porta in primo piano la raffinata organizzazione molecolare del materiale tematico. Le linee sviluppate dai due interpreti si alimentano reciprocamente, generando un continuo processo di mutazione dove il confine tra accompagnamento e intervento solistico perde progressivamente significato. Ancora più rivelatrice appare «Heartsong», una delle pagine più compiute del catalogo herschiano. La composizione poggia su una tessitura armonica di notevole ricchezza, in cui il tema circola con naturalezza tra pianoforte e chitarra. Hersch dimostra già in questa registrazione una sensibilità peculiare nella gestione delle risonanze e delle estensioni accordali, mentre Goodrick risponde mediante una dizione strumentale essenziale e lucidissima. Il risultato rimanda, per rigore e misura, a certe pratiche della musica da camera del secondo Novecento, laddove la complessità non coincide con l’accumulo, ma con la qualità delle relazioni interne. Particolarmente significativo risulta anche l’approccio agli standard e alle composizioni di Steve Swallow: «Falling Grace», «Amazing», «Out Of Nowhere» e «Soul Eyes» vengono sottratte a qualsiasi tentazione repertoriale. I due musicisti preferiscono scandagliare il materiale dall’interno, evidenziandone le possibilità latenti e le ambiguità armoniche. Ne deriva una trasslazione che non ricerca l’effetto della rilettura radicale, quanto una progressiva ridefinizione delle prospettive percettive. Le improvvisazioni raccolte sotto il titolo «Five Excursions» rappresentano probabilmente il laboratorio più scoperto dell’intero progetto. Qui la forma nasce in tempo reale, sostenuta da una fiducia assoluta nell’attitudine all’ascolto reciproco. L’interesse non risiede tanto nell’imprevedibilità degli eventi quanto nella loro coerenza estetica. Ciascun episodio sviluppa una propria identità senza rinunciare a un ordine interno riconoscibile, dimostrando quanto entrambi gli interpreti concepissero l’improvvisazione come atto compositivo e non come semplice successione di intuizioni estemporanee.

L’estetica sonora della registrazione contribuisce in maniera decisiva al fascino dell’album. L’assenza di artifici produttivi, la naturalezza della ripresa e la presenza discreta dell’ambiente acustico collocano l’ascoltatore in una posizione di prossimità quasi fisica rispetto agli strumenti. Tale caratteristica richiama alcuni principi che hanno storicamente definito le regole d’ingaggio dell’ECM, pur conservando una dimensione più privata e raccolta rispetto a molte produzioni dell’etichetta. L’uscita di «Feebles, Fables and Ferns» consente inoltre di osservare sotto una luce differente il percorso artistico di Fred Hersch. Dopo «The Song Is You» con Enrico Rava, «Silent, Listening» e «The Surrounding Green», questo recupero storico mostra come molti aspetti della sua attuale poetica fossero già chiaramente riconoscibili alla fine degli anni Ottanta. La predilezione per la continuità melodica, l’attenzione alle risonanze armoniche, la cura della forma e la ricerca di un equilibrio costante tra scrittura e improvvisazione trovano qui una formulazione sorprendentemente matura. Più che un semplice reperto d’archivio, «Feebles, Fables and Ferns» assume dunque il valore di una riflessione sul dialogo musicale inteso come pratica di conoscenza reciproca. Goodrick e Hersch non cercano di occupare lo spazio sonoro, preferiscono abitarlo con discrezione, intelligenza e senso della misura. Proprio in questa rinuncia a qualsiasi protagonismo risiede la grandezza di un album che restituisce all’ascolto contemporaneo una delle conversazioni più eleganti e musicalmente eloquenti emerse dal jazz statunitense degli ultimi decenni.

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