Geometrie della memoria in «Universal Truth» di Emmet Cohen: la trasfigurazione del canone afroamericano (Mack Avenue Records, 2026)

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L’intero lavoro conferma dunque Emmet Cohen come una figura di rara lucidità nel jazz contemporaneo, capace di tenere insieme competenza storica, inventiva pianistica e una visione non museale della tradizione afroamericana, restituita come materia ancora interrogabile, ancora in grado di generare ulteriori traiettorie di senso.

// di Francesco Cataldo Verrina //

L’uscita ufficiale di «Universal Truth» è fissata al 30 maggio per Mack Avenue Records, mentre per l’ascolto in anteprima devo ringraziare la Jazz Journalists Association americana, alla quale sono iscritto. Una circostanza che mi consente di affrontare il lavoro di Emmet Cohen con un margine privilegiato di osservazione critica, ancora libero dalle stratificazioni promozionali e dalle inevitabili semplificazioni del lancio discografico.

Emmet Cohen affronta «Universal Truth» come un musicista che abbia ormai assimilato la grammatica del jazz storico fino al punto da poterne ridefinire le prospettive interne senza indulgere nel citazionismo ornamentale. L’operazione concepita per il centenario di Miles Davis e John Coltrane non indulge infatti nella commemorazione museale, né ricerca quell’atteggiamento elegiaco che spesso impoverisce i progetti tributari contemporanei. Il pianista statunitense preferisce misurarsi con una materia ancora viva, irrequieta, aperta, trattando il repertorio come un organismo dinamico sul quale intervenire mediante una riflessione armonica e narrativa di forte consapevolezza storica. La scelta di «Well You Needn’t» come primo singolo estratto dal disco chiarisce immediatamente la direzione dell’intero lavoro. Cohen evita la monumentalizzazione di Monk e lavora piuttosto sulla mobilità interna della composizione, facendo emergere l’irregolarità geometrica del tema con un fraseggio nervoso, mobile, lucidissimo nell’articolazione ritmica. Ron Carter non svolge una semplice funzione di sostegno, giacché il suo contrabbasso organizza lo spazio sonoro secondo una linea elastica e obliqua che modifica costantemente la percezione metrica del brano. Jeremy Pelt, dal canto suo, innesta un lessico post-boppistico di straordinaria lucidità timbrica, evitando ogni saturazione muscolare e privilegiando invece una dizione strumentale tesa, asciutta, quasi aforistica. Joe Farnsworth distribuisce gli accenti con una precisione architettonica che rimanda alla grande scuola hard bop, pur lasciando filtrare una concezione più mobile della pulsazione.

L’intero album sembra nascere da questa dialettica fra memoria e ridefinizione linguistica. Cohen non tratta Davis e Coltrane come figure monumentali da contemplare, quanto piuttosto come centri irradianti di possibilità ancora attive. Una simile impostazione richiama certe riflessioni sviluppate in ambito estetico da Édouard Glissant sul concetto di relazione culturale, secondo cui «la tradizione non sopravvive mediante la conservazione immobile, bensì grazie a una continua rigenerazione del linguaggio». «Universal Truth» procede precisamente in questa direzione, facendo convivere il rigore formale della tradizione afroamericana e una disposizione narrativa sensibilmente contemporanea. La presenza di George Coleman e Ron Carter in «My Funny Valentine» assume inevitabilmente un valore storico, sebbene Cohen eviti accuratamente di trasformare quell’incontro in un feticcio memoriale. Sessant’anni dopo la registrazione alla Philharmonic Hall del Lincoln Center, quei musicisti riemergono dentro un contesto differente, segnato da un’altra temperatura espressiva e da una diversa concezione dello spazio improvvisativo. Coleman conserva una pronuncia tenorile di impressionante lucidità lineare, con un controllo dell’emissione che continua a far affiorare la lezione di Sonny Rollins e del primo Coltrane senza mai ridursi a derivazione manieristica. Carter, invece, agisce quasi come un regolatore invisibile della forma, modificando la gravità armonica del trio mediante minime alterazioni dell’accentazione e della durata. Anche «Budo» evita qualunque irrigidimento filologico. Cohen e il suo trio stabile, completato da Yasushi Nakamura e Joe Farnsworth, riducono l’ornamentazione al minimo indispensabile, lasciando emergere il profilo angolare della composizione mediante una scansione tersa, nervosa, ricca di sottrazioni. L’influenza di Bud Powell non viene sottolineata con deferenza accademica, quanto assimilata all’interno di un fraseggio che mostra una chiara consapevolezza della successiva rivoluzione coltraniana. In tal senso il pianista dimostra una padronanza storica non comune, poiché individua le linee sotterranee che connettono il bebop più rigoroso alle espansioni modali degli anni Sessanta.

«Gingerbread Boy» permette invece a Jeremy Pelt di sviluppare un andamento fraseologico più espansivo, sostenuto da un assetto ritmico estremamente reattivo. Il centenario di Jimmy Heath si inserisce così nel tessuto complessivo del progetto senza apparire come una semplice annotazione collaterale. Cohen comprende perfettamente quanto Heath rappresenti un anello decisivo nella continuità del jazz moderno, soprattutto per quella scrittura capace di fondere cantabilità blues, articolazione hard bop e raffinatezza armonica. Il vertice del disco coincide tuttavia con la suite «Universal Truth», tripartita in «Eternal Glimpse», «Compassion» e «Universal Truth». Qui Cohen amplia sensibilmente il respiro formale del progetto e lascia emergere la componente più introspettiva del proprio linguaggio. Lontano dalle convenzioni della jazz suite spettacolare, il pianista costruisce una progressione narrativa che si regge su cellule motiviche minime, gradualmente trasfigurate mediante variazioni ritmiche, slittamenti modali e sovrapposizioni intervallari. L’organizzazione molecolare della materia sonora richiama per certi aspetti certe pagine del secondo George Russell, pur mantenendo un radicamento melodico più marcato. La dichiarazione dello stesso Cohen illumina con chiarezza la matrice spirituale dell’opera e merita d’essere riportata integralmente: «In tutte le mie ricerche su John Coltrane», afferma Cohen, «una frase mi ha sempre colpito: Universal Truth. Quando Trane parlava della sua arte e della sua vocazione, il suo intento era sempre quello di cercare quella verità universale. Io la interpreto come il suo rapporto con una forza superiore, la sua idea di Dio, la connessione con la fonte che unisce ogni essere vivente». Queste parole aiutano a comprendere come Cohen non insegua la spiritualità coltraniana nella sua superficie iconografica, quanto piuttosto nella disciplina interiore che la sosteneva. La suite sviluppa infatti una tensione contemplativa priva di enfasi retorica, sostenuta da un controllo estremamente raffinato delle dinamiche e delle densità armoniche.

La conclusione affidata a «Blue Trane» restituisce infine una dimensione collettiva e quasi orchestrale al progetto. George Coleman e Tivon Pennicott costruiscono un dialogo tenorile di grande intensità, evitando la tradizionale contrapposizione fra vecchia e nuova generazione. Cohen orchestra le rispettive personalità dentro una trama espressiva coerente, nella quale ogni intervento modifica la temperatura emotiva dell’insieme. Jeremy Pelt agisce come elemento di connessione timbrica, mentre la sezione ritmica mantiene costantemente aperta la possibilità dello scarto improvviso. L’intero lavoro conferma dunque Emmet Cohen come una figura di rara lucidità nel jazz contemporaneo, capace di tenere insieme competenza storica, inventiva pianistica e una visione non museale della tradizione afroamericana, restituita come materia ancora interrogabile, ancora in grado di generare ulteriori traiettorie di senso.

NOTE: Emmet Cohen viene riconosciuto come uno dei principali pianisti jazz della sua generazione e una figura determinante nell’evoluzione del linguaggio contemporaneo. Musicista virtuoso, produttore e bandleader, unisce un forte radicamento nella tradizione a un’abilità unica nel creare connessione e comunità. Ha pubblicato dodici album come leader ed è l’ideatore di Live From Emmet’s Place, serie di oltre 140 livestream da due ore ciascuno, con centinaia di musicisti di generazioni diverse e più di 100 milioni di visualizzazioni nel mondo. Cavallo di razza della scuderia Mack Avenue, ha suonato in oltre quaranta Paesi, nonché conduttore di The Jazz Cruise e membro del team di programmazione. Emmet è stato scelto come Artistic Partner degli American Piano Awards 2027, nominato Pianista dell’Anno nel DownBeat Readers Poll 2025 e, nel 2023, Pianista dell’Anno e Produttore dell’Anno per i livestream dalla Jazz Journalists Association.

Emmet Cohen by Kevin Alexander

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