«Paramount Quartet» di Joe Lovano: l’arte della combustione controllata e la grammatica dell’ascolto reciproco (ECM, 2026)

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Il sassofonista, in questa fase della propria traiettoria artistica, sembra aver raggiunto una condizione rara. La sua musica non ricerca più conferme identitarie, e nemmeno avanguardie programmatiche. Preferisce invece sostare in una zona di continua ridefinizione, dove esperienza, rischio, memoria e intuizione convivano senza gerarchie apparenti.

// di Francesco Cataldo Verrina //

Joe Lovano giunge a «Paramount Quartet» con l’autorevolezza di chi non ha più necessità di dimostrare alcunché, eppure continua a interrogare il proprio linguaggio con una curiosità quasi giovanile. Proprio tale disposizione interiore conferisce al progetto una vitalità rara, lontana tanto dall’autocompiacimento quanto dalla celebrazione retrospettiva. L’incontro con Julian Lage, Asante Santi Debriano e Will Calhoun non nasce infatti da una semplice convergenza professionale, ma da una forma di riconoscimento reciproco che affiora immediatamente nell’economia sonora del disco. Ogni intervento strumentale lascia percepire una fiducia condivisa, una reciprocità dell’ascolto che non necessita di sovrastrutture spettacolari per affermarsi.

Il sassofonista dispone la materia improvvisativa secondo una visione ampia, dove il lessico post-bop, la mobilità modale, le cadenze aperte e una certa sensibilità cameristica convivono senza attriti. Nulla appare irrigidito entro formule idiomatiche prevedibili. La scrittura, pur accuratamente pensata, evita qualsiasi monumentalità programmatica e preferisce lasciare spazio a una mobilità organica delle forme. Proprio qui si avverte la presenza di Manfred Eicher, la cui produzione favorisce una resa acustica tersa, quasi architettonica, incline a valorizzare la respirazione interna dell’ensemble senza saturarne le dinamiche. «First Song» di Charlie Haden assume un ruolo rivelatore. Lovano non affronta la composizione come standard da repertorio, quanto piuttosto come luogo mnemonico e affettivo. Il fraseggio del tenore procede con una dizione strumentale misurata, priva di sentimentalismi ridondanti, sostenuta da un telaio armonico che Lage illumina mediante voicing rarefatti e risonanze oblique. Debriano evita qualsiasi funzione meramente fondativa, preferendo disseminare cellule mobili che insinuano continui slittamenti percettivi, mentre Calhoun lavora sul dettaglio dinamico con sensibilità quasi coloristica. La composizione acquista così una qualità contemplativa che rimanda, per rigore e sospensione del tempo musicale, ad alcune pagine tarde di Paul Bley o alle rarefazioni di Jimmy Giuffre, piuttosto che al lirismo più immediatamente associato alla tradizione West Coast. I componimenti originali di Lovano rivelano con maggiore evidenza la natura del progetto. «Amsterdam» sviluppa un impianto rubato nel quale gli unisoni non perseguono precisione ornamentale, ma una sorta di elasticità respiratoria condivisa. Lage e Lovano sembrano modulare il fraseggio come due calligrafi che lavorino sul medesimo tratto senza sovrapporsi del tutto. La composizione si regge su microscopici scarti ritmici, e proprio tali imperfezioni controllate generano vitalità formale.

«Fanfare For Unity» sposta invece il baricentro verso una propulsione più dichiaratamente fisica. Calhoun, forte di un’esperienza maturata anche fuori dall’orizzonte jazzistico, evita il tradizionale drumming di sostegno e preferisce distribuire impulsi poliritmici che destabilizzano continuamente il centro metrico. La sua presenza modifica radicalmente l’assetto dell’ensemble. Non si limita a sostenere la pulsazione, ma la frammenta, la rilancia e la ricompone in tempo reale. Debriano assorbe tale energia mediante linee elastiche, fortemente mobili, mentre Lage dissemina cluster intervallari e figure spezzate che sottraggono ogni prevedibilità all’andamento armonico. L’interazione fra il sassofonista e Julian Lage costituisce uno degli aspetti più rilevanti dell’intero lavoro. Lage possiede una rara capacità di articolare il fraseggio chitarristico secondo una sintassi che assimila swing, country-blues, modernismo cameristico e persino certe obliquità care alla scuola di Jimmy Raney senza mai esibire citazionismo. I suoi assoli non cercano climax dimostrativi. Preferiscono invece sviluppare traiettorie interne, procedendo per addensamenti progressivi, deviazioni laterali e modulazioni del colore sonoro. Quando accompagna Lovano, la chitarra non funge da semplice supporto armonico. Ogni accordo lascia intravedere direzioni possibili, insinuando aperture che il sassofonista raccoglie con lucidità impressionante. Particolarmente significativa risulta «The Great Outdoors», dove il quartetto elabora una costruzione modulare che alterna scrittura dettagliata e improvvisazione libera con ammirevole naturalezza. Il sassofonista dimostra una concezione compositiva di notevole maturità. Le sezioni annotate non irrigidiscono l’insieme, piuttosto funzionano come membrane elastiche capaci di orientare il flusso estemporaneo senza limitarlo. Affiora una sensibilità quasi cinematografica nella gestione dello spazio musicale, come se ciascun episodio emergesse da un lento mutamento di luce piuttosto che da una semplice successione tematica. Alcune soluzioni armoniche fanno venire in mente la scrittura mobile di Andrew Hill, mentre certe aperture intervallari della chitarra richiamano indirettamente la pittura astratta di Cy Twombly, soprattutto nella capacità di lasciare tracce incomplete, linee sospese e margini irrisolti.

«The Call» riduce drasticamente la temperatura espressiva e conduce il quartetto verso una dimensione quasi cameristica. Lovano utilizza il silenzio come elemento strutturale. Le pause non interrompono il fluire musicale, piuttosto ne determinano la respirazione interna. Calhoun lavora per sottrazione, distribuendo leggere increspature percussive che ricordano talvolta certe superfici ritmiche di Paul Motian, mentre Debriano mantiene un profilo acustico volutamente poroso, mai completamente definito. Lage interviene con discrezione assoluta, lasciando che le armonie si dissolvano lentamente nello spazio. L’impiego alternato di tenore, soprano e tarogato amplia ulteriormente la tavolozza espressiva del progetto. Lovano non utilizza gli strumenti come semplici variazioni di registro, quanto piuttosto come differenti modalità percettive. Il tarogato, in particolare, introduce una velatura acustica dal carattere quasi liturgico, una qualità del suono che pare provenire da tradizioni popolari arcaiche e da paesaggi dell’Europa orientale filtrati però tramite una sensibilità improvvisativa contemporanea. Tale scelta sottrae il quartetto a qualsiasi classificazione troppo lineare. «Lady Day» di Wayne Shorter riceve una lettura di straordinaria finezza. Il sassofonista evita ogni enfasi elegiaca e preferisce lasciar emergere le ambiguità armoniche della composizione. Lage lavora sul margine interno degli accordi, suggerendo movimenti obliqui che amplificano il carattere enigmatico del tema. Debriano e Calhoun non accompagnano semplicemente il materiale melodico, ma lo interrogano costantemente, facendo affiorare possibilità ritmiche implicite. L’intera esecuzione lascia percepire quanto profondamente Lovano abbia assimilato la lezione shorteriana, non imitandone la superficie linguistica, quanto piuttosto il principio generativo, quell’idea di composizione aperta dove forma e improvvisazione rimangano reciprocamente permeabili.

Registrato ai La Buissonne Studios, nel Sud della Francia, «Paramount Quartet» possiede una qualità sonora di notevole trasparenza. Ogni strumento occupa uno spazio preciso senza mai perdere contatto con il respiro collettivo dell’ensemble. Proprio tale equilibrio consente di cogliere le minime variazioni dinamiche, le inflessioni del fraseggio e le sottili trasformazioni armoniche che attraversano l’intero lavoro. Il sassofonista, giunto a questa fase della propria traiettoria artistica, sembra aver raggiunto una condizione rara. La sua musica non ricerca più conferme identitarie, e nemmeno avanguardie programmatiche. Preferisce invece sostare in una zona di continua ridefinizione, dove esperienza, rischio, memoria e intuizione convivano senza gerarchie apparenti. «Paramount Quartet» nasce precisamente da tale condizione creativa, e proprio per questo lascia affiorare una libertà espressiva tanto rigorosa quanto imprevedibile.

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