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Fu Lester Young a soprannominare Billie Holiday Lady Day per il suo carisma e l’incedere regale da aristocratica, nonostante le sue umili origini. La cantante ricambiò coniando il termine Prez, da presidente, per il sassofonista.

// di Marcello Marinelli //

«Lester Swings», il doppio album della Verve registrato tra il 1945 e il 1951; «Mean To Me», un altro doppio album sempre della Verve tra il 1954 e il 1955; Lester Young in Washington, D.C. 1956 vol. 1, vol. 2 e vol. 4 e «In Memoriam», Metro Records del 1959. Imbeccato da un amico che mi ha fatto conoscere il sito Vinted, coinvolto in un vortice di vendita privata di vinili, accalappiato da un prezzo stracciato che ho dovuto ‘rammendare’ di 8 vinili di Lester Young, ho deciso che avrei fatto una full immersion del celebre sassofonista. Della serie: rammendo e rammento. Il caso mi ha fatto incontrare questi vinili e mi lascio sedurre dalla voglia di approfondimento e di retrospettiva. Faccio un salto indietro nel tempo e mi colloco negli anni ’40 e ’50.

Ripercorro le tappe del sassofonista e non posso non ripensare anche a Billie Holiday, immergendomi a ritroso nella vita musicale del sassofonista. La loro proficua collaborazione iniziò nel 1937 e finì fattivamente nel 1941; poi il grande gelo che durò praticamente per tutta la vita. La loro fu un’unione spirituale: erano due anime gemelle legate da un sottile filo emotivo. Non ci fu mai una relazione sentimentale esclusiva; erano due amici o, meglio, come fratello e sorella. Per chi non crede nell’amicizia tra un uomo e una donna, ecco un esempio di come una relazione possa funzionare senza sesso: non è impossibile. Il loro sodalizio musicale e spirituale produsse numerosi capolavori. Fu Lester Young a soprannominare Billie Holiday Lady Day per il suo carisma e l’incedere regale da aristocratica, nonostante le sue umili origini. La cantante ricambiò coniando il termine Prez, da presidente, per il sassofonista. In quegli anni era Roosevelt il presidente degli Stati Uniti, l’uomo più potente del mondo, e la cantante lo nobilitò con un originale Prez al posto di un abusato King per suggellare l’importanza del sassofonista in quegli anni come musicista più grande del mondo. Prez in luogo di Pres per dargli quel tocco di slang con la pronuncia un po’ strascicata, come quella del sassofonista. C’era stato un Duca, un Conte, un Re ma prima di Lester Young e dopo, nessun Pres, anzi Prez.

A proposito di King, nell’album «Lester Swings», nella facciata A e nei primi due brani della facciata B — quella che raccoglie i brani più vecchi di questi dischi — è presente Nat ‘King’ Cole al piano insieme a Buddy Rich alla batteria. La particolarità di quella sessione è che era in trio senza contrabbasso; non fu l’unica per Lester Young, ma sicuramente la più famosa. Non mi risultano altre formazioni in trio sax, piano e batteria cronologicamente antecedenti al trio di Lester Young: una novità assoluta per i tempi. Ritornando a Billie Holiday, i motivi della loro rottura furono legati alle loro vite travagliate segnate dall’abuso di sostanze: l’eroina per quanto riguarda la cantante e l’alcol per il sassofonista. Probabilmente fu l’inizio dell’uso dell’eroina da parte della cantante il detonatore, con tutti gli annessi e connessi. Lester Young era assolutamente contrario all’eroina, ne aveva orrore, ma questo non gli impedì di ingurgitare ettolitri di gin; la dipendenza dall’eroina e la frequentazione con uomini di cui non condivideva la visione della vita della cantante sancirono la loro rottura. A questi motivi si aggiunse anche la terribile esperienza del sassofonista nella vita militare. Bullismo, razzismo e clima da caserma per niente congeniale al temperamento del sassofonista: ne uscì praticamente distrutto emotivamente.

Negli anni successivi al 1941 si videro in rare occasioni, soprattutto nelle serate organizzate da Norman Granz; in alcune situazioni divisero il palco ma, secondo la cronaca, pare non abbiano più parlato tra loro. Un altro incontro fugace fu al Newport Festival Jazz nel luglio del 1954. Un altro incontro silenzioso fu durante un concerto del sassofonista in un club del New Jersey, il ‘Red Hill Inn’. La cantante rimase ad ascoltarlo e il sassofonista dialogò con lei solo con la musica: non ci fu bisogno e necessità di parlare, forse si erano già detti tutto. L’incontro che rimase negli annali della storia del jazz, immortalato dalle immagini, fu quello che racchiude un pezzo di storia del genere: la trasmissione televisiva The Sound of Jazz per la CBS, di cui Robert Herridge fu il produttore e Nat Hentoff e Whitney Balliett i consulenti. Quella trasmissione è una vera e propria chicca per tutti quelli che amano questa musica e le immagini, a distanza di tempo — l’anno era il 1957 — conservano intatte le emozioni. Fu una carrellata di musicisti illustri, ma l’emozione principe fu l’esibizione, nello stesso gruppo, di Billie Holiday e Lester Young in «Fine and Mellow». Nel backstage i due non si parlarono. Nonostante nel gruppo ci fossero musicisti del calibro di Coleman Hawkins, Gerry Mulligan, Ben Webster, Roy Eldridge e Vic Dickenson che si esibirono in un assolo, quando fu il turno di Lester Young, visti i pregressi e rivedendo quelle immagini, la fitta allo stomaco aumenta di intensità. Mentre la telecamera indugia sul viso di una bellezza senza tempo di Billie Holiday, Lester Young suona alla sua maniera, in un modo che oggi potremmo definire Chill; la musica va a posarsi sulle pieghe misteriose della magia che esprime e la mia sensibilità fa fatica a trattenere una lacrima in libera uscita. Uno dei documenti video più belli di sempre.

Il loro ultimo incontro, questa volta parlato, fu il 24 gennaio del 1959 al Birdland. Il sassofonista passava tutte le sue giornate tra il bancone del bar del celebre locale e l’Hotel Algonquin proprio lì di fronte. Nonostante avesse una moglie e due figli nel Queens, il sassofonista, vuoi per l’alcolismo e la depressione ad esso associati, viveva nella completa solitudine. Quando non suonava si affacciava dalla finestra della sua camera d’albergo e vedeva le persone che uscivano ed entravano dal locale. Una sera la cantante entrò nel locale e vide il sassofonista seduto nel bancone con il suo solito bicchiere di Gin in mano. Vide un uomo distrutto nel fisico e nel morale: era praticamente la sua immagine allo specchio, perché anche la cantante era devastata dalla sua dipendenza e da problemi legali. Chi era presente all’incontro lo descrisse di una tristezza spaventosa. Alla vista del sassofonista ridotto in quello stato la cantante si mise a piangere, ma ebbe la forza di avvicinarsi e di chiedergli di tornare a incidere un disco solo loro due come ai vecchi tempi. Il sassofonista sorrise e nessuno sa con certezza quello che sussurrò all’orecchio della cantante, ma i testimoni dell’evento concordano nel fatto che il clima, per quanto tristissimo, era disteso. Lester Young rassicurò la cantante sulle sue condizioni di salute e si lasciarono con un bacio sulla guancia: fu il loro ultimo incontro.

Pochi giorni dopo il sassofonista venne ingaggiato per una serie di concerti al Blue Note di Parigi. Il 2 marzo arrivò nella capitale francese e si esibì tutte le sere con Rene Urtreger al piano, Pierre Michelot al contrabbasso e Kenny Clarke alla batteria. Le condizioni del sassofonista erano precarie, beveva molto e mangiava poco, ma il pubblico parigino incurante di questo ogni sera tributava applausi a scena aperta al sassofonista. Particolare curioso è che in quel periodo al Blue Note si esibiva regolarmente Bud Powell ma per le serate con Lester Young fu scelto il pianista francese Urtreger, perché anche le condizioni di Bud Powell erano precarie e questo fu il motivo per cui fu scelto il pianista francese che garantiva più stabilità. Visto che Lester Young era a Parigi il produttore Eddie Barclay convocò il sassofonista per una registrazione per la sua omonima etichetta Barclay Record. I musicisti in studio furono parzialmente diversi dai concerti dal vivo. C’erano sempre Kenny Clarke e Rene Urtegrer ma in aggiunta George Joyner (Jamil Nasser) al contrabbasso e Jimmy Gourley alla chitarra. Il disco che ho io è intitolato «In Memoriam» anche se originariamente era «Lester Young», poi prodotto e modificato da Norman Granz in America in «Lester Young in Paris» e successivamente da alcuni discografici francesi ribattezzato «Le Derniere Message De Lester Young» (L’ultimo messaggio di Lester Young). Il contratto con il musicista prevedeva una permanenza più lunga nella capitale francese ma le condizioni del sassofonista peggiorarono. Cominciò a vomitare sangue. Gli amici parigini lo pregarono di rimanere in Francia per curarsi ma il sassofonista volle ritornare negli Stati Uniti: probabilmente sentiva che la sua vita stava raggiungendo la fine. Il 14 marzo giunse nella Grande Mela e andò ad alloggiare nel suo hotel preferito della 52° strada, l’Hotel Algonquin di fronte al Birdland. Alle prime ore del 15 marzo si spense definitivamente in totale solitudine: forse non fu un caso, forse lo volle. Billie Holiday andò al funerale; voleva cantare per il suo compagno spirituale di sempre ma la famiglia si oppose e per lei questo rifiuto fu devastante. La cantante disse al critico musicale Leonard Feather che la prossima sarebbe stata lei. Previsione azzeccata perché circa quattro mesi dopo, precisamente il 17 luglio del 1959, morì nel letto del Metropolitan Hospital di New York in circostanze ancora più tristi e tragiche di Lester Young. Fu arrestata mentre era in ospedale in fin di vita e piantonata. Le fu negata qualunque visita e qualunque oggetto personale. Morì anche lei in totale solitudine, in questo caso non scelta: aveva solo 44 anni. Probabilmente l’onta di essere arrestata in ospedale accelerò la sua fine.

Mentre scrivo questo articolo scorrono sui miei piatti Technics gli otto vinili comprati a prezzo stracciato e da rammendare, e godo di questa musica vecchia ma che ancora emoziona: la grandezza della musica che resiste all’usura del tempo. Al mio fianco gli avatar di Lester Young e Billie Holiday creati con l’intelligenza artificiale. Dialogo con loro. Billie Holiday con un pizzico di gelosia mi chiede conto del perché ho citato solo i dischi del suo compagno sassofonista. Lester sogghigna divertito alle sue rimostranze. Io le rispondo che tutto è nato per caso dai vinili di Lester Young comprati a prezzi stracciati che però non sarà lei a rammendare. Aggiungo anche che il suo nome è uscito di riflesso perché non si può pensare a Lester Young senza pensare a Billie Holiday e viceversa. Le prometto anche che scriverò di lei come protagonista indiscussa. Confesso anche a Lester Young che nella sua rivalità con Coleman Hawkins, un po’ come Coppi con Bartali, o De Gasperi con Togliatti, per un periodo preferivo Coleman Hawkins. Lui mi guarda serio, come offeso, poi sprigiona un sorriso smagliante e mi dice che ci poteva stare perché Coleman Hawkins era un maestro. Quello che è certo è che i due anche se non erano amici si stimavano, erano dei veri caposcuola. Poi mi dice scherzando che mi perdonerà per questo sgarbo. Billie ci osserva con quel suo sguardo penetrante e divertito: anche lei mi dice che mi perdonerà per non averla messa sul piedistallo come regina indiscussa. Ci mettiamo a ridere allontanando e riscattando la tristezza della vita nel suo irragionevole manifestarsi. Prima di congedarsi Billie mi fa: «Lo sai cosa ha fatto una volta il mio amico sassofonista in tour? Un gatto si era addormentato sulle sue ginocchia e una volta arrivati a destinazione non è voluto scendere dal bus. Allora io, visto che il mio amico era un’autorità, ho dovuto dire al gestore del club che il Presidente non poteva venire subito perché aveva una questione di stato con un felino». Ci mettiamo a ridere dall’aneddoto divertente e mentre i due miei amici avatar rientrano nel mondo immaginario siamo animati da un’illogica allegria.

Lester Young
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