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// di Gianluca Giorgi //

Kelan Phil Cohran and Legacy, African Skies (2010 ristampa 2025)

Originariamente commissionato dall’Adler Planetarium di Chicago, il disco di Cohran del 1993 ritorna grazie a questa ristampa su Listening Position della Stones Throw Records. La storia delle origini di “African Skies” è molto particolare quasi quanto la musica contenuta. Registrato nel 1993 ma pubblicato solo nel 2010, l’album da allora è stato considerato una pietra miliare tardiva del jazz spirituale, con copie originali che a volte hanno prezzi astronomici. La musica fu originariamente commissionata dal Planetario Adler di Chicago per accompagnare un programma multimediale intitolato African Skies, che presentava fotografie di osservatori africani. Per il polistrumentista Kelan Philip Cohran, la connessione tra Africa, cosmologia e musica non era nulla di nuovo. Ha assorbito, infatti, le lezioni di afrofuturismo alla fine degli anni ’50 e all’inizio degli anni ’60 con la Sun Ra Arkestra, sviluppando in seguito queste idee come leader con l’Artistic Heritage Ensemble e l’Hypnotic Brass Ensemble. Kelan Phil Cohran si muove senza sforzo tra galassie, tra ritmo ancestrale e invenzione moderna. Alla fine degli anni ‘60, quando il free stava iniziando ad avere un grosso impatto nel jazz, Phil Cohran, che in seguito aggiunse il nome Kelan, viveva a Chicago ed era un sideman nella Arkestra di Sun Ra e leader (con Pete Cosey) della The Artistic Heritage Ensemble. Era un autodidatta irrequieto che non è mai rimasto bloccato in un progetto per molto tempo. Nel 1965 fu fra i fondatori dell’Associazione per l’Avanzamento dei Musicisti Creativi (AACM), che lasciò poco dopo la sua fondazione. Dopo l’uscita di due eccellenti album con il suo gruppo Philip Cohran & the Artistic Heritage Ensemble, ha spostato la sua attenzione negli anni ’70 e ’80, studiando la storia della diaspora africana, l’astronomia e varie tradizioni spirituali, progettando e costruendo i propri strumenti, fondando un laboratorio educativo e aprendo un negozio di alimenti naturali e uno spazio per spettacoli. La musica di African Skies sembra enigmatica, a volte psichedelica e va ben oltre i confini del jazz spirituale. Ciò è in parte dovuto alla strumentazione: due bassisti, due arpe, una gamma di strumenti a percussione e lo stesso Cohran alla tromba, alla chitarra, al flauto, al violino, alle percussioni e al francofono, una kalimba elettrica autocostruita, una line-up jazz non molto convenzionale. Altrettanto importante è l’insistenza di Cohran nel mettere in primo piano l’eredità africana del jazz, un principio che modella anche quest’opera. L’ensemble Legacy presentava l’arpista Josefe-Marie Verna (che ha anche contribuito al trombone), il clarinettista/cantante basso Aquilla Sadalla, i bassisti Malik Cohran e Oscar “Bobo” Brown III, con Cohran stesso alla tromba, alla chitarra e all’arpa. Attraverso sette movimenti, dal meditativo “White Nile” all’ipnotizzante e percussivo “Kilimanjaro”, la musica intreccia temi di trascendenza e la grandezza dell’ignoto universale. Cohran dedicò African Skies al suo mentore Sun Ra, morto poche settimane dopo le registrazioni, un’offerta da un viaggiatore celeste ad un altro. Ciò che colpisce immediatamente, del disco, è quanto sia meditativa l’atmosfera senza mai diventare statica. La musica si muove in cicli piuttosto che in linea retta. Ci sono pochissime percussioni convenzionali, eppure tutto sembra ritmico, questo dà all’album un senso di movimento interno, che si basa meno sullo swing o sulla propulsione, ma più sull’orbita. Sembra spirituale nel vero senso della parola. L’album riesce a bilanciare il cosmico e il terreno. Alcuni momenti sembrano andare alla deriva nello spazio, sospesi e senza peso, mentre altri si sentono radicati nella tradizione blues e nell’esperienza vissuta. Il risultato è musica che sembra espansiva senza essere distaccata, jazz spirituale che ricorda da dove viene. C’è un profondo senso di continuità, come se passato, presente e futuro condividessero tutti la stessa stanza. Il limite del del disco è che va ascoltato con attenzione. Edizione superlativa, proveniente dalla registrazione DAT originale, presenta un meticoloso restauro audio di Michael Graves, masterizzato e tagliato da Josh Bonati. Il vinile da 180g arriva in una copertina apribile laminata con foto inedite dalla famiglia Cohran e note originali del programma del Planetario Adler. African Skies è stato suonato con successo all’Adler Planetarium per quattro anni, abbinando filmati astronomici di osservatori di tutta l’Africa con la colonna sonora trascendente di Cohran. Ora, trent’anni dopo, questa ristampa ci permette di comprendere ciò che il jazz può essere quando raggiunge le stelle.

Nicolai Kaas Claesson, Melt (2021)

“Melt” è l’album di debutto del bassista e compositore danese Nicolai Kaas Claesson su Centrifuga Records. Claesson nel disco dimostra una maturità che deriva dalla sua esperienza in formazioni come Horse Orchestra e Dødens Garderobe. Il quartetto di stampo tradizionale e composto da Nicolai Kaas Claesson, contrabbasso, Jeppe Højgaard sassofono alto e clarinetto, Rasmus Kjær Larsen pianoforte e Anders Vestergaard, batteria, ci presenta un jazz intenso ai limiti del free, una musica comunque rilassata, piena di calore e intrisa di un’atmosfera vecchia scuola che crea una nostalgia per l’avanguardia degli anni ‘70. Il disco è un mix di avant-garde, free jazz e improvvisazione che si ispira ai giganti del jazz degli anni ’70 come Ahmad Jamal, il quartetto di Keith Jarrett e Sun Ra. Gran bel ascolto grazie anche all’ottima incisione che dona una presenza quasi live.

Vito Ricci, Rashied Ali, Byard Lancaster, Postones (cassette 1984, ristampa 250 copies ltd ed 2026)

Per la prima volta stampato in vinile “Postones”, una registrazione di Vito Ricci con Rashied Ali e Byard Lancaster, originariamente pubblicato in cassetta nel 1984 dall’etichetta Creation dello stesso Ricci, in pochissime copie. Il disco documenta un periodo storico in cui Ricci nel centro di New York incontra Rashied Ali e Byard Lancaster dando vita ad una musica che si muove fra free jazz e colonne sonore teatrali per balletti. Ricci entrò nella fiorente scena creativa del centro di New York, diffusa tra il Greenwich Village, il Lower East Side e quello che in seguito sarebbe stato chiamato Soho, durante i primi anni ’70, inizialmente suonando percussioni con cantanti folk per poi essere attratto, verso la fine del decennio, da esperimenti elettrici e punk. Già nel 1975 Ricci incrociò la strada con il suo vicino, Rashied Ali: uno dei grandi luminari del free jazz, che era emerso durante gli anni ’60 come batterista all’interno delle band di John Coltrane, Sonny Rollins, Bill Dixon, Paul Bley, Frank Wright, Noah Howard e Alice Coltrane, prima di diventare a pieno titolo leader di una band. Verso la fine degli anni ’70, Ali si è recato al loft di Ricci con il suo amico, il leggendario strumentista Byard Lancaster, musicista di raro talento e visione: che si stava dedicando sempre più all’improvvisazione libera, malgrado fosse in possesso di un profondo senso di lirismo, soul, hook and groove. Proveniente da Filadelfia e formatosi al Berklee College of Music di Boston, Lancaster era tra i sassofonisti più importanti della generazione che si basava sulle prime innovazioni di John Coltrane, avendo suonato tra gli altri con Archie Shepp, Elvin Jones, Sunny Murray, Larry Young, Burton Greene, Marzette Watts, Sun Ra e Khan Jamal. Il primo lato dell’album è ripreso da una splendida registrazione live del 1980 alla St. Mark’s Church, che cattura una performance in duo con Lancaster al flauto, sax e voce e Ricci alla batteria e sintetizzatore. Profondamente lirica, guidata dalle linee tonali trattenute di Lancaster, che flirtano ai confini del free jazz, compensate dai poliritmi scoppiettanti e dalle pulsazioni di synth di Ricci. Il secondo lato è in gran parte dedicato alle collaborazioni in coppia tra Ricci e Ali, create nel contesto della danza dal vivo e della performance teatrale: “Club Scene” e “Powerhouse”, entrambi che accompagnano una performance scritta e diretta da Matthew Maguire al The Public Theater e Stream / Tornado, creato per “Maguire’s Fun City” a La Mama nel 1984. Una forma sorprendente di minimalismo ipnotico basato su percussioni che fa cenno a numerose tradizioni sonore di tutto il mondo, radicate in un dialogo intimo tra i due artisti al lavoro ripresi in tempo reale. Praticamente introvabile da più di 40 anni e sentito solo da pochissimi durante quel periodo, “Postones” è una di quelle rare ristampe che, oltre ai suoni davvero avvincenti che contiene, opera su innumerevoli dimensioni e serve ad aprire l’accesso a mondi precedentemente oscuri. Splendida edizione in vinile, in tiratura limitata a 250 copie, che presenta un package bellissimo con copertina apribile laminata lucida e scritte in oro, con all’interno un ampio libretto. Una delle uscite più importanti del 2026.

The Cosmic Tones Research, All is Sound (2024)

Album di esordio per questo trio di Portland (Oregon) che propone un ottimo disco di “Great Black Music” che va ad inserirsi nel solco tracciato dai grandi del passato. All’interno troviamo le tante tradizioni musicali afroamericane con rimandi ai grandi dello spiritual jazz: la modalità meditativa di Alice Coltrane, l’espansività cosmica dei momenti tranquilli di Sun Ra e l’intensità devozionale di Pharoah Sanders. Il trio è formato dal sassofonista contralto e compositore Roman Norfleet anche al flauto, alle piccole percussioni e alla voce, dal violoncellista e polistrumentista (lap steel, flauto, elettroniche e piccole percussioni), Harlan Silverman e dal pianista Kennedy Verrett che contribuisce anche con vari strumenti a fiato (flauto, digeridoo). Nel disco viene proposta una musica “terapeutica e curativa”, che combina trame ambientali contemplative con jazz spirituale, fatta da delicate melodie e da un’improvvisazione dai tempi lenti, piena di elementi strutturali presi dal Gospel e dal Blues, con molto spazio dato agli intervalli e ai silenzi, con una dinamica insolitamente curata. Il tutto per creare paesaggi sonori pacifici. Un ottimo disco che attualizza lo spiritual jazz del passato attraverso una musicalità riflessiva e senza pretese, che fonde ambient, new age e jazz spirituale, offrendo una fuga necessaria e rilassante dalle turbolenze contemporanee.

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