Eden Inverted Collective con «Atlantidei»: cartografie sonore di un continente immaginato (Caligola Records, 2026)
«Atlantidei» introduce l’Eden Inverted Collective con un tratto sonoro già riconoscibile, sostenuta da un impianto concettuale solido e da una scrittura che valorizza la pluralità dei materiali senza disperderli.
// di Irma Sanders //
«Atlantidei» inaugura il percorso discografico dell’Eden Inverted Collective con un progetto che unisce quattro giovani percussionisti di formazione classica e la voce strumentale di Zoe Pia, impegnata qui con clarinetto, launeddas ed elettronica. La compagine nasce da un’idea che affonda nel dialogo tra arti visive e ricerca musicale, poiché l’album prende forma a partire dalla mostra «Post-Eden» di Luca Zarattini e Denis Riva, autori anche dell’immagine di copertina. Il risultato si posiziona in un territorio in cui la dimensione acustica, la memoria mitica e la riflessione sul rapporto tra umanità e ambiente convergono in un impianto compositivo di notevole coerenza.
La varietà strumentale costituisce il fulcro dell’intero lavoro. Le percussioni, distribuite tra idiomi colti e materiali più arcaici, costruiscono un tessuto sonoro che alterna pulsazioni primarie, superfici rarefatte e geometrie ritmiche di grande precisione. La presenza delle ance di Zoe Pia introduce una linea espressiva che si muove tra colore mediterraneo, ricerca timbrica e una vocalità strumentale capace di modellare il fraseggio con una libertà controllata. La combinazione tra questi due poli genera paesaggi acustici che non cercano l’effetto descrittivo, ma una forma di evocazione strutturata, in cui ogni pagina musicale si dipana come un ambiente autonomo. Il punto di partenza concettuale nasce da una circumnavigazione della costa sud-occidentale della Sardegna, una delle terre emerse più antiche d’Europa, che alcuni studiosi hanno collegato alla tradizione platonica di Atlantide. Questo riferimento non viene trattato come semplice suggestione narrativa, ma quale matrice simbolica che orienta la costruzione dell’album. La figura di Athanasius Kircher, autore del «Mundus Subterraneus» (1665), fornisce un ulteriore livello di lettura: la sua mappa immaginaria dell’isola perduta diventa il dispositivo che suggerisce i titoli delle otto tracce e ne ispira la disposizione interna. Il progetto si colloca così in un orizzonte in cui la geografia reale e quella mitica si sovrappongono, generando un percorso che procede per rimandi, stratificazioni e risonanze culturali.
La sequenza dei brani – «Oceanus», «Atlantidei», «America», «Hispania», «Insula Atlantis», «Atlantis Nesos», «Atlanticus», «Africa» – segue una logica che alterna ricchezza percussiva, spazi più contemplativi e momenti in cui le ance di Pia assumono un ruolo quasi narrativo. La partitura si affida a un equilibrio costante tra organizzazione formale e libertà gestuale, con un uso delle percussioni che non si limita alla funzione ritmica, ma esplora superfici, risonanze e micro-articolazioni. Le launeddas introducono un profilo acustico che rimanda a tradizioni arcaiche, mentre l’elettronica interviene come estensione del respiro sonoro, mai come sovrastruttura. La registrazione presso i Sotto il Mare Recording Studios e la successiva lavorazione a New York contribuiscono a definire un ambiente acustico nitido, in cui ogni dettaglio emerge con chiarezza senza sacrificare la dimensione atmosferica. L’album si presenta come un organismo unitario, costruito con rigore e immaginazione, capace di trasformare un riferimento mitologico in un percorso musicale che interroga il rapporto tra memoria, territorio e invenzione. «Atlantidei» introduce l’Eden Inverted Collective con un tratto sonoro già riconoscibile, sostenuta da un impianto concettuale solido e da una scrittura che valorizza la pluralità dei materiali senza disperderli. L’ascolto rivela un equilibrio raro tra ricerca e immediatezza, tra radici culturali e apertura verso una geografia sonora che si espande oltre il dato reale.

