«Dialoghi» di Marco Bianchi e U.T. Gandhi: l’estetica dell’improvvisazione e il rigore della composizione istantanea (Artesuono Records, 2026)

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Un punto di riferimento imprescindibile per comprendere le evoluzioni del linguaggio improvvisativo odierno. L’album si staglia nel panorama musicale per la coerenza metodologica e la raffinatezza della prassi esecutiva, offrendo una sintesi mirabile tra istinto e ragione

// di Francesco Cataldo Verrina //

La collaborazione fra Marco Bianchi e U.T. Gandhi si cristallizzata in «Dialoghi», quale indagine fenomenologica sul suono, ponendosi all’intersezione tra l’estetica dell’improvvisazione radicale e il rigore formale della composizione istantanea. In questo solco espressivo, il chitarrista e il percussionista non si limitano a una mera giustapposizione di timbri, ma edificano un’architettura sonora fluttuante, dove la dimensione temporale perde la propria linearità per farsi spazialità plastica. L’assetto organico, all’apparenza spoglio e minimale, viene sublimato da un impiego sapiente delle tecnologie digitali e dalla poliedricità strumentale di Bianchi. La sua perizia sul cordofono, declinata nelle varianti elettrica, classica e baritona, consente una stratificazione armonica che evoca scenari onirici e asprezze post-moderne. Il fraseggio dell’artista rigetta il virtuosismo fine a se stesso, privilegiando un’indagine microtonale e una gestione del vuoto che riecheggia i paradigmi del minimalismo continentale. Contestualmente, l’apporto di U.T. Gandhi – all’anagrafe Umberto Trombetti – funge da contrappunto dinamico e pulsazione vitale. La sua batteria non agisce quale semplice metronomo, ma come un organismo multiforme capace di generare tessiture coloristiche attraverso l’impiego di percussioni eterogenee, trasformando il ritmo in un elemento narrativo di rara densità speculativa

«Dialoghi» sancisce l’acme di tale simbiosi intellettuale. All’interno dei singoli segmenti sonori, come nella paradigmatica «Rota», si assiste a una destrutturazione dei canoni jazzistici ortodossi in favore di una libera associazione di istanze musicali. Il titolo dell’album non è casuale: esso suggerisce una dialettica paritaria, un’ecolalia creativa in cui l’enunciato di un solista trova immediata eco e rielaborazione nell’altro. S’instaura così un processo di mutuo soccorso estetico, dove la tensione tra ordine e caos viene mediata da una sensibilità colta, nutrita tanto dalle avanguardie storiche quanto dalle suggestioni della musica colta contemporanea. Particolarmente densa di significati è «Rota», l’omaggio di U.T. Gandhi al genio di Nino Rota. In questo episodio, la musica si fa memoria cinematografica pura, richiamando il neorealismo magico di Fellini, dove la malinconia del circo e l’effimero della vita trovano una sintesi perfetta; si potrebbe pensare anche a una parabola sulla ciclicità che trova una corrispondenza icastica nelle visioni cinematografiche di Béla Tarr, dove la dilatazione temporale e la ripetizione del gesto assumono una valenza sacrale, quasi ritualistica. Il cordofono di Bianchi non procede per accumulazione, ma per sottrazione, evocando le tavole più scarne e metafisiche di un autore come Moebius, il suono si muove in un vuoto pneumatico che non è assenza, ma potenziale infinito, una tabula rasa su cui le percussioni di Gandhi incidono segni grafici di netta derivazione espressionista.

In tale novero, la presenza di «Twin Peaks Theme» non costituisce un semplice omaggio, ma una scelta programmatica che lega il disco all’estetica del perturbante di David Lynch e alla metafisica del suono di Angelo Badalamenti. La chitarra baritona di Bianchi scava nelle frequenze gravi, evocando quella zona liminale tra sogno e veglia che la filosofia del Novecento ha indagato attraverso la psicanalisi. Allo stesso modo, la rivisitazione di «Apache» o delle «Variazioni Su The House Of The Rising Sun» agisce come una destrutturazione del mito pop-rock: il duo spoglia questi capisaldi della loro veste iconografica per restituirne l’essenza melodica. La chiusura affidata ad «Ai Preât La Biele Stele», celebre villotta friulana, riconnette infine il lavoro alla terra e alla tradizione orale, intesa non come reperto museale ma come radice viva, in un dialogo costante tra l’identità locale e l’aspirazione all’universale.

Le sessioni di registrazione presso gli studi «Artesuono» hanno preservato intatta la purezza del gesto esecutivo, restituendo all’ascoltatore una nitidezza acustica che valorizza ogni minima sfumatura dinamica. In brani caratterizzati da atmosfere rarefatte, la spazializzazione del suono diventa protagonista, avvolgendo il fruitore in un abbraccio sinestetico. Non possiamo esimerci dal rilevare come questo lavoro si distacchi dalle produzioni contemporanee per la propria integrità intellettuale; non vi è concessione alcuna al facile ascolto o alle logiche di mercato, bensì un invito alla contemplazione e all’analisi profonda. In sintesi, il sodalizio artistico tra Marco Bianchi e U.T. Gandhi si pone come un punto di riferimento imprescindibile per comprendere le evoluzioni del linguaggio improvvisativo odierno. La loro proposta si staglia nel panorama musicale per la coerenza metodologica e la raffinatezza della prassi esecutiva, offrendo una sintesi mirabile tra istinto e ragione. «Dialoghi» non è soltanto un compendio di tracce sonore, ma un manifesto poetico che rivendica la necessità di un’arte coraggiosa, capace di abitare l’incertezza e di convertire l’astrazione in emozione tangibile.

U.T. Gandhi e Massimo Bianchi

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