«Introspection» del Laerte Iandoli Quartet: il jazz come sintesi tra accademia e fughe urbane (Dodicilune, 2026)

0
iandoli_Ante2

Se il jazz è, per definizione, un dialogo in divenire, Laerte Iandoli ha scelto le parole giuste per iniziare la sua conversazione con il pubblico.

// di Francesco Cataldo Verrina //

In un panorama jazzistico contemporaneo che spesso fatica a trovare un equilibrio tra il rigore accademico e la vitalità della strada, il debutto discografico del pianista irpino Laerte Iandoli si configura come un autoritratto in movimento. Il percorso di Iandoli risulta emblematico: una solida formazione eurodotta sotto il magistero di Aldo Ciccolini e lo studio della musica colta, innestati però su una gioventù nutrita di rock e progressive. Questa stratificazione culturale esplode oggi in «Introspection», un album che, a dispetto del titolo riflessivo, rivela una natura pulsante e variegata. L’eredità dei seminari di Siena Jazz e il riconoscimento della borsa di studio Dennis Irwin non rimangono titoli su un curriculum, ma si traducono in una consapevolezza del linguaggio jazzistico che permette a Iandoli di giocare con la tradizione senza tradirla. Il contributo di Danilo Rea nelle note di copertina suggella proprio questo aspetto: la capacità di un musicista di essere esuberante e rigoroso allo stesso tempo, di pagare tributo alla cultura eurodotta e subito dopo tendere le mani verso il vernacolo afroamericano.

Al fianco di Iandoli troviamo un quartetto in grado di assecondare continui cambi di temperatura e di mood: Giuseppe Capriello ai sassofoni, Lorenzo Paoletta al basso e Antonio Fusco alla batteria. L’interazione tra i quattro non appare mai statica; i musicisti non si limitano ad accompagnare il leader, ma abitano le sue composizioni reagendo alle sfumature ritmiche e timbriche con una reattività che trasforma il materiale scritto in un organismo vivo. Il viaggio sonoro chiarisce subito questa dialettica tra mondi diversi. Con «Red Roses» si apre il sipario e il quartetto entra in un habitat metropolitano: un post-bop venato da linee di febbre fusion dove il pianismo di Iandoli evoca certi fraseggi narrativi alla Chick Corea, giocando su una tensione costante che non trova mai una risoluzione scontata. «Dark Soul» si conforma come una ballata soulful che alimenta un senso di nostalgia, quasi in penombra. «Waltz for Grisù» rallenta il battito portandolo verso un sapore atavico, un valzer lento dove il piano ricama linee trasversali che sanno di antico e moderno insieme. Il rigore della formazione classica del leader emerge con forza in «D.O.C.», una vera e propria fuga urbana a base di funk. È il momento più fusion dell’album, dove la sezione ritmica di Paoletta e Fusco spinge il collettivo verso una spigolosità elettrica e vibrante.

La sorpresa maggiore arriva però con la title track, «Introspection»: qui il titolo gioca di sponda con l’ascoltatore, nascondendo dietro una parola intima un post-bop elegante dove il tributo alla cultura europea si fonde con la libertà dell’improvvisazione, creando una struttura solida e raffinata. Il background progressive di Iandoli trova invece la sua massima espressione in «Memories», una ballata complessa che muta pelle diverse volte: dalle atmosfere brune e rarefatte dell’inizio si passa a segmenti più assertivi e scorrevoli, in un gioco di specchi che riflette perfettamente la natura poliedrica del leader. Il clima cambia drasticamente con «Palindrome», dove il quartetto si immerge in un tratteggio melodico avvolgente, dando vita a una ballata crepuscolare e malinconica di grande impatto emotivo. Il cerchio si chiude con l’alternate take di «Dark Soul», che spoglia il brano delle sue vesti fusion per restituirci una trasposizione cameristica, con il pianoforte in piena evidenza a ribadire la nobiltà di un tocco che sa essere, allo stesso tempo, tecnico e profondamente narrativo. Per chiudere il cerchio su «Introspection», è necessario guardare oltre il lotto di composizioni trattate e riconsiderare il percorso di Laerte Iandoli come un processo di sintesi tra universi apparentemente distanti.

Non è comune trovare un esordio che sappia far convivere la disciplina di un accademico con l’urgenza comunicativa di chi ha masticato il rock e le dinamiche metropolitane. Questo disco non rappresenta solo la carta d’identità di un pianista tecnicamente preparato, ma la prova tecnica di un collettivo che ha trovato un proprio baricentro espressivo: il quartetto si muove con una compattezza che smentisce la natura episodica di molti progetti attuali. In definitiva, «Introspection» ci consegna un leader che sa quando è il momento di guidare e quando il momento di ascoltare, lasciando che il sassofono di Capriello o le intuizioni ritmiche di Paoletta e Fusco portino il racconto altrove. È un album che vive di contrasti. Se il jazz è, per definizione, un dialogo in divenire, Laerte Iandoli ha scelto le parole giuste per iniziare la sua conversazione con il pubblico.

0 Condivisioni

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *