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Gary Bartz

Attraverso la sintesi tra la severità dell’accademia e la verità della strada, l’opera di Gary Bartz continua a riverberare nel tessuto profondo della musica contemporanea, confermandosi non come un capitolo concluso della storiografia jazzistica, ma come una forza dinamica e vitale, capace di nutrire l’evoluzione della cultura afroamericana.

// di Francesco Cataldo Verrina //

La formazione artistica di Gary Bartz affonda le proprie radici nel tessuto culturale di Baltimora, città in cui il giovane sassofonista apprende i rudimenti dello strumento e respira gli umori di un jazz che si avvia a superare le rigidità del bebop ortodosso. Il padre, gestore di un noto locale, The North End Lounge, offre al figlio un osservatorio privilegiato, un retroterra logistico e intellettuale all’interno del quale il giovane musicista assimila i segreti del fraseggio e della pronuncia sassofonistica degli anni Cinquanta. L’ascolto precoce di Charlie Parker imprime una direzione indelebile alla sua ricerca espressiva, orientandone gli sforzi verso l’acquisizione di una tecnica strumentale che non rimanga mero esercizio ginnico, ma si trasformi in uno strumento di indagine formale e poetica. Sulla scorta di queste prime e stimolanti sollecitazioni, l’artista avverte la necessità di disciplinare l’istinto attraverso uno studio sistematico, affrontando un percorso accademico che lo conduce dapprima al prestigioso «Peabody Conservatory» e, in un secondo momento, a New York presso la «Juilliard School».

Il soggiorno nella metropoli newyorkese dilata i confini della sua sensibilità estetica, introducendolo nel cuore pulsante delle avanguardie storiche. La frequentazione delle aule della «Juilliard School» gli assicura una solida preparazione teorica, un rigore costruttivo nella gestione delle geometrie armoniche e una consapevolezza sintattica che si riveleranno decisive nelle successive evoluzioni professionali. Bartz non si accontenta di assimilare le regole della tradizione eurocolta, ma le reinterpreta costantemente alla luce delle istanze libertarie e identitarie che animano la comunità afroamericana di quel periodo storico. Il sua tecnica esecutiva, musicalmente eloquente e sorretto da un controllo impeccabile dell’emissione, mostra già in questa fase embrionale una spiccata propensione per la linearità del disegno melodico, prediligendo lo sviluppo organico di piccoli nuclei motivici rispetto alla sterile esibizione di virtuosismo. L’ingresso ufficiale nei circuiti professionali si compie all’insegna di collaborazioni di assoluto rilievo, tappe fondamentali che ne modellano il tratto espressivo e la logica strutturale. L’inserimento nelle formazioni di Max Roach e di Abbey Lincoln, avvenuto alla metà degli anni Sessanta, rappresenta un battesimo del fuoco che richiede non soltanto una perizia tecnica raffinata, quanto una profonda maturità concettuale, doti che il sassofonista dimostra di possedere in abbondanza. In seno a tali esperienze, egli sviluppa una sensibilità spiccata per il contrappunto drammatico e per la gestione dei pesi acustici, dialogando con la batteria poliritmica di Roach e con la vocalità colta e politicamente impegnata della Lincoln. L’apprendistato sul campo ne affina le capacità di artigiano del suono, preparandolo a quel salto quantico che, di lì a poco, lo vedrà integrarsi nell’universo elettrico di Miles Davis e nelle architetture modali di McCoy Tyner, ambiti nei quali il suo magistero compositivo e la sua inventiva melodica troveranno la definitiva e piena consacrazione.

La collocazione di Gary Bartz all’interno della costellazione sassofonistica afroamericana del secondo dopoguerra risponde a una logica di superamento dialettico dei modelli dominanti, un posizionamento critico che lo vede mediare tra l’eredità geometrica del bebop e le urgenze informali della New Thing. Se la generazione attiva negli anni Quaranta e Cinquanta individua in Charlie Parker il baricentro assoluto della pronuncia e in John Coltrane il propulsore di una rivoluzione armonica radicale, Bartz si colloca in una fessura storica successiva, assimilando la lezione di entrambi per approdare a un’impronta linguistica originale. Sulla scorta di una solida formazione accademica, egli manifesta un’affinità strutturale con Jackie McLean, dal quale eredita quell’asprezza nell’intonazione e quella spinta espressiva quasi lacerante, ma si distanzia da quest’ultimo per una maggiore fluidità nel disegno melodico e per un controllo formale di derivazione eurocolta. Sotto il profilo armonico, l’andamento sintattico di Bartz rifiuta i binari predefiniti delle progressioni per quinte tipiche del bop ortodosso, preferendo muoversi nel solco del modalismo. In questo specifico ambito si rintracciano le maggiori similitudini con colleghi della sua stessa generazione, quali Wayne Shorter e Joe Henderson; eppure, laddove Shorter persegue una scomposizione aforistica della struttura tematica e Henderson predilige un fraseggio frastagliato, ricco di salti intervallici eccentrici, Bartz conserva una cantabilità lirica che risente del blues ancestrale e del gospel. La gestione delle scale pentatoniche e delle strutture doriche non sfocia mai nella pura speculazione matematica, ma si traduce in una narrazione lineare, in un flusso ininterrotto in cui la tensione viene accumulata per mezzo di micro-variazioni ritmiche piuttosto che attraverso l’esasperazione cromatica. La divergenza più netta rispetto ai contemporanei, in special modo nei confronti di esponenti del free jazz radicale come Ornette Coleman o Albert Ayler, risiede nel rifiuto di una totale anarchia formale e nell’ostinato mantenimento di un ordine interno. Bartz manifesta uno spiccato rigore costruttivo, una disciplina che gli impone di non frantumare mai completamente la coerenza formale del componimento; anche nei momenti di massima accensione timbrica, la fisionomia del suo suono preserva un nucleo nitido, una velatura acustica che non scade nel puro «rumorismo». Una peculiare postura estetica che lo spinge, nella prima metà degli anni Settanta, a far dialogare la complessità del jazz modale con le pulsazioni ritmiche del funk e del soul, un’operazione di fusione linguistica che lo differenzia dai puristi dell’hard bop e lo consacra quale raffinato disegnatore di spazi acustici poliritmici, capace di connettere la colta speculazione afroamericana alle radici popolari della Black Music.

L’analisi comparativa tra il fraseggio modale di Gary Bartz e la scuola di pensiero di Wayne Shorter esige un’indagine preliminare sulle rispettive modalità di scomposizione della cellula tematica, poiché entrambi i sassofonisti muovono dalla comune matrice davisiana degli anni Sessanta per approdare a soluzioni sintattiche diametralmente opposte. Shorter affronta lo spazio aperto del modalismo secondo una logica aforistica, quasi filosofica, in cui l’improvvisazione procede per sottrazione e il silenzio assume il valore di una nota strutturale. Il suo disegno melodico si caratterizza per l’inserimento di frasi asimmetriche, salti intervallici eccentrici e improvvisi scarti di registro che disorientano l’ascoltatore, destrutturando la linearità del tempo musicale per privilegiare una narrazione ellittica, misteriosa, in cui l’accordo sottostante viene evocato più per via analogica e allusiva che attraverso l’esplicitazione delle sue componenti armoniche. Al contrario, l’andamento sintattico di Bartz risponde a un principio di continuità narrativa e rigore costruttivo di chiara matrice accademica, dove l’astrazione modale non si traduce mai in frammentazione del discorso, bensì in una densa linearità orizzontale. Laddove Shorter predilige l’uso di scale esotiche o alterate per creare zone di ambiguità tonale, Bartz si basa su una lucida organizzazione molecolare basata sul profondo controllo delle scale pentatoniche e dei modi dorico e misolidio. Il fraseggio si evolve mediante l’articolazione di piccoli nuclei motivici che egli reitera e sposta cromaticamente lungo la tastiera, combinandoli con un uso sistematico degli intervalli di quarta di derivazione coltraniana e tyneriana. Una condotta lineare che non insegue il vuoto o la rarefazione, ma satura lo spazio acustico con un flusso di note geometricamente impeccabile, sorretto da una pronuncia ritmica fortemente accentata che risente della lezione del bebop più ortodosso e dell’urgenza percussiva del blues rurale. La divergenza tecnica si fa ancora più netta se si esamina la gestione della tensione all’interno del coro solistico, specialmente nell’uso del sassofono soprano. Shorter impiega lo strumento più acuto per tracciare linee aeree, fluttuanti, prive di un centro di gravità evidente, che agiscono come un commento astratto rispetto al groove della sezione ritmica. Bartz, invece, preserva sul soprano una fisionomia del suono rotonda e un ordine interno ferreo, affrontando le campiture modali con una precisione intervallica che non concede spazio all’indeterminazione. La tensione, nel codice espressivo di Bartz, viene accumulata non per mezzo di improvvise impennate cromatiche o di lacerazioni timbriche, quanto tramite micro-variazioni ritmiche e spostamenti d’accento applicati a strutture armoniche rigorosamente definite. Un differente approccio che conforma due visioni speculari dell’avanguardia afroamericana: da un lato la poetica shortariana del dubbio e della suggestione estemporanea, dall’altro il magistero di Bartz, teso a riaffermare la coerenza formale e la comunicabilità della Black Music attraverso un controllo supremo della sintassi e della materia sonora.

Gary Bartz / Miles Davis

L’esperienza vissuta da Gary Bartz al fianco di Miles Davis, in particolare durante le storiche sessioni del 1970 culminate nei concerti del «Cellar Door» e documentate nel monumentale «Live-Evil», rappresenta uno dei capitoli più affascinanti per comprendere il comportamento armonico del sassofonista in un contesto saturo di sollecitazioni elettriche. All’interno di quella fucina sonora, il leader impone l’abbandono delle strutture accordali precostituite e la dissoluzione della forma-canzone, esigendo dai solisti una reazione immediata alle mutazioni ritmiche imposte dalla sezione ritmica. Bartz risponde a questa sfida non già abdicando al proprio rigore costruttivo, ma riadattando la propria sapienza modale a un ambiente acustico dominato dalle distorsioni del pedale wah-wah e dalle saturazioni dei tastiere elettriche. In questo contesto, l’andamento sintattico del fraseggio si dipana secondo la prassi del contrappunto dinamico rispetto ai riff ossessivi del basso elettrico di Michael Henderson, muovendosi con agilità sulle ampie campiture armoniche imposte dal leader. Laddove altri sassofonisti avrebbero cercato la via del puro cromatismo o della saturazione sonora, Bartz fa leva su una lucida organizzazione del discorso musicale, isolando piccoli frammenti tematici che espande e contrae per mezzo di uno spiccato senso del ritmo. La sua fisionomia sonora si spoglia in parte delle classiche inflessioni hard bop per sposare una pronuncia più tagliente, una velatura acustica graffiante che gli consente di fendere la robusta cortina armonica generata dai sintetizzatori e dalle percussioni poliritmiche. Il confronto tecnico sull’uso del sassofono soprano rispetto al magistero di John Coltrane illumina un’ulteriore e fondamentale divergenza formale all’interno della medesima tradizione afroamericana. Se Coltrane elegge il soprano a veicolo di un’esplorazione spirituale e geometrica, impiegando stringenti progressioni simmetriche e la celebre tecnica degli sheets of sound per saturare lo spazio acustico, Bartz adotta un approccio differente, orientato verso una trasparenza melodica e una fisionomia del suono meno aspre. La lezione coltraniana viene assimilata nell’uso delle scale pentatoniche e nei fraseggi per quarte, ma l’intonazione di Bartz sul secondo strumento si connota per una rotondità che rimanda quasi alla purezza cameristica, priva di quelle lacerazioni timbriche che caratterizzano le ultime, profetiche pagine del sassofonista di Ambler. Nel solco di questa differente sensibilità, il soprano di Bartz non si prefigge di scardinare l’equilibrio sintattico della composizione, ma cerca di esaltarne la cantabilità ancestrale, legata a doppio filo all’urgenza espressiva del blues e della Black Music. In virtù di questo controllo formale, egli riesce a preservare un ordine procedurale persino nelle improvvisazioni più torrenziali, dimostrandosi abile nel dosare le tensioni e nel ricondurre l’ascoltatore verso un centro di gravità melodico riconoscibile, una caratteristica che lo renderà un punto di riferimento imprescindibile per le successive generazioni di tessitori di trame sonore.

Il distacco dall’orbita elettrica di Miles Davis non rappresenta per Gary Bartz una semplice transizione professionale, ma l’innesco di una radicale presa di posizione politica ed estetica, che si concretizza nella fondazione della NTU Troop. Il musicista avverte l’esigenza di calare le conquiste formali del jazz modale e della New Thing dentro la materia viva della Black Consciousness, traducendo questa urgenza in una musica che rifiuta la pura speculazione accademica per farsi manifesto sociale. In lavori capitali come «Harlem Bush Music: Taifa» o il successivo «Uhuru», l’asse strutturale abbandona definitivamente la vecchia dialettica bop basata sulla sequenza geometrica di tema, assolo e ripresa. La materia sonora si fissa su lunghi e ossessivi pedali armonici, strutture ipnotiche rette dal contrabbasso di Juini Booth e da una fitta stratificazione percussiva. La vera intuizione del sassofonista risiede nel modo in cui fa dialogare il proprio strumento con la voce baritonale di Andy Bey, un canto che non si sovrappone come elemento decorativo, bensì agisce in contrappunto continuo con il tessuto strumentale. Bartz modifica l’andamento sintattico del proprio fraseggio sulla scorta di questa vocalità, spogliando l’alto e il soprano di ogni lirismo flautato e preferendo un’emissione declamatoria, secca e priva di compiacimenti. In pagine musicali come «Celestial Blues», la tensione non viene accumulata tramite la velocità delle scale cromatiche, ma si sviluppa attraverso micro-variazioni ritmiche e una studiata asprezza dell’intonazione, che rievoca la vocalità arcaica dei canti di lavoro e del blues rurale. La seconda metà del decennio impone una sterzata apparentemente traumatica, segnata dal contratto con la Capitol Records e dall’incontro con i fratelli Larry e Fonce Mizell, i geniali architetti del soul-funk urbano di quegli anni. Sebbene la critica purista dell’epoca abbia liquidato album quali «The Shadow Do» o «Music Is My Sanctuary» come un cedimento alle lusinghe commerciali del mercato, un’analisi attenta delle strutture smentisce questa lettura superficiale. Bartz non si adegua passivamente ai canoni della disco o del funk metropolitano, ma compie un’operazione inversa, introducendo una complessità improvvisativa del tutto aliena a quel contesto all’interno di canovacci nati per il ballo. Sopra i tappeti di sintetizzatori e i groove rigidi costruiti dai Mizell, il sassofonista applica sostituzioni armoniche e scale pentatoniche con la medesima spietatezza intellettuale che aveva caratterizzato le sue prove d’avanguardia. Nella celebre title-track di «Music Is My Sanctuary», la cantabilità immediata del ritornello pop viene aggredita e frammentata da un assolo di sassofono alto sghembo, tagliente e ritmicamente instabile. L’andamento melodico flirta con la musica da club, ma l’ordine interno del fraseggio preserva il rigore di un musicista di solida formazione teorica, capace di piegare il materiale più eterogeneo alla propria fisionomia sonora. Questo percorso dimostra come Bartz sia riuscito a preservare una ferrea coerenza formale muovendosi tra due estremi ideologici e sonori, anticipando di fatto la fluidità linguistica che decenni più tardi avrebbe guidato le intuizioni dei produttori hip-hop e della scena acid jazz, i quali riconosceranno in queste tracce degli anni Settanta una miniera inesauribile di intuizioni ritmiche e armoniche.

La pubblicazione di «Another Earth» nel giugno del 1969 per la Milestone Records risponde alla necessità di dare un ordine interno alla libertà espressiva dell’avanguardia afroamericana, ponendo Gary Bartz come anello di congiunzione tra la spinta libertaria della New Thing e la severità geometrica del post-bop. Incisa a New York in un momento storico lacerato dalla scomparsa di John Coltrane, l’opera riflette la ricerca di nuove strutture coesive da parte di una comunità jazzistica sospesa tra misticismo e impegno sociale. La formazione riunita per la sessione riflette questa doppia anima estetica, affiancando al sassofono alto del leader la tromba lirica di Charles Tolliver, il sassofono tenore incendiario di Pharoah Sanders, il pianoforte di McCoy Tyner, il contrabbasso di Reggie Workman e la batteria di Freddie Waits. La presenza di Tyner e Workman garantisce una solidità strutturale assoluta, mentre l’inserimento di Sanders introduce l’elemento magico e lisergico dell’avanguardia più accesa, costantemente bilanciato dal rigore analitico dei fiati. L’intero impianto compositivo è dominato dalla monumentale title-track, una suite di quasi venticinque minuti che occupa la prima facciata del vinile e il cui disegno armonico si sviluppa non attraverso una successione di accordi prestabiliti, ma sulla scorta di ampie campiture modali che si muovono prevalentemente su un pedale di Mi minore, alternato a repentine transizioni verso zone di instabilità tonale. Tyner apre la pagina musicale offrendo il suo tipico supporto accordale costruito per intervalli di quarta, una geometria timbrica che non vincola i solisti ma definisce uno spazio acustico aperto in cui il primo assolo viene affidato a Bartz. Il sassofonista mostra una fisionomia del suono lucida e penetrante, strutturando un andamento sintattico che inizia isolando piccoli nuclei motivici per poi espanderli progressivamente per mezzo di uno sviluppo intervallico coerente. La transizione verso l’intervento di Pharoah Sanders genera il vero cortocircuito estetico del componimento, poiché il tenore aggredisce la struttura armonica con una violenza timbrica ricca di multifonici e sovracuti esasperati, spingendo la composizione verso il rumorismo puro, prima che Bartz riprenda il controllo del disegno musicale nel finale, riconducendo la tensione accumulata dentro un alveo di ordine interno e coerenza formale. La seconda facciata si apre con «Dark Nebula», un episodio sonoro notturno basato su una melodia lirica ma sghemba, dove il sassofono alto di Bartz mette in luce una sensibilità interpretativa tesa e dolorosa, giocando sulla tensione irrisolta tra accordi minori settima e alterazioni cromatiche della quinta, in un clima di equilibrio instabile che la batteria di Freddie Waits asseconda con un drumming astratto e privo di un metronomo rigido. Il tempo si velocizza con la successiva «UFO», in cui la struttura si riavvicina alla logica del bop più evoluto attraverso un tema costruito in un contrappunto serrato tra la tromba di Tolliver e l’alto di Bartz. I due solisti dialogano su una progressione armonica speculare a quella di «Giant Steps» di Coltrane, ma affrontata con una maggiore fluidità lineare che permette a Bartz di sfoggiare un controllo impeccabile dell’emissione, inanellando frasi arricchite da sostituzioni tritonali che s’incastrano perfettamente con le poliritmie del contrabbasso di Workman. L’album si chiude infine con «Lost In The Stars», l’unico standard della sessione firmato da Kurt Weill, in cui l’andamento melodico viene spogliato di ogni retorica Broadwayana per assumere una fisionomia del suono asciutta, quasi cameristica, trasformando l’esposizione del tema in una riflessione sulla solitudine che anticipa, per l’asprezza dell’intonazione e la nudità espressiva, le successive prove solistiche degli anni Settanta.

Gary Bartz

La transizione verso il decennio successivo si compie sotto il segno di una radicalizzazione ideologica ed espressiva che trova il proprio baricentro in «Harlem Bush Music: Taifa», registrato nel novembre del 1970 per la Milestone Records. Questo lavoro sancisce la nascita ufficiale della NTU Troop, una sigla che non identifica un semplice sodalizio professionale, bensì un cenacolo intellettuale orientato alla declinazione dei precetti della Black Consciousness in un codice sonoro alternativo sia alle derive autoreferenziali del free jazz sia alle standardizzazioni dell’industria discografica. In questa sessione Newyorkese, Bartz raduna attorno a sé il trombettista Charles Tolliver, il contrabbassista Juini Booth, il batterista Harold White e il percussionista Nat Bettis, ma l’elemento che ridefinisce l’intero assetto narrativo è l’inserimento della voce baritonale di Andy Bey. La presenza di Bey sposta l’asse della performance dal tradizionale solismo strumentale a una dimensione rituale e comunitaria, legando l’improvvisazione alle radici africane e alla rivendicazione identitaria della comunità di Harlem, in un momento in cui le tensioni sociali degli Stati Uniti richiedono alla musica un preciso ruolo di testimonianza e di militanza culturale. Sotto il profilo strettamente armonico, l’album compie un taglio netto rispetto alle strutture geometriche e alle progressioni accordali complesse sperimentate in «Another Earth». L’andamento sintattico si adegua alla logica dei lunghi pedali modali e delle strutture ipnotiche, riducendo al minimo i cambi di accordo per dilatare lo spazio dell’improvvisazione e favorire la stratificazione ritmica. Nel brano di apertura, «Rise», l’intero impianto poggia su un disegno ostinato del contrabbasso di Juini Booth che fluttua su un unico centro tonale, consentendo al sassofono alto di Bartz di sviluppare un fraseggio che rifiuta la linearità accademica per farsi secco, percussivo e fortemente declamatorio. Lo strumento del leader perde ogni velatura acustica flautata, adottando un’intonazione volutamente aspra che imita le micro-inflessioni e i glissandi della voce umana, muovendosi in un contrappunto serrato con gli interventi vocali di Bey. Questa coordinazione molecolare tra canto e fiato si palesa con vigore anche in pagine musicali come «People Dance», dove le poliritmie di Bettis e White frammentano il tempo lineare in un respiro circolare, obbligando Bartz a una gestione delle scale pentatoniche ridotta all’essenziale, in cui la tensione viene accumulata non per accumulo di note ma attraverso la reiterazione ossessiva di piccoli nuclei melodici. La coerenza formale del disco trova la sua massima espressione in composizioni quali «Du Reich», episodio sonoro in cui la tromba di Tolliver e l’alto di Bartz rinunciano alla classica sequenza di assoli separati per fondersi in un dialogo polifonico collettivo, che aggredisce la stabilità tonale senza mai scivolare nell’anarchia timbrica del rumorismo puro. Ciascun frammento improvvisativo conserva un ordine interno rigoroso, una disciplina appresa nelle aule della Juilliard School che Bartz applica nel dosare i pesi acustici e nel governare la dinamica dell’insieme. L’album si chiude con la traccia omonima, «Taifa», un componimento che sintetizza la fisionomia sonora del periodo, alternando momenti di pura astrazione a groove arcaici che flirtano con il blues rurale e i canti di lavoro della tradizione afroamericana. Attraverso questa totale compenetrazione tra istanza politica e rigore esecutivo, l’artista plasma un’opera transizionale di capitale importanza, un tassello fondamentale che prepara il terreno per le successive immersioni nelle sonorità metropolitane della seconda metà degli anni Settanta.

L’evoluzione del profilo compositivo di Gary Bartz approda a una svolta radicale nel 1977 con la pubblicazione di «Music Is My Sanctuary», un album inciso a Los Angeles per la Capitol Records che ridefinisce i canoni del jazz-funk attraverso una sofisticata geometria timbrica e un uso accorto delle tessiture elettroniche. Un capitolo discografico che segna l’incontro artistico con i fratelli Larry e Fonce Mizell, i geniali produttori e arrangiatori che in quel medesimo scorcio degli anni Settanta stanno rimodellando il suono della Blue Note e della scuderia Motown. Il line-up assemblato per le sessioni riflette fedelmente la fisionomia urbana e metropolitana del progetto, schierando polistrumentisti del calibro di Sigidi Abdullah ai sintetizzatori, Chuck Rainey e Juini Booth al basso elettrico, Howard King alla batteria, e un nutrito corpo di coristi tra cui spiccano Syreeta Wright e lo stesso Fonce Mizell. Sebbene – come già detto – la critica jazzistica più ortodossa dell’epoca abbia liquidato l’operazione come un cedimento commerciale alle lusinghe delle discoteche e della nascente disco-music, un’analisi formale rivela come il sassofonista non abdichi affatto al proprio rigore costruttivo, ma compia l’operazione inversa, inserendo una complessità improvvisativa del tutto aliena a quel contesto all’interno di strutture nate per il ballo. Sotto il profilo armonico e strumentale, l’andamento sintattico del disco abbandona i ruvidi pedali acustici della NTU Troop per sposare le progressioni solari del soul e del rhythm and blues, fondate su accordi di settima maggiore e di undicesima che i sintetizzatori d’epoca, come l’Arp Odyssey e il Fender Rhodes, dilatano in un’aura fonica avvolgente. Nella celebre title-track, «Music Is My Sanctuary», l’intero impianto poggia su un groove rigido e sincopato, guidato dal basso di Rainey, sopra il quale si innesta un ritornello vocale dall’immediata cantabilità pop; eppure, l’esposizione di questo tema viene sistematicamente aggredita e frammentata dagli interventi solistici di Bartz al sassofono alto. Il leader sfoggia un controllo impeccabile dell’emissione e della dinamica, arricchendo il proprio fraseggio con repentine sostituzioni tritonali e l’uso di scale pentatoniche alterate, elementi tecnici che creano un forte attrito rispetto alla quadratura ritmica della sezione e conferiscono al brano una fisionomia del suono sghemba, tagliente e ricca di tensioni interne. La raffinata strutturazione della procedura estemporanea si palesa anche in episodi sonori quali «Carnaval» e «Swing Thing», composizioni in cui il tempo si velocizza e la trama espressiva si fa ancora più stratificata per mezzo del dialogo contrappuntistico tra il sassofono e i fraseggi della chitarra elettrica di David T. Walker. In questi lotti musicali, Bartz dimostra di essere un musicista di solida formazione teorica, tesa a dominare l’ambiente acustico saturato dall’elettronica senza mai perdere la propria identità strumentale; anziché assecondare la linearità dei canovacci commerciali, egli spezza il flusso melodico con improvvisi salti intervallici e fraseggi per quarte di chiara matrice coltraniana. L’album si configura così come un manifesto di resistenza estetica all’interno del mercato major, un’opera transizionale che non tradisce il passato ma ne rielabora i codici formali, seminando quelle intuizioni ritmiche e armoniche che i campionatori della cultura hip-hop e della scena acid jazz avrebbero riscoperto e celebrato nei decenni successivi.

La fine degli anni Ottanta impone a Gary Bartz una profonda riconsiderazione del proprio percorso artistico, culminata nel 1989 con la pubblicazione di «The Red and Green Blues» per la Atlantic Records, un album che sancisce il definitivo ritorno alle sonorità puramente acustiche e alla severità del quartetto jazz tradizionale. Questo capitolo discografico si colloca in un contesto ambientale dominato dal fenomeno dei cosiddetti Young Lions, guidato da Wynton Marsalis che promuove un recupero ortodosso ed enciclopedico del linguaggio bop, spesso rischiando di scivolare nel calligrafismo accademico. Bartz s’inserisce in questo clima non da epigono, ma da maestro storico, offrendo una lettura della tradizione che non è mera nostalgia, ma una ricapitolazione critica e matura di trent’anni di evoluzione strumentale. Per questa sessione newyorkese, il sassofonista si circonda di una sezione ritmica di straordinaria solidità, che vede Mulgrew Miller al pianoforte, Dave Holland al contrabbasso e il fedele Billy Higgins alla batteria, una line-up che assicura un equilibrio sintattico assoluto e una flessibilità dinamica in grado di assecondare ogni scarto improvvisativo del leader. Sotto il profilo analitico e armonico, l’andamento sintattico del disco abbandona le geometrie elettroniche del decennio precedente per riappropriarsi delle strutture formali del blues e degli standard della Broadhurst afroamericana, affrontati tuttavia con una consapevolezza armonica arricchita dalle passate esperienze modali ed elettriche. Nella title-track, «The Red and Green Blues», l’impianto compositivo si sviluppa su una struttura di blues minore che Miller adorna con un comping pianistico raffinato, ricco di accordi alterati e voicings aperti; su questo tappeto, il fraseggio di Bartz mette in mostra una fisionomia del suono parzialmente mutata, caratterizzata da una velatura acustica più calda e rotonda, che conserva però quella caratteristica asprezza nell’intonazione appresa da Jackie McLean. Il disegno melodico del leader non si perde nella sterile velocità esecutiva, ma si articola attraverso uno sviluppo tematico organico, dove le scale pentatoniche si alternano a passaggi cromatici complessi e a repentine sostituzioni armoniche che dilatano i confini della tonalità senza mai scardinarne l’ordine interno. La straordinaria coerenza formale della sessione si palesa anche nella reinterpretazione di pagine musicali storiche, come nel caso di «Whisper Not» di Benny Golson o di «Relativity», episodi sonori in cui il contrabbasso di Dave Holland garantisce una spinta propulsiva e una precisione intervallica che permettono a Bartz e Miller di dialogare in un contrappunto serrato e di altissima scuola. In queste composizioni, il sassofonista dimostra una perizia tecnica raffinata nel governare i registri dello strumento, passando con naturalezza da frasi cantabili e radicate nel blues ancestrale a torrenziali incursioni nel registro sovracuto, sempre assecondato dal drumming astratto e swingante di Billy Higgins. L’album s’impone così come un saggio di maturità interpretativa e un modello di rigore costruttivo, dimostrando come un musicista di solida formazione possa rigenerare i moduli del passato senza restarne prigioniero, ponendo le basi per la definitiva consacrazione che avverrà nei primi anni del nuovo millennio.

La registrazione nel 1992 di «Gary Bartz Juju Masters: Live at the Jazz Showcase», pubblicato poi nel 2001 dalla Enja, rappresenta il compimento ideale di un intero itinerario estetico, un’esibizione dal vivo in cui la memoria storica della Black Music si fonde con l’immediatezza e la contingenza della performance. Questo capitolo si attesta in un habitat di profonda transizione per la cultura afroamericana, un periodo in cui le nuove generazioni del jazz e dell’hip-hop iniziano a riscoprire e a storicizzare il patrimonio spirituale e funk degli anni Settanta, riconoscendo in Bartz uno dei padri nobili di quella rivoluzione. Per celebrare questa definitiva consacrazione sul palco dello storico locale di Chicago, il sassofonista schiera una formazione di assoluto rilievo, ribattezzata per l’occasione Juju Masters, all’interno della quale figurano il pianista Barney McAll, il contrabbassista James King, il batterista Greg Bandy e il percussionista Sayyd Abdul Al-Khabyyr, una line-up capace di garantire una spinta poliritmica tellurica e un equilibrio sintattico in grado di sorreggere le lunghe escursioni solistiche del leader. Sotto il profilo strettamente armonico e strumentale, l’andamento sintattico del concerto non si limita a riproporre i vecchi moduli dell’hard bop acustico, ma compie un’affascinante operazione di retroazione, rileggendo l’esperienza modale e spirituale della NTU Troop con il controllo formale e la disciplina tecnica acquisiti nella maturità. In brani monumentali come la rilettura di «Uncle Bubba» o nell’espansione di «Blues for Itza», l’impianto compositivo si dilata su ampie campiture armoniche dove Bartz, alternandosi tra il sassofono alto e il soprano, fa leva su una lucida articolazione improvvisativoa. La timbrica sul registro alto conserva la storica asprezza nell’intonazione e quella pronuncia secca, quasi declamatoria, mentre al soprano egli predilige un disegno melodico di grande trasparenza e rotondità, che evita le lacerazioni timbriche fini a se stesse per inseguire una cantabilità ancestrale legata a doppio filo al blues e alla coralità dei canti religiosi. La straordinaria coerenza formale della sessione si palesa nel modo in cui i Juju Masters gestiscono le dinamiche acustiche, creando un ambiente sonoro flessibile dove le percussioni di Al-Khabyyr e il drumming serrato di Bandy frammentano il tempo regolare, offrendo a Bartz il supporto ideale per sviluppare fraseggi per quarte e stringenti sostituzioni armoniche. L’album dimostra come il rigore costruttivo appreso nelle aule della Juilliard School e la libertà espressiva sperimentata al fianco di Miles Davis non siano spinte antitetiche, ma elementi complementari di un unico codice espressivo. Attraverso questa prova magistrale, l’artista si riappropria del proprio passato con una consapevolezza sintattica impeccabile, confermandosi non come un monumento statico della tradizione, ma come un instancabile disegnatore di spazi acustici ancora capace di indicare la via per il futuro della musica improvvisata.

L’eredità artistica di Gary Bartz e la sua influenza storica assumono una rilevanza centrale soprattutto se analizzate all’interno della BAM, la Black American Music, codice concettuale e terminologico coniato da Nicholas Payton per restituire alla tradizione musicale afroamericana la propria specificità identitaria, sottraendola alle categorizzazioni e alle etichette imposte dall’industria discografica occidentale. Bartz si posiziona come un precursore e un pilastro di questa prospettiva estetica, avendo avvertito, già all’alba degli anni Settanta, la necessità di abbattere gli steccati artificiali tra le diverse espressioni della creatività nera. Il suo lascito non risiede semplicemente nella maestria tecnica espressa al sassofono, quanto nella formulazione di un modello culturale in cui il jazz, il blues, il funk, il soul e la declamazione poetica non sono generi separati da far dialogare per mezzo di una fusione artificiale, ma emanazioni storiche e spirituali di un unico, ininterrotto flusso espressivo. L’influenza del sassofonista di Baltimora sulle generazioni contemporanee della BAM si evidenzia con straordinaria chiarezza nel lavoro di artisti e produttori che hanno posto la memoria storica al centro della propria ricerca formale. Figure cardine della scena odierna come Kamasi Washington, Robert Glasper, Terrace Martin e i fondatori del collettivo Jazz Is Dead, Adrian Younge e Ali Shaheed Muhammad, riconoscono nel percorso di Bartz una traiettoria metodologica imprescindibile. La collaborazione dello stesso Bartz all’interno della serie discografica di Younge e Muhammad testimonia una continuità generazionale diretta, in cui il suono ruvido, i pedali modali ipnotici e la forte impronta politica della NTU Troop vengono assimilati e rigenerati dalle avanguardie del nuovo millennio. Questo passaggio di consegne evidenzia come Bartz abbia anticipato la prassi del campionamento e della ricontestualizzazione ritmica, offrendo una miniera di intuizioni armoniche che l’hip-hop e l’acid jazz hanno eletto a proprio fondamento strutturale.Sotto il profilo strettamente interpretativo, il lascito di Bartz ha codificato una postura strumentale che rifiuta il tecnicismo fine a se stesso per privilegiare l’urgenza del racconto e la vocalità del suono. I giovani polistrumentisti e compositori che si riconoscono oggi nella BAM mutuano dal suo magistero la capacità di preservare un ordine interno rigoroso e una solida preparazione teorica pur muovendosi all’interno di groove complessi, assecondando la fisicità del ritmo senza mai smarrire la lucidità della condotta lineare. Attraverso la sintesi tra la severità dell’accademia e la verità della strada, l’opera di Gary Bartz continua a riverberare nel tessuto profondo della musica contemporanea, confermandosi non come un capitolo concluso della storiografia jazzistica, ma come una forza dinamica e vitale, capace di nutrire l’evoluzione della cultura afroamericana.

L’impatto dei campionamenti hip-hop estratti dalla discografia di Gary Bartz rappresenta uno degli esempi più nitidi di retroazione estetica all’interno della Black American Music, un fenomeno in cui la tecnologia del campionatore agisce non come mero strumento di saccheggio archivistico, bensì come veicolo di risignificazione storica. I produttori della cosiddetta Golden Age dell’hip-hop, attivi tra la fine degli anni Ottanta e la metà dei Novanta, individuano nei dischi della NTU Troop e nelle successive produzioni con i fratelli Mizell una riserva inesauribile di materiali formali. Questa operazione di prelievo non si limita all’estrazione del classico drum break isolato, ma si concentra sulla cattura di specifiche cellule armoniche, linee di basso ostinate e frammenti timbrici del sassofono, i quali vengono ricontestualizzati per fondare l’ossatura ritmica e melodica di nuove composizioni urbane. Il caso più celebre e musicalmente eloquente di questa transizione formale è rappresentato dal brano «Butter» (1991) dei A Tribe Called Quest, contenuto nel monumentale album «The Low End Theory». Il produttore Ali Shaheed Muhammad costruisce l’intera architettura del pezzo isolando la linea di basso elettrico e la velatura acustica del sassofono da «Gentle Smiles (Saxy)», composizione incisa da Bartz nel 1975 all’interno di «The Shadow Do!». La scomposizione molecolare effettuata dal collettivo del Queens mette in evidenza la straordinaria elasticità ritmica del fraseggio di Bartz: il campionatore rallenta e fissa il flusso originario in un loop ipnotico, dimostrando come le sostituzioni armoniche e l’andamento sintattico del jazz-funk degli anni Settanta possiedano già in nuce la quadratura metrica richiesta dalla metrica hip-hop. In questa nuova veste, lo strumento di Bartz non funge da semplice sottofondo ornamentale, ma definisce l’aura fonica sopra la quale si sviluppa il testo di Phife Dawg, connettendo direttamente la sensibilità urbana degli anni Novanta alla Black Consciousness del decennio precedente. Un’analoga risignificazione ideologica e formale avviene per mezzo del campionamento di «Celestial Blues», episodio militante tratto da «Harlem Bush Music: Uhuru» (1971). Questo specifico componimento è stato oggetto di ripetuti prelievi da parte di formazioni quali i Jurassic 5 in «(Who’s Gonna Be The) Next Victim» (1998) e i Black Sheep in «To Whom It May Concern» (1991). I Jurassic 5, in particolare, estraggono dal brano di Bartz molteplici elementi, tra cui l’introduzione percussiva e i frammenti della vocalità baritonale di Andy Bey, riutilizzandoli secondo una logica costruttiva che esalta la natura rituale della traccia originaria. La sovrapposizione delle rime sopra il pedale modale di Bartz mette a nudo la Coerenza formale di una musica che, pur concepita trent’anni prima per mezzo di strumenti acustici, rivela una logica strutturale identica a quella della produzione digitale contemporanea. Infine, l’approdo di Bartz verso le sonorità più levigate del tardo funk metropolitano trova un riscontro diretto nel mondo del G-Funk della West Coast attraverso il campionamento della title-track di «Music Is My Sanctuary» (1977). Il produttore Warren G, in «If We Give You a Chance» (1999), seleziona la geometria timbrica del Fender Rhodes e i cori orchestrati dai Mizell Brothers per tessere una trama sonora rilassata e tipicamente californiana, arricchita dalla presenza di Slick Rick. Questo specifico utilizzo dimostra la versatilità del lascito di Bartz, capace di alimentare tanto l’hardcore hip-hop più militante della East Coast quanto le produzioni più morbide e sincopate della costa opposta. Tramite questa fitta rete di citazioni e ricontestualizzazioni, l’hip-hop ha sottratto l’opera di Gary Bartz alla polvere degli archivi, trasformando il suo profilo espressivo in un codice vivente che continua a dettare le regole dell’equilibrio sintattico all’interno della musica afroamericana contemporanea.

Gary Bartz

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