«Movies» di Michael Mantler: otto fotogrammi sonori per un film immaginario
Mantler non fornisce una trama e proprio questa assenza lascia libero il campo alla facoltà visionaria dell’ascolto. La musica assume allora una qualità eminentemente cinematografica, non perché imiti una colonna sonora, ma perché possiede la forza evocativa necessaria a produrre immagini là dove non esiste alcuna immagine.
// di Francesco Cataldo Verrina //
Registrato nel marzo 1977 a Willow, nello Stato di New York, «MOVIES» riunisce Michael Mantler alla tromba, Larry Coryell alla chitarra, Carla Bley (con cui è stato sposato) al pianoforte, sintetizzatore e sax tenore, Steve Swallow al contrabbasso e Tony Williams alla batteria. La formazione appartiene a quella stagione nella quale il termine fusion, già largamente entrato nel vocabolario della critica, rischiava di diventare una categoria tanto vasta da perdere progressivamente la propria capacità discriminante. Il progetto di Mantler sfugge tuttavia alla facile assimilazione con le produzioni più commerciali dell’epoca e affida alla scrittura, più che alla spettacolarità dell’organico, la propria forza espressiva.
Dal titolo «Movies» scaturisce una possibile lettura per immagini, quasi che ogni composizione corrisponda a una sequenza cinematografica dotata di un clima autonomo, senza che il progetto debba necessariamente ricorrere a una narrazione esplicita. L’elemento decisivo rimane la capacità della musica di evocare situazioni psicologiche differenti mediante variazioni di colore, dinamica, registro e trattamento dell’ensemble. Mantler non procede per accumulo di effetti, preferendo una scrittura nella quale il materiale musicale conserva sempre una precisa riconoscibilità. La presenza di Carla Bley porta nel progetto una componente affettiva che conosce tanto l’abbandono sentimentale quanto il gusto per la deformazione ironica. La pianista può trattare il sentimento con immediatezza, oppure sottoporlo a una sorta di caricatura musicale, secondo quella particolare inclinazione che appartiene alla sua scrittura e alla sua personalità interpretativa. Mantler segue una via differente. La sua musica conserva una temperatura più fredda, quasi metallica, nella quale l’emozione non scompare, ma viene sottoposta a una sorveglianza formale più severa. Da questa differenza nasce una delle caratteristiche più interessanti dell’album, poiché il rapporto fra i due autori non produce una semplice somma di linguaggi, ma una dialettica fra sensibilità profondamente riconoscibili. Le armonie mantleriane possiedono una fisionomia autonoma e costituiscono uno degli elementi che impediscono a «Movies» di ridursi a un esercizio di fusione fra jazz, rock e scrittura contemporanea. La materia accordale non funge da semplice sostegno all’improvvisazione, ma contribuisce alla definizione del clima di ciascuna pagina. Le relazioni fra gli strumenti acquistano così un rilievo determinante, soprattutto nei passaggi in cui la tromba del leader emerge dal tessuto collettivo con una sonorità asciutta, tagliente, quasi d’acciaio. Proprio quella dizione strumentale imprime alla registrazione il carattere più riconoscibile.
Mantler, rispetto agli altri protagonisti della seduta, risulta apparentemente meno noto al grande pubblico, ma l’ascolto di «Movies» rovescia però questa gerarchia di notorietà e porta la sua tromba in primo piano con una decisione che non aveva avuto precedenti altrettanto evidenti nella sua produzione, determinando il clima emotivo dell’intero ensemble. Il suono severo, privo di compiacimenti virtuosistici, agisce come un elemento di contrasto rispetto alla duttilità di Coryell, alla profondità del basso di Swallow e alla straordinaria mobilità ritmica di Williams. Tony Williams offre una prestazione di assoluto rilievo. La batteria non viene chiamata soltanto a sostenere il movimento delle composizioni, ma contribuisce alla loro fisionomia dinamica con quella combinazione di precisione e imprevedibilità che aveva reso il batterista una delle figure decisive del jazz moderno. Accanto a lui, Larry Coryell e Steve Swallow forniscono una presenza di grande equilibrio, senza sovraccaricare il tessuto musicale. La chitarra conserva il proprio potenziale elettrico senza diventare un elemento invasivo, mentre il basso mantiene una funzione di sostegno e di raccordo che consente alle altre voci di assumere diverso rilievo. Particolarmente significativa appare la partecipazione di Carla Bley al sintetizzatore. Alcuni interventi al sax tenore procedono per linee all’unisono, mentre il sintetizzatore svolge una funzione più ampia, dilatando lo spazio acustico dell’ensemble. La sua presenza non è orientata verso l’effetto spettacolare tipico di molta produzione fusion coeva, quanto piuttosto verso un ampliamento della profondità percettiva. Le frequenze elettroniche aggiungono una dimensione ulteriore alla compagine strumentale e permettono alla scrittura di assumere una maggiore estensione spaziale, quasi cinematografica.
L’opera si articola in otto composizioni principali, «Movie One» (3:37), «Movie Two» (5:28), «Movie Three» (3:47), «Movie Four» (5:56), «Movie Five» (3:19), «Movie Six» (3:40), «Movie Seven» (5:54) e «Movie Eight» (5:52), la cui successione conferisce all’intero lavoro una fisionomia quasi cinematografica. Ciascuna pagina possiede una propria identità, eppure l’ascolto complessivo suggerisce una continuità narrativa affidata soprattutto al colore sonoro, alle inflessioni armoniche e alla progressiva intensificazione della vicenda musicale. Una suspense sotterranea percorre l’intero album, con tonalità spesso cupe, notturne, apertamente noir, nelle quali la scrittura di Mantler sembra procedere per immagini successive. Il riferimento a «Ascenseur pour l’échafaud» di Miles Davis appare particolarmente pertinente, non tanto per una coincidenza linguistica quanto per la capacità di affidare al suono una funzione quasi scenografica. Come nella celebre colonna sonora davisiana, la musica non commenta semplicemente un’immagine già esistente, ma sembra generare nella mente dell’ascoltatore una sequenza visiva autonoma. In «Movies» tutti gli strumenti concorrono alla formazione di un ambiente nel quale ogni mutamento può sembrare preludere a un nuovo avvenimento. I colpi di scena paiono susseguirsi senza che la musica abbia bisogno di esplicitarli, mentre le variazioni di registro, dinamica e densità sonora alimentano una suspense che non si risolve mai in semplice effetto. L’ascoltatore finisce così per assistere, con la sola immaginazione, a un film inesistente e tuttavia percettivamente concreto. Le otto «Movies» possono essere intese come altrettanti fotogrammi di una pellicola mentale, nei quali la musica suggerisce ambienti, movimenti, presenze e improvvise svolte narrative. Mantler non fornisce una trama e proprio questa assenza lascia libero il campo alla facoltà visionaria dell’ascolto. La musica assume allora una qualità eminentemente cinematografica, non perché imiti una colonna sonora, ma perché possiede la forza evocativa necessaria a produrre immagini là dove non esiste alcuna immagine.

