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La pluralità delle influenze non disperde l’identità del progetto; al contrario, contribuisce a delineare una voce riconoscibile, capace di trasformare l’esperienza del viaggio in un racconto musicale coerente e ricco di significato.

// di Francesco Cataldo Verrina //

L’identità musicale di Daniele Morelli trova in «Sentieri» una sintesi ampiamente compiuta, frutto di esperienze geografiche, umane e artistiche sedimentate nel corso degli anni. Il chitarrista toscano concepisce questo disco come un punto d’incontro tra mondi apparentemente lontani, una riflessione musicale che prende forma dall’intenso rapporto maturato con il Messico e dalla capacità di trasfigurare il viaggio in materia compositiva.

Le quattordici composizioni raccolte nell’album delineano infatti una traiettoria narrativa in cui jazz contemporaneo, suggestioni provenienti dalle tradizioni popolari e sensibilità legate alla world music convivono secondo un equilibrio mai forzato. Morelli non ricerca l’esotismo né la semplice giustapposizione di linguaggi differenti; preferisce elaborare un lessico personale nel quale le influenze confluiscono all’interno di una medesima visione espressiva. Tale approccio conferisce al concept una notevole coerenza formale e un impianto compositivo capace di mantenere unità pur nella varietà delle atmosfere. Accanto al leader opera un quartetto di musicisti che contribuisce in maniera determinante alla definizione del profilo acustico dell’album. Fabio Di Tanno al contrabbasso e Abraham López Calderón alla batteria costruiscono una base ritmica flessibile e ricettiva, mentre Tommaso Iacoviello alla tromba apporta una voce solistica caratterizzata da una dizione limpida e da una notevole immediatezza comunicativa. Il fraseggio dello strumento si inserisce con naturalezza all’interno della trama sonora, aggiungendo luminosità e slancio melodico alle diverse pagine musicali. Di notevole interesse risulta inoltre la presenza di Federico Bertelli, il cui intervento all’armonica amplia ulteriormente la gamma dei colori sonori, aprendo scorci timbrici inattesi e contribuendo a rafforzare l’aura narrativa del progetto.

La permanenza tredicennale in Messico costituisce il nucleo generativo dell’intero progetto. Tale esperienza emerge non sotto forma di citazione folklorica, ma come assimilazione profonda di un immaginario culturale che permea melodie, sviluppi armonici e scelte ritmiche. Alcune composizioni sembrano custodire tracce di paesaggi lontani, memorie sedimentate e ritualità antiche che affiorano progressivamente all’interno del discorso musicale. Il jazz diventa così uno spazio di mediazione, un linguaggio capace di accogliere elementi differenti senza annullarne le peculiarità. La scrittura di Morelli rivela una specifica attenzione alla dimensione armonica. Le progressioni accordali evitano soluzioni prevedibili e prediligono assetti tonali in equilibrio instabile, finalizzati ad alimentare una costante sensazione di apertura. Tale caratteristica conferisce all’album una qualità contemplativa che non coincide mai con l’immobilità. Le composizioni avanzano con naturalezza, sostenute da un’organizzazione molecolare nella quale ogni dettaglio contribuisce allo sviluppo dell’insieme.

«L’Aruspice» rappresenta uno degli episodi più significativi dell’opera. Il riferimento alla civiltà etrusca e alla figura sacerdotale evocata dal titolo trova corrispondenza in una scrittura che sembra interrogare il passato per riportarne alla luce frammenti simbolici. La melodia procede con solennità misurata, mentre gli strumenti costruiscono un ambiente sonoro ricco di sfumature e di richiami ancestrali. Una diversa prospettiva emerge invece in «Onde», composizione fondata su una scansione metrica irregolare che alimenta un continuo movimento interno. L’articolazione ritmica sostiene una linea melodica che rimanda a tradizioni popolari mediterranee senza mai abbandonare la propria autonomia linguistica. La fluidità del fraseggio e la naturale circolazione delle idee musicali rendono il brano uno dei momenti più riusciti dell’intero lavoro. Fortemente suggestivo risulta anche «El Beso Del Agave», episodio che trae ispirazione dalla pianta simbolo della cultura oaxaqueña. Morelli traduce tale immagine in una costruzione melodica segnata da contorni netti e da una certa spigolosità espressiva. Il disegno tematico procede con precisione, richiamando idealmente le forme della pianta da cui prende origine il titolo e dimostrando una notevole attenzione al rapporto tra immagine e suono. L’intero album lascia emergere una concezione della composizione come luogo d’incontro tra memoria e contemporaneità. Alcuni aspetti richiamano esperienze maturate nell’ambito della world music europea, mentre altri rimandano a quella ricerca interculturale che ha trovato nel jazz uno dei propri strumenti privilegiati. Morelli affronta tale prospettiva con sensibilità e misura, evitando ogni forma di estetizzazione superficiale. A conti fatti, «Sentieri» si afferma come un lavoro maturo, sorretto da una visione chiara e da una scrittura consapevole. La pluralità delle influenze non disperde l’identità del progetto; al contrario, contribuisce a delineare una voce riconoscibile, incline a tradurre l’esperienza del viaggio in un racconto musicale coerente e ricco di significato. Un disco che invita all’ascolto attento e che trova nella relazione tra culture, paesaggi e memorie il proprio elemento più autentico.

Daniele Morelli

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