Ai confini del jazz e della follia: Bennie Maupin / Adam Rudolph con «Symphonic Tone Poem For Brother Yusef» (Strut Records 2022)

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Il sax soprano dopo le fatiche degli altri movimenti disegna secondo la mia visione intergalattica un blues sgangherato immaginario futurista ma forse è solo frutto della mia fervida immaginazione che ode quello che vuole udire come le macchie di inchiostro di Rorschach.

// di Marcello Marinelli //

Premessa: certi album di cui scrivo sono per me uno stimolo alla riflessione sulla natura della musica da parte di musicisti che gravitano o hanno gravitato nel mare magnum della musica jazz e per chi è curioso di andare oltre e per capire cosa succede nelle terre di confine per chi fosse interessato. Per chi non fosse interessato io, come Andrea, risponderei ‘Pazienza.’

La polemica sterile e il concetto di moltitudine

C’è un solo elemento positivo nella polemica sterile che ha innescato Francesco De Gregori con la sua recente esternazione sul fatto che gli artisti non debbano schierarsi politicamente su vicende complesse e che debbano parlare solo con la musica, unica forma dovuta in quanto a rapporto col mondo circostante. L’assurdità della polemica innescata dal celebre cantautore è che per contrastare un’idea che lui ritiene sbagliata ha sbagliato a sua volta assumendo come assoluto per criticare un altro assoluto ovvero il diritto di partecipare al dibattito pubblico esponendosi con le parole su alcune questioni, vedi la guerra israelo-palestinese. Ha attaccato direttamente anche Bruce Springsteen anche per le sue pubbliche esternazioni contro Trump. Per coerenza avrebbe dovuto tacere perché non è il depositario della verità su queste questioni, come nessun altro. A questo innesco sbagliato c’è stato un fuoco di sbarramento contro questa idea pilatesca che ha un tratto di sterilità e di sbagliato per simmetria, ovvero si possono esprimere anche idee diverse su alcune questioni senza invocare un caso di lesa maestà. Una polemica infelice che trae spunto dalla guerra infelice e dall’infelicità di questo mondo moderno. In un mondo infelice e complicato tutte le idee hanno diritto ad esistere e forse la guerra israelo-palestinese cesserà quando questo diritto ad esistere per tutte le parti in causa sarà reso concreto e reciproco. Tutte le idee a riguardo devono convergere verso il riconoscimento reciproco e al diritto di esistenza per tutti. Altrimenti guerra imperitura sarà e non solo per il tribolato Medio Oriente ma per tutto il mondo.

Lo so sono partito alla lontana e apparentemente fuori tema, vediamo se riesco o no a ristabilire connessioni con l’oggetto del mio discutere, la musica. L’unico elemento positivo che ho riscontrato in questa triste polemica e come triste è la guerra è il concetto di moltitudine. Il cantautore per rendere efficace la sua tesi ha citato una bella frase del poeta americano Walt Whitman che recita: «Sono vasto, contengo moltitudini», la frase completa è «Mi contraddico? Certo, mi contraddico. Sono vasto, contengo moltitudini». La musica soddisfa varie esigenze, la più diffusa è l’esigenza consolatoria o evocativa, ma a me piace anche sperimentare la parte meno edificante di ognuno di noi, quella che popola gli abissi e i pensieri attorcigliati; questo disco è un esempio della perlustrazione di ogni anfratto nascosto dell’anima, le moltitudini delle nostre personalità.

Autofisiopsichica: nel nome di Yusef Lateef

In questo disco del 2022 si celebra il grande Yusef Lateef, un musicista di raccordo tra i due titolari del disco. Celebrano i cent’anni dalla nascita del sassofonista e compositore afroamericano. La caratteristica di questo album e della musica di Yusef Lateef e degli altri due musicisti è che contengono moltitudini, la moltitudine applicata in musica. La storia musicale di Yusef Lateef è storia di moltitudini al pari di quella dei musicisti di questo disco. Gli influssi di vario genere e provenienza si fondono in qualcos’altro difficile da definire. Questo disco del duo Maupin-Rudolph richiama esplicitamente al disco di Yusef Lateef del 1987 «Yusef Lateef’s Little Symphony». Nel disco del 1987 Lateef suona molti strumenti in solitaria con la sovra incisione e il disco è formato da 4 movimenti. In questo disco i movimenti diventano cinque ma l’evocazione del disco del 1987 di Lateef è evidente e manifesta. Con questo disco Lateef vinse nel 1988 il Grammy come Miglior Album New Age anche se la categoria New Age fece storcere il naso al musicista, ma è veramente impossibile a volte definire con le parole la natura di certa musica. Yusef Lateef non definiva la sua musica né new age, né jazz bensì Autofisiopsichica: Auto appartiene alla persona che la crea, alla sua storia e alla sua unicità. Fisio nasce dallo sforzo fisico, dal respiro che entra nel legno di un flauto o nella canna di un sax. Psichica è legata alla mente, all’intelletto e allo spirito. Un mistico musulmano Yusef Lateef, un fervente buddista Bennie Maupin, mentre io e Adam Rudolph non professiamo nessuna religione ma siamo attratti dalla spiritualità trasversale di tutte le religioni, nessuna esclusa, l’unica condizione che poniamo è che dobbiamo essere tutti per l’amicizia tra i popoli. Lo so, di questi tempi è impopolare parlare di amicizia tra i popoli ma qualcuno questa insulsa propaganda di pace la deve pur fare. Qualche pompiere deve pur rimanere e io e Rudolph ci armiamo di idranti. We need peace! Quanto mi dilungo, ne sono consapevole, sono impopolare perché mi dilungo e perché ricerco l’amicizia tra i popoli quindi zero proseliti. Aggiungo anche che in queste pagine sono anche doppiamente impopolare perché scrivo di un disco che da molti non sarà ritenuto un disco jazz. Ora torniamo a bomba (tanto per stare in tema con i tempi che corrono) e come direbbe Antonello Venditti: «E bomba o non bomba noi arriveremo a Roma, malgrado voi».

Il viaggio nei movimenti sonori

Il disco del duo Maupin/Rudolph inizia con il primo movimento. Dalle prime battute questo brano sembra uscito dal catalogo degli anni ’70 Obscure Records di Brian Eno che recentemente è stato ridistribuito in un elegante cofanetto di color nero con tutti i musicisti dell’etichetta che io ho comprato per ripercorre le tappe di quel movimento dal 1975 al 1978. Ora non so se sia un caso o no, ma l’estetica della copertina di questo album è simile a quella del cofanetto della Obscure Records, un nero profondo. In comune hanno l’oscurità come tratto dominante, la metafora dei tempi moderni: l’oscurità (The Dark Side Of The Moon). Rispetto alla produzione ‘ambient’ però questo disco si caratterizza per un beat più marcato, l’elemento ritmico si face predominante e anche l’approccio solistico di Bennie Maupin rimanda al suono ancestrale degli antenati afro. Per questi motivi in questo disco percepisco echi di storia di jazz che nei dischi dell’etichetta di Brian Eno sono assenti. Ci sono collegamenti fugaci ma nulla più con l’etichetta di Brian Eno. Il suono al sax del sassofonista rimanda a un passato grondante oscurità storica e non solo esistenziale. Il movimento secondo potrebbe essere l’inizio degli Art Ensemble of Chicago ma l’elettronica che si insinua subito dopo sconfessa la premessa iniziale. Il flauto di Bennie Maupin si amalgama con lo sfondo sonoro formato da un drone sintetizzato e da tutta una serie di percussioni più elementi di voce qua e là. Forse nel terzo movimento parte 1° del lato A si concretizza di nuovo il parallelismo con il gruppo di Chicago. Giungla urbana del South Side. Il sax soprano, il clarinetto basso e miriadi di percussioni affollano l’atmosfera sonora. La facciata B inizia con il terzo movimento parte 2° con uno dei miei suoni preferiti, il suono del legno del clarinetto basso che si perde però nella moltitudine degli altri suoni, sax soprano in testa e una miriade di percussioni. Il quarto movimento inizia con un tempo velocissimo e rimanda alle atmosfere jungle e drum’n’bass alla Roni Size, genere da ballo in voga nei primi anni ’90 in Inghilterra. Il tempo è maggiormente situato tra i 160 e 180 battiti per minuto. Sotto e intorno al tempo della drum machine altre percussioni arricchiscono il beat insieme alle voci stranianti. Il sax soprano ulula sopra il tempo. Il ritmo infernale rimanda al big bang, al buco del culo del mondo. Il latrato dei cani mette fine al parossismo sonoro e ci riconduce su lande desolate ma tranquille. Qui entriamo nel magico mondo del tempo sospeso tanto caro a Jon Hassell con la voce del clarinetto basso che ricama melodie inquiete ma rilassanti. Poi in questo luogo sonoro imprecisato il tempo ritorna veloce, le percussioni non indicano un posto preciso, direi che siamo posizionati in una parte sperduta dell’Africa e il movimento finisce come era iniziato, parossistico. Il quinto movimento si conclude pacato. Il sax soprano dopo le fatiche degli altri movimenti disegna secondo la mia visione intergalattica un blues sgangherato immaginario futurista ma forse è solo frutto della mia fervida immaginazione che ode quello che vuole udire come le macchie di inchiostro di Rorschach.

Congedo psichiatrico

Sono diventato psichiatrico, ma momentaneamente, perché la musica mi sta inquietando ma come inquieta il mondo che brucia, ma gli accordi di tastiera finale con il suono profondo del clarinetto basso che conclude il disco mi riconcilia con la parte controversa. Per il mio amico schizofrenico permanente che mi viene a trovare per fare due chiacchiere e per prendersi un caffè non lo so che effetto fa sulla sua psiche. Con lui musicalmente sono riuscito solo a fargli cantare, in un’altra occasione, The Wall dei Pink Floyd e fargli fare dei piccoli passi di danza. Con questo disco si esplora la follia che ci abita e la follia del mondo. Che dire per concludere? Se siete arrivati fino a qui, in quanto a follia sto in buona compagnia.

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