Bob Salmieri. Intervista inedita all’Autore dell’Enciclopedia dei sassofonisti
Bob Salmieri
La recente pubblicazione dell’Enciclopedia dei sassofonisti dalle origini ai nostri giorni da parte di Bob Samieri, da parte dell’editore Cultural Bridge, è l’occasione propizia per intervistare l’Autore che ha molte cose sul jazz da rivelare ai lettori di Doppio jazz.
// di Guido Michelone //
D Anzitutto tre parole chi è Bob Salmieri?
R Sono una persona curiosa, lo sono sempre stato. Pur non avendo musicisti in famiglia, né artisti di nessun tipo, la musica mi ha sempre appassionato, vai a capire il perché. C’era il padre di un mio amico che negli anni ’60 suonava nei locali notturni e aveva insegnato al figlio a suonare la chitarra, lui la insegnò a me e agli altri amici della via; poi sono passato alle tastiere, piano e sinth e infine ai sax: prima il soprano, poi il contralto e infine il tenore che è lo strumento che mi amo di più. Non sono mancate esplorazioni di strumenti di altre culture, in particolare quella turca. Andando spesso a suonare in Turchia, ho scoperto il Baglama (strumento a corde simile al nostro Colascione) ma soprattutto il Ney, flauto di canna utilizzato anche nella musica rituale, che utilizzo alcune volte con il gruppo di Jazz mediterraneo Erodoto Project. Negli anni ’80 ho fondato e diretto una compagnia di teatro sperimentale “L’Alambicco” dove ho realizzato anche le colonne sonore, una sorta di laboratorio creativo che mi ha aiutato ad avere una visione più ampia dell’arte. La fonte di ispirazione più grande, rimane il Mediterraneo, la Sicilia in particolare, dove vivo gran parte dell’anno. La famiglia di mio padre era dell’isola di Favignana, emigrati a inizio secolo in Tunisia dove nacque mio padre. La ricerca delle origini, mi ha portato alla conoscenza di mondi straordinari come i Poeti Arabi di Sicilia, il poeta Ignazio Buttitta, la cantante Rosa Balistreri e via dicendo.
D Parlaci delle tante tue carriere spesso parallele o in sincrono…
R Come dicevo, sono partito dal teatro, poi negli anni ’90 ho fondato Milagro Acustico, un ensemble musicale di Etno Jazz con i quali ho realizzato una ventina di album e tanti concerti in giro per il mondo. A febbraio 2027 dovremmo essere in Oman al Royal Opera House di Muscat, ma visti i tempi la vedo difficile. I primi dischi li abbiamo pubblicati in America e poi in Italia per la Compagnia Nuove Indye. Nel 2013 ho fondato l’etichetta Cultural Bridge per poter avere maggior controllo sulla nostra musica e per poter collaborare con artisti di tutto il mondo. Nel 2016 ho fondato Erodoto Project insieme al pianista Alessandro de Angelis, come dicevo un gruppo di Jazz mediterraneo. Dal 2005 ho cominciato a pubblicare libri, racconti e romanzi prima di arrivare alla enciclopedia dei Sassofonisti. Ho cominciato a pubblicare musica a mio nome e anche come Bob Salmieri Bastarduna Quintet, con i quali ho pubblicato diversi album legati a doppio filo alla attività letteraria, infatti i brani si ispirano alle storie e personaggi del libro “…e mamma faceva la danza del ventre”. È uscito da pochi giorni il quinto album della saga: “Circus Memorandum”. Quando sono a Trapani, ho una formazione sia per i live che per realizzazioni in studio che si chiama Manosanta Hard Soul. In più pubblico musica con diversi pseudonimi per avere più possibilità espressive, alcuni di questi sono: Beato Angelico, Joe Siciliano, Kafiristan.
D Come definiresti la tua musica?
R Semplicemente Jazz mediterraneo, non potrebbe essere diversamente. La musica che scrivo da solo o in coppia con Alessandro de Angelis è melodica, antica, spesso legata ai miti del Mediterraneo.
D Come ti è venuta l’idea di questa ‘enciclopedia’?
R Sempre a causa della curiosità. Volevo saperne di più sulla vita dei sassofonisti che amo, pensavo a qualcosa come un manuale da tenere a portata di mano, con approfondimenti di vario genere ma ho visto che non esisteva una cosa del genere, così ho cominciato a raccogliere informazioni, ma non immaginavo che mi sarei immerso per più di un anno in questa opera che mi ha dato la possibilità di scoprire tanti nuovi sassofonisti e tante vicende legate al jazz.
D Quali sono, per te, i pregi del tuo libro?
R Secondo me, la sua unicità; non perché sia un’opera particolarmente virtuosa ma perché non esiste un lavoro del genere che raccoglie così tante informazioni su così tanti sassofonisti, oltre 300 al momento ma sempre in aggiornamento. La parte che mi ha appassionato di più è stata quella degli aneddoti e le cause e circostanze della morte per i trapassati, sapere come sono vissuti e come se ne sono andati mi è sembrato più interessante dei dati tecnici.
D Dalla mole di dati e informazione, suppongo che sia stato uno sforzo enorme; ci sveli come hai lavorato al libro?
R Come dicevo, ho cominciato raccogliendo dati per me, cominciando a fascicolare le informazioni, suddividendo biografie, discografie, collaborazioni, set-up, stili, influenze artistiche aneddoti e cause della morte seguendo l’ordine alfabetico. Una volta cominciato, non sono più riuscito a fermarmi, anche se spesso ho pensato di aver intrapreso una operazione folle, senza fine. Mi hanno aiutato diversi amici e colleghi ma certo senza la tecnologia sarebbe stato impossibile raccogliere questa mole di informazioni verificate. Infatti grazie alla Intelligenza artificiale, sono riuscito a esaminare documenti in archivi in tutto il mondo e a confrontare le notizie raccolte.
D Ci riveli, senza nulla togliere agli altri, chi sono i tuoi 3 sassofonisti jazz preferiti? Puoi citarne anche 5 o 10, come vuoi.
R Nel corso degli anni se ne sono succeduti molti. Come la maggior parte dei neofiti, cominciai ad appassionarmi a Parker, Cannonball poi Coltrane e via dicendo. Rimasi folgorato da Massimo Urbani, durante un suo concerto al Big Mama, forse fu in seguito a quel concerto che mi decisi a passare al contralto e dedicarmi sempre di più allo studio. Andando avanti con gli anni, ho trovato sempre più piacevole l’ascolto di maestri come Gene Ammons, Hank Mobley, Stanley Turrentine, Ike Quebec fino a Coleman Hawkins. Ma il mio faro, il mio primo e principale punto di riferimento non è stato un sassofonista ma Miles Davis.
D Ha ancora un senso oggi la parola jazz?
R Certamente, se evitiamo di metterlo in museo! Il jazz per me è un edificio in continua crescita, con stanze sempre nuove e corridoi imprevedibili, capace di adattarsi, di inglobare altre culture e tecnologie. Certo, da qualche tempo siamo davanti a fenomeni terribili, come i cartelloni dei festival jazz pieni di fuffa o questi continui Tributi a… ma credo sia solo un fenomeno nazionale.
D E si può parlare di ‘jazz italiano’? Esiste qualcosa di definibile come ‘jazz italiano’?
R Penso proprio di sì. Ci vorrebbe una scossa per farci accorgere del grande patrimonio musicale che abbiamo, patrimonio che andrebbe rivisitato e compreso. Penso ad esempio a tutta la musica popolare o alla musica napoletana del ‘900. Ritrovare insomma il gusto per la melodia. Nel mio piccolo, ho realizzato un paio di dischi, Rosa del Sud e Rosa del Sud Remix, estrapolando la voce di Rosa Balistreri da vecchie tracce e costruendo sulla sua voce un tappeto sonoro con un quintetto Jazz. Questo per dire che abbiamo un patrimonio immenso a cui attingere senza andare per forza a attingere da culture lontane.
D Cosa distingue l’approccio al jazz di americani e afroamericani da voi sassofonisti europei?
R Quello che sento, è il forte legame col blues che hanno i musicisti oltre oceano e che a noi, nella maggior parte dei casi manca o non ci viene naturale perché non fa parte del nostro background. Loro lo hanno nel DNA e lo esprimono anche nelle cose moderne e sperimentali, è la luce guida, un punto di riferimento fondamentale. Noi nel DNA abbiamo la musica popolare, la Tarantella che ha accenti ritmici esattamente opposti al jazz.
D Come vivi tu il jazz in Italia anche in rapporto alle vostre esperienze sul territorio?
R Non molto bene. Ricordo che negli anni’80, ogni birreria, ogni locale aveva un piccolo palco per ospitare il jazz ed erano gli stessi gestori a cercare costantemente formazioni per il proprio pubblico. La musica dal vivo era un’attrazione fortissima e spesso non sapevamo come dividerci per coprire tutte le richieste. Alcuni locali come il Rubirosa, dietro piazza Navona, ci aveva ingaggiato per fare musica dal vivo tutte le sere da mezzanotte in poi, quindi avevamo tempo di fare due concerti a sera in locali diversi. Dato che era molto usurante, avevo due doppi quartetti e ci alternavamo come possibile. Ora a Roma ci sono solo una manciata di locali e per poter suonare, spesso ti devi mettere in coda col cappello in mano e garantire che non hai altre date in programma. Al momento il mio unico punto di riferimento a Roma è l’AlexanderPlatz che ha un’ottima programmazione quotidiana e gestisce anche importanti festival in giro per l’Italia. In Sicilia mi diverto di più, d’estate si suona in location straordinarie come alle isole Egadi o alle saline di Marsala o al tempio si Segesta e il pubblico è attento e caloroso.
D Cosa ne pensi, infine, dell’attuale situazione in cui versa la cultura italiana (di cui il jazz ovviamente fa parte da anni?
R Non mi sembra se la passi tanto bene; è come se mancasse linfa vitale, fermento attivo. Forse ci sono ambienti che non conosco o non frequento, dove invece c’è molta attività ma in genere mi sembra un lungo periodo di stanca, calma piatta. Quando cominciai con il teatro sperimentale, nel 1978, in ogni angolo, ogni sottoscala c’era un teatro, un cineclub. solo a Roma si contavano decine di compagnie di teatro di ogni tipo e lo stato finanziava le associazioni e le cooperative culturali, questo creava un circuito virtuoso che si alimentava da solo. Eravamo così tanti che nel 1985 si realizzò il primo censimento nazionale del teatro. Il comune di Roma allestì una decina di palchi a Villa Borghese e per giorni ogni compagnia si esibì davanti a un pubblico interessato e informato. Sembra un racconto di fantascienza vero? Forse questo periodo oscurantista porterà a breve a nuove forme d’arte e a un nuovo interesse per la musica dal vivo, la gente avrà voglia di uscire di casa e di abbandonare le piattaforme digitali e la tranquillità micidiale della televisione ma deve ancora passare ‘a nuttata.

