«The Way Things Turn (piano solo)» di Alberto Giraldi: speculazioni pianistiche e velature timbriche nel solco della modernità (AlfaMusic, 2026)

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«The Way Things Turn» si dispensa come un diario sonoro dove la padronanza della forma e la libertà dell’invenzione si fondono in una proposta di alta fisionomia acustica e profonda integrità poetica

// di Francesco Cataldo Verrina //

Il profilo espressivo di «The Way Things Turn», opera per pianoforte solo di Alberto Giraldi edita da AlfaMusic, si conforma come la risoluzione di un lungo e fecondo rovello speculativo. L’autore, approdando a questa dimensione solistica dopo una carriera nutrita da un eclettismo consapevole, affronta il peso di una tradizione poderosa che dai fasti del classicismo mozartiano e beethoveniano giunge alle vette del modernismo francese di Ravel e Debussy, senza tralasciare la lezione jarrettiana intesa quale sintesi suprema tra scrittura colta e prassi improvvisativa. In questa pubblicazione, il timore reverenziale verso lo strumento si dissolve in virtù di un’urgenza creativa che ha trovato il proprio innesco in una fulminea e densa stagione compositiva.

L’impianto coesivo del disco rifugge dalla monotonia tipica di molte produzioni solistiche, affidandosi a una varietà di colori sonori e a una gestione delle dinamiche che rivelano una solida formazione. Fin dall’episodio inaugurale, «Prelude», la dizione strumentale di Giraldi si segnala per una limpidezza che non cede mai al virtuosismo fine a se stesso, privilegiando piuttosto una trama espressiva dove l’armonia complessa viene declinata con un’apparente semplicità. Il chiasmo tra rigore costruttivo e libertà estemporanea trova un punto di equilibrio instabile ma affascinante in «The Path of Life», composizione in cui il fraseggio si distende lungo traiettorie melodiche calde e accattivanti, mai prive di una sottostante tensione intellettuale. L’assetto narrativo del lavoro risente positivamente degli studi condotti con figure del calibro di Fred Hersch, il cui magistero nel tessere trame che uniscono il lessico jazzistico alla disciplina formale classica risuona nell’approccio di Giraldi. In pagine musicali quali «Flumina» o «Reverie», la dizione strumentale si ammanta di una velatura acustica raffinata, dove ogni cambio armonico viene meditato per sostenere un respiro melodico che indaga lo spazio e il silenzio. La curiosità eclettica del compositore si riflette in «Tribute To Brazil», dove i ritmi sudamericani vengono filtrati attraverso una sensibilità che ne distilla l’essenza melodica, allontanandosi da facili stereotipi etnici per abbracciare una prospettiva estetica più universale.

L’omaggio a George Gershwin in «But Not For Me» rappresenta un momento di riflessione sulla tradizione americana, riletta con una una procedura accorta in grado di far dialogare le diverse anime del proprio bagaglio culturale. Non si ravvisa in questo disco l’affanno di inseguire un’innovazione a tutti i costi, ma la volontà di tracciare un percorso unitario volto alla ricerca del bello, inteso come armonia delle parti e verità del gesto. L’intera architettura sonora, che si conclude con le risonanze di «Twin Souls», mostra un autore versato nel modellare la materia pianistica con un pudore e una sincerità che trasformano l’ascolto in un’esperienza di intima confidenza. In virtù di questa maturità, «The Way Things Turn» si dispensa come un diario sonoro dove la padronanza della forma e la libertà dell’invenzione si fondono in una proposta di alta fisionomia acustica e profonda integrità poetica.

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