Molteplicità del possibile e scrittura aleatoria in «Many Worlds» di Andrew MacKelvie
«Many Worlds» sancisce dunque un lavoro in cui l’esperienza individuale viene trasfigurata in un meccanismo compositivo, mentre l’insieme degli interpreti contribuisce a realizzare un progetto che sfugge a ogni definizione univoca.
// di Francesco Cataldo Verrina //
La pubblicazione di «Many Worlds» immette nel catalogo della musica improvvisata contemporanea e dell’arte sonora estemporanea un lavoro che affonda le proprie radici in un’esperienza liminale, trasfigurata in principio compositivo. Andrew MacKelvie elabora infatti un impianto concettuale che prende avvio da un evento traumatico, trasformandolo in un ragionamento modulato sulla simultaneità delle possibilità, sulla base di una prospettiva che richiama, per analogia, alcune declinazioni speculative della fisica quantistica, dove la realtà non si manifesta come univoca, ma quale insieme di traiettorie coesistenti.
L’episodio dell’incidente, lungi dall’essere ridotto a elemento autobiografico, agisce come dispositivo generativo, orientando una scrittura che si fonda su strutture aperte e su un uso consapevole dell’indeterminazione. Le partiture predisposte da MacKelvie non si accontentano di fornire indicazioni tematiche, ma stabiliscono condizioni operative entro cui l’interprete si muove con margini di autonomia regolata. Il ricorso al caso, mediato dal lancio di dadi che ridefinisce di volta in volta i materiali esecutivi, non lega a in genealogia puramente cagiana, pur evocando inevitabilmente John Cage, quanto piuttosto si posiziona entro una visione in cui l’alea diviene strumento per moltiplicare le possibilità formali senza dissolvere la coerenza dell’insieme. L’organico, ampliato alla dimensione di ottetto, consente una diffusione delle voci che privilegia la stratificazione e la compresenza di piani sonori distinti. Accanto al leader, impegnato al sax contralto e soprano, operano Andrew Jackson, Jackson Fairfax-Perry, Tom Richards, Ellen Gibling, Ross Burns, Gabriella Ciurcovich e Doug Cameron, ai quali si affiancano interventi vocali e l’apporto elettroacustico di Michael Cloud Duguay. Tale compagine non si limita a espandere il volume sonoro, ma consente una gestione complessa delle densità, dove ogni intervento contribuisce alla imbastitura di una trama in continua ridefinizione.
L’apertura con «Impact / Awake» distilla un lessico franto, caratterizzato da frammenti che si aggregano secondo procedure non lineari, quasi a suggerire una percezione disarticolata del tempo. «Disentomb The Brain Function» porta invece il discorso nell’alveo una propulsione ritmica insistita, prossima a certe declinazioni della motorik (ritmo in 4/4 usato spesso dagli artisti krautrock), ma rielaborata in chiave libera, con sovrapposizioni che destabilizzano ogni regolarità percepibile. In «Mirror Era», l’utilizzo di pattern iterativi, costruiti su percussioni corporee e intrecciati a trombone e sintetizzatore, genera un battito mobile che rimanda, per affinità timbrica e concezione dello spazio, ad alcune esperienze di Peter Zummo. Il nucleo centrale del disco – «Testament», «Time Dilation» e «Realities Blossom» – consente di osservare con maggiore nitidezza la capacità di MacKelvie di fondere elementi apparentemente divergenti. La presenza di un andamento più disteso non implica una riduzione della complessità, ma apporta un diverso regime percettivo, in cui la lentezza diviene strumento di amplificazione del dettaglio. Le voci, talvolta integrate nel tessuto strumentale, cooperano a una dimensione quasi rituale, in cui il suono assume funzione evocativa senza ricorrere a simbolismi espliciti. L’atto conclusivo, «What Lies Just Beyond?», acquista un valore particolare all’interno dell’economia complessiva.
L’inserimento della voce parlata del compositore, che rievoca l’esperienza originaria, non si trasforma in una narrazione lineare, ma viene progressivamente assorbito in un ambiente sonoro che ne dissolve i contorni. Il riferimento implicito a «The Pavilion Of Dreams» di Harold Budd si estrinseca nella qualità eterea del tessuto acustico, mentre la relazione con Jerry Granelli introduce un ulteriore livello di lettura, legato alla dimensione pedagogica e spirituale dell’improvvisazione. Proprio l’influenza di Granelli risulta determinante nella definizione dell’orizzonte estetico di MacKelvie. L’idea di un’improvvisazione svincolata dall’ego, spinta verso una pratica di ascolto plurale e inclusivo, si riverbera in una prassi che non impone gerarchie rigide, ma agevola l’emergere di configurazioni sempre mutevoli. Tale impostazione trova riscontro anche nella gestione del groove, che non procede secondo una linearità teleologica, ma si distribuisce per stati, per accumuli e rarefazioni, sulla scorta di una logica più prossima alla fenomenologia che alla narrazione. «Many Worlds» sancisce dunque un lavoro in cui l’esperienza individuale viene trasfigurata in un meccanismo compositivo, mentre l’insieme degli interpreti contribuisce alla realizzazione di un progetto che sfugge a qualsiasi definizione univoca. La molteplicità evocata dal titolo non si esaurisce in un riferimento teorico, ma si traduce in una prassi musicale che accoglie l’imprevisto, lo rielabora e lo restituisce sotto forma di struttura aperta, nella quale ogni ascolto indica nuove possibilità di lettura.

