«Mountain Call» di Miroslav Vitous, la grammatica dell’improvvisazione riflessiva (ECM, 2026)
«Mountain Call» assume il valore di una summa riflessiva, un punto di convergenza in cui la memoria storica dell’interprete, la sua disciplina compositiva e una sensibilità improvvisativa di rara finezza trovano un equilibrio difficilmente riducibile a categorie univoche.
// di Francesco Cataldo Verrina //
La presenza di figure come Chick Corea nella traiettoria di Miroslav Vitous rimane sullo sfondo come riferimento implicito, mai esibito, ma riconoscibile nella solidità del linguaggio e della prassi autorale. Analogamente, l’esperienza fondativa con i Weather Report continua a riverberare, non come vincolo, ma quale punto di partenza superato in direzione di una ricerca più autonoma. All’interno della sua parabola evolutiva, «Mountain Call», edito da ECM, assume così il valore di una summa riflessiva, un punto di convergenza in cui la memoria storica dell’interprete, la sua disciplina compositiva e una sensibilità improvvisativa di rara finezza trovano un equilibrio difficilmente riducibile a categorie univoche. La lunga gestazione, distribuita nell’arco di sette anni presso lo studio praghese dell’autore, non produce un esito frammentario, ma un organismo coerente, sostenuto da un procedimento che privilegia la concisione formale e una costante tensione verso l’essenzialità.
L’interazione con Michel Portal – scomparso nel febbraio del 2026 – personaggio di primo piano nel panorama europeo per la sua attitudine a interfacciare linguaggi eterogenei, costituisce uno dei nuclei più fertili dell’intero lavoro. I duetti disseminati lungo il disco, spesso di durata contenuta, non si limitano a documentare una sintonia esecutiva, ma delineano una vera e propria grammatica condivisa. Il clarinetto, nella sua variante soprana, modula un fraseggio che oscilla tra morbide inflessioni liriche, interrogazioni sospese e articolazioni staccate, mentre il contrabbasso di Vitous, con l’ausilio di pizzicati energici ed accenti percussivi, organizza un campo di forze in continuo mutamento. Laddove Portal impiega il clarinetto basso, la fisionomia del suono si espande verso registri cavernosi, con risalite glissate che suggeriscono una spazialità verticale, quasi architettonica. «New Energy» avvia il percorso senza preamboli, ponendo in essere una circolazione tematica che rifugge ogni stabilità tonale immediata. Le linee si piegano secondo traiettorie irregolari, alludendo a un sistema modale non dichiarato, mentre «Second Touch» sviluppa un andamento più disteso, nel quale affiorano echi di geografie sonore distanti, forse mediorientali o balcaniche, rese tuttavia irriconoscibili da un trattamento che privilegia la metamorfosi rispetto alla citazione. «Unexpected Solutions» intensifica la componente ritmica, facendo leva su una concezione del contrabbasso quale strumento percussivo oltre che armonico, secondo una logica che rimanda, in filigrana, a certe pratiche della musica colta del secondo Novecento, da Luciano Berio fino a Iannis Xenakis, senza mai indulgere in riferimenti espliciti.
Il dialogo con Jack DeJohnette – anch’egli passato a miglior vita nell’ottobre del 2025 – apporta una diversa qualità cinetica. «Tribal Dance» condensa in pochi istanti un’energia pulsante, nella quale la batteria non si limita a sostenere, ma distribuisce accenti e silenzi con funzione strutturale, mentre «Epilog» amplia l’orizzonte mediante l’inserimento di campionamenti orchestrali. Qui Vitous, pioniere nell’impiego creativo di tali risorse, sovrappone strati sonori che rimandano a una coralità latente, trasformando il duo in un’entità plurale. L’effetto non si riduce a un semplice arricchimento timbrico, piuttosto introduce una riflessione sulla memoria del suono, sulla possibilità che ogni gesto strumentale porti con sé tracce di un’orchestra immaginaria. La suite «Evolution» rappresenta uno dei vertici dell’album per ampiezza e complessità. Con l’apporto di Bob Mintzer e dei membri della Czech National Symphony Orchestra, Vitous costruisce una forma tripartita nella quale il materiale tematico subisce trasformazioni progressive. Le corde, percorse da tremoli e risonanze profonde, instaurano un campo armonico in continua ridefinizione, mentre la batteria di DeJohnette interviene con una sensibilità pittorica, distribuendo il tempo in maniera elastica, quasi scultorea. Il contrabbasso, in questo contesto, non funge da semplice fondamento, ma da centro gravitazionale attorno al quale si organizzano le relazioni tra le parti.
Un diverso registro espressivo emerge nella suite «Rhapsody», affidata alla voce di Esperanza Spalding. Il suo intervento, sorretto da una padronanza tecnica e da una notevole intelligenza interpretativa, introduce una dimensione narrativa che amplia il raggio emotivo dell’opera. La linea vocale, talora aderente al testo, talora svincolata in vocalizzi che sfiorano l’onomatopea strumentale, si colloca in rapporto dialettico con il tessuto strumentale. Episodi come «Africa» mostrano una pulsazione marcata, nella quale percussioni, contrabbasso e voce convergono in una trama ritmica articolata, mentre «Lullaby» riduce progressivamente la materia sonora, lasciando emergere un senso di rarefazione che non coincide con l’assenza, bensì con una diversa qualità dell’ascolto. La traccia conclusiva, che dà titolo all’intero lavoro, riporta in primo piano il confronto con Portal. L’arco di Vitous, impiegato con gesto deciso, fa affiorare una gamma di armonici e risonanze che ampliano la percezione dello strumento, mentre il clarinetto basso disegna linee di grande intensità espressiva. Non si tratta di una chiusura risolutiva, quanto piuttosto di un’apertura verso ulteriori possibilità, come se il discorso musicale proseguisse oltre i limiti dell’incisione.
«Mountain Call» si dispensa dunque come un diario sonoro di rara coerenza, nel quale improvvisazione e scrittura non si contrappongono, piuttosto si alimentano reciprocamente. La continuità temporale, tema sotteso all’intero progetto, trova espressione in una musica che non separa passato e presente, ma li dispone lungo un medesimo asse percettivo. In tale prospettiva, l’ascolto non coincide con una semplice ricezione, piuttosto si trasforma in atto interpretativo, chiamato a ricostruire le relazioni interne di un’opera che, pur nella sua apparente frammentarietà, rivela una profonda unità di pensiero.

