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Donald Fagen

Donald Fagen non rappresenta soltanto un musicista versato nella fusione dei generi, ma un vero cesellatore di forme plastiche che ha saputo imporre un codice espressivo unico, trasformando la nostalgia in un’arma di precisione stilistica. Il suo identikit sonoro, formale e sostanziale, rimane un punto di riferimento ineludibile per chiunque intenda la composizione come un atto di responsabilità estetica, una sfida continua alla banalità del già udito.

// di Francesco Cataldo Verrina //

La metafora dell’«atomo di cristallo» si palesa quale sintesi icastica della fisionomia sonora fageniana, alludendo a una struttura musicale che, pur nella sua infinitesima precisione tecnica, conserva una trasparenza ed una rigidità geometrica assolute. In tale visione, l’intreccio tematico non si connota più come un flusso emotivo estemporaneo, ma come un solido platonico dove ogni legame tra le note s’articola secondo leggi di risonanza quasi molecolari. L’atomo, in seno a questa esegesi, rappresenta l’unità minima del linguaggio di Donald Fagen: il singolo battito di rullante, la vibrazione d’una lamella del Fender Rhodes o il brevissimo staccato di un accordo «mu». Tali elementi vengono isolati e levigati tramite processi di registrazione estenuanti, affinché ogni impurità esecutiva o residuo di oscillazione umana sia rimosso. Il risultato è un’entità sonora dotata di una ricchezza strutturale che rimanda alla perfezione dell’architettura digitale ante litteram. Quando questi atomi s’aggregano, non formano una massa indistinta, piuttosto un reticolo cristallino ove la luce – ovvero l’armonia – può riflettersi senza incontrare ostacoli o zone d’ombra.

Donald Fagen rifugge qualsiasi categorizzazione riduttiva, palesandosi quale artefice d’un universo sonoro, in cui l’erudizione jazzistica e la precisione del linguaggio pop si uniscono in un’entità estetica inscindibile. La sua parabola artistica non s’esaurisce nella mera cronaca musicale, ma si delinea come un’indagine intellettuale e timbrica che ha trasformato lo studio di registrazione in un laboratorio di perfezionamento formale quasi metafisico. La sensibilità di Fagen affonda le proprie origini nel crepuscolo degli anni Cinquanta, in un’America sospinta tra l’ottimismo tecnologico della corsa allo spazio ed il fermento sotterraneo della Beat Generation. Cresciuto nei sobborghi del New Jersey, il giovane Donald s’appropria precocemente di un immaginario nutrito dalle letture di William Burroughs e dalle trasmissioni radiofoniche di Symphony Sid, le quali diffondevano le geometrie bop di Charlie Parker ed i cromatismi di Thelonious Monk. Questo retroterra culturale s’innesta su una formazione accademica presso il Bard College, luogo dove l’incontro con Walter Becker pone in essere una sinergia creativa basata su un comune disprezzo per le convenzioni del rock coevo e su un’adorazione per la complessità strutturale del jazz d’avanguardia. Fagen si nutre di tale dicotomia: da un lato la ricerca della purezza acustica, dall’altro un’ironia letteraria tagliente, capace di narrare l’alienazione urbana e le derive del sogno americano con una distanza quasi cinematografica. Egli non si limita a comporre, ma edifica un sistema di segni in cui la parola poetica e l’andamento sintattico del suono si fondono in un’aura fonica che rimanda costantemente ad un’eleganza perduta.

Il profilo espressivo di Fagen si segnala per una coerenza che rasenta l’ossessione. All’interno del progetto «Steely Dan», egli si distacca progressivamente dal concetto di band tradizionale per abbracciare la figura del regista armonico, un curatore timbrico che seleziona con precisione maniacale i più esperti esecutori del tempo. L’obiettivo non è la cattura di un’energia estemporanea, bensì la realizzazione di una prassi in cui ogni sfumatura dinamica sia perfettamente calibrata. La voce di Fagen, dotata di una coloritura nasale ed asciutta, si sottrae ai canoni del belcanto per farsi strumento a fiato, un’appendice della sezione ottoni che dispensa il testo con una precisione ritmica straordinaria. Nel suo capolavoro solistico «The Nightfly», tale approccio raggiunge l’apice: il disco si presenta come un compendio di perfezione produttiva, dove la trama sonora si organizza attorno a scansioni elastiche e velature acustiche di cristallo. Ogni intervento solistico, dalla chitarra di Larry Carlton al piano elettrico, diviene il frammento di una scultura sonora modellata nel tempo, un atto espressivo che rifiuta l’approssimazione a favore d’una chiarezza espositiva assoluta. Sul piano strettamente musicologico, l’opera di Fagen prende le distanze radicalmente dalle impalcature diatoniche semplificate della musica leggera. Il linguaggio acquisisce l’opulenza accordale del jazz, facendola convergere in strutture pop apparentemente lineari ma interiormente articolate. La chiave di volta di questa architettura timbrica risiede nell’accordo «mu», una sigla armonica che prevede l’aggiunta della seconda maggiore alla triade fondamentale, evitando però la settima. Tale scelta innesca un attrito sonoro peculiare, una risonanza che non si risolve ma che permane in bilico, evocando una spazialità moderna ed inquieta. Fagen tesse progressioni sature di alterazioni, dove le sostituzioni di tritono ed i pedali di basso sostengono melodie dal respiro ampio, inclini a modulare tra tonalità distanti con una fluidità che sconcerta l’ascoltatore meno accorto.

Il disegno accordale fageniano s’ispira palesemente alla lezione di arrangiatori quali Gil Evans, dai quali mutua la capacità di far vibrare le sezioni dei fiati secondo logiche contrappuntistiche. Il colore sonoro del Fender Rhodes, spesso utilizzato come asse portante del discorso musicale, diventa il collante tra la componente ritmica ed i complessi intrecci vocali, questi ultimi organizzati secondo una logica di sovrapposizione che allude alla perfezione dei cori gospel pur mantenendo un distacco profano. L’impronta linguistica lasciata da Donald Fagen trascende i decenni, influenzando chiunque ricerchi nella pagina musicale una sintesi tra rigore formale e profondità emotiva. Egli s’è dimostrato abile nel navigare tra le pieghe della tecnologia digitale, utilizzandola non come fine ma come mezzo per raggiungere un’utopia sonora dove l’errore umano viene bandito in favore di un’iper-realtà acustica. La produzione, da «Aja» a «Morph the Cat», traccia un percorso evolutivo in cui la materia sonora viene scolpita con una consapevolezza che rimanda alle arti plastiche. Non si tratta di musica che si limita ad accompagnare l’esistenza, ma di un edificio intellettuale che richiede un’indagine attenta, una fruizione che sappia cogliere le connessioni tra un accordo di tredicesima ed un riferimento letterario a William Gibson.

L’universo di Donald Fagen s’identifica in un assetto narrativo nel quale la complessità del be-bop e la lezione del cool jazz vengono distillate in una forma canzone d’inaudita limpidezza. Egli s’allontana dalle progressioni elementari per abbracciare un ordine interno che trova nella ricerca dell’attrito acustico la propria ragion d’essere. Come accennato, al centro dell’impianto compositivo fageniano si colloca il celebre accordo «mu» (μ), una scelta formale che si distanzia dalla consueta sovrapposizione di terze per esplorare la risonanza della seconda maggiore addizionata alla triade fondamentale. Tale procedimento non deve intendersi come un mero vezzo accademico, ma quale tentativo di far vibrare il suono in una condizione di equilibrio instabile. In «Deacon Blues», la fisionomia del suono si dispensa lungo sequenze nelle quali l’accordo di nona viene privato della settima, creando un’aura fonica che rimanda alla pittura di Edward Hopper: una solitudine urbana cristallizzata in una luce zenitale. Questo atto espressivo permette di mantenere una tensione armonica costante, evitando che la risoluzione tonale risulti scontata o eccessivamente rassicurante. Fagen modella il proprio discorso musicale con una consapevolezza da scultore sonoro. Il timbro del Fender Rhodes, spesso affidato a maestri quali Victor Feldman o lo stesso Fagen, funge da asse portante lungo cui si dispiegano trame sonore stratificate. Le sezioni dei fiati non intervengono mai come semplice corredo, ma si segnalano per un andamento sintattico che allude agli arrangiamenti di Gil Evans per Miles Davis in «Sketches of Spain». La sovrapposizione delle voci strumentali avviene secondo la tecnica del contrappunto moderno, in cui ogni intervento solistico s’inserisce in una costruzione modulare che non ammette sbavature. La precisione ritmica, sorretta da un impianto compositivo che predilige lo shuffle elastico, trasforma la pagina musicale in un meccanismo di precisione svizzera, pur mantenendo un respiro organico tipico della matrice afroamericana. L’analisi dell’impalcatura fageniana rivela un debito profondo nei confronti dell’impressionismo musicale francese, in particolare verso la sensibilità di Maurice Ravel. Come in «Daphnis et Chloé», Fagen utilizza le estensioni armoniche – undicesime e tredicesime alterate – per dipingere paesaggi sonori tridimensionali. Il passaggio tra gli ambienti sonori non avviene mai in modo brusco, ma per mezzo di modulazioni cromatiche che sfidano l’ascoltatore accorto a rintracciare il baricentro tonale. Tale procedimento pone in essere una spazialità acustica ove il jazz non si limita a essere citato, ma viene rigenerato in un codice espressivo del tutto originale, un tracciato che s’interroga costantemente sul rapporto tra l’astrazione della nota e la fisicità del ritmo. Se la dimensione armonica di Fagen rappresenta il corpo dell’opera, il tracciato letterario ne connota l’anima inquieta ed ironica. Egli s’allontana dai cliché lirici del rock per tessere narrazioni sature di riferimenti culturali, filtrando la realtà attraverso una lente di cinismo intellettuale e nostalgia tecnologica.

In «The Nightfly», Fagen inaugura un viaggio mnestico verso l’America del 1958. Il clima sonoro, pur essendo tecnicamente raffinato e moderno, evoca l’ottimismo della «New Frontier» kennediana. Tuttavia, dietro la fisionomia solare di tracce come «I.G.Y.», s’insinua un’ironia tagliente. Il protagonista, un DJ notturno che trasmette da una stazione radio ai confini della notte, incarna l’intellettuale isolato che osserva il mondo attraverso il riflesso dei propri sogni elettronici. Il linguaggio utilizzato è denso di allusioni alla fantascienza d’epoca ed alla cultura dei rifugi antiatomici, creando un assetto narrativo ove la memoria individuale si fonde con la storia collettiva di una nazione in bilico tra il progresso ed il terrore nucleare. Con il trascorrere dei decenni, il tratto espressivo di Fagen si sposta verso orizzonti più cupi e riflessivi. In «Kamakiriad», la narrazione si sposta su un piano cinematografico, descrivendo un viaggio intrapreso su un’automobile futuristica ed ecosostenibile. Questo episodio sonoro, prodotto dall’amico Walter Becker, mostra una scrittura che s’allontana dalla linearità per farsi indagine interiore. Le parole non accompagnano solo la melodia, ma diventano tasselli di un mosaico letterario che allude alla ricerca di una redenzione impossibile. Successivamente, in «Morph the Cat», l’aura fonica si fa più grave. La figura del gatto gigante che sorvola New York diviene la metafora d’una minaccia invisibile, un riflesso del trauma post-11 settembre filtrato dalla consueta distanza ironica. Il discorso musicale s’interseca con temi quali la mortalità e l’alienazione urbana, dimostrando come Fagen sia un autore predisposto a interrogare il presente senza rinunciare alla propria identità progettuale colta ed elitaria. Il profilo autorale di Fagen si alimenta costantemente della lezione dei poeti della Beat Generation e della prosa di Vladimir Nabokov. Come in «Lolita», la sua scrittura gioca con il non detto, con l’allusione erotica velata e con il sarcasmo verso la borghesia suburbana. Egli non punta mai alla comunicazione diretta, ma preferisce una traiettoria fraseologica che obblighi l’ascoltatore a un esercizio di decodifica. Nel solco di questa tradizione, il gesto creativo si palesa quale atto di resistenza intellettuale contro la banalizzazione del linguaggio pop, rivendicando per la musica leggera una dignità letteraria che s’accosta alla grande narrativa del Novecento.

L’analisi di «Gaucho», del 1980, s’impone quale vertice di un’estetica della sottrazione che trova nell’arte plastica di Donald Judd o Sol LeWitt un corrispettivo visivo di perturbante precisione. In disco, il procedimento di Donald Fagen e Walter Becker rifuggea dalla fluidità del jazz-rock convenzionale per approdare a una fissità vitrea, ove l’impianto compositivo viene scompattato in moduli elementari ripetuti sino al raggiungimento di una purezza quasi ipnotica. Nel solco della scultura minimalista, dove l’oggetto artistico rinuncia alla narrazione per farsi pura presenza spaziale, il disegno acustico di brani quali «Babylon Sisters» o la stessa title-track s’innesta su incastri ritmici di una regolarità millimetrica. Fagen modella il suono tramite l’ausilio di una delle prime versioni del campionatore digitale Wendel, trasformando il battito della batteria in una struttura modulare priva di qualsivoglia oscillazione umana. Tale scelta non mira alla sterilità, ma piuttosto a far affiorare una trama sonora nella quale la micro-variazione diviene l’unico elemento di tensione. Come in una sagoma d’acciaio di Judd, il processo creativo viene dettato dalla reiterazione di elementi identici che, nel loro disporsi lungo l’arco temporale del componimento, generano una spazialità acustica nuova, aliena e monumentale. Il profilo compositivo di «Gaucho» si distingue per un’economia di segni che rimanda direttamente alla poetica del vuoto. Ogni atto esecutivo, che si tratti di un accordo di chitarra di Larry Carlton o di un intervento dei fiati, viene scolpito con una nitidezza che non ammette sfocature. Il processo di registrazione, noto per aver richiesto centinaia di riprese per un singolo frammento, riflette la volontà di eliminare il superfluo, lasciando che la fisionomia del suono emerga nella sua essenza più rarefatta. Questo rigore formale pone in essere un’aura fonica ove il silenzio tra le note acquista una ricchezza esecutiva, agendo come lo spazio negativo in una scultura di Richard Serra. La bellezza del disco risiede proprio in questa tensione tra la complessità delle sostituzioni armoniche – sempre orientate verso colori sonori sofisticati e mai banali – e la rigidità quasi marmorea della loro esposizione. In virtù di tale approccio, l’episodio sonoro cessa di essere una mera successione di eventi per farsi ambiente, orizzonte linguistico entro cui l’ascoltatore viene chiamato a percorrere traiettorie fraseologiche di estrema eleganza. La connessione con le arti visive si evince chiaramente nella gestione delle dinamiche: non vi sono picchi emotivi plateali, bensì un controllo costante che modula il clima sonoro con la freddezza di un progetto architettonico. Fagen, nel suo ruolo di demiurgo armonico, non intende suscitare alla mente immagini bucoliche, ma piuttosto una realtà urbana stilizzata, una geometria timbrica che si segnala per un’onestà costruttiva assoluta, priva di ornamenti inutili. Questa fase della produzione fageniana rappresenta il momento in cui la musica pop s’appropria del rigore delle avanguardie plastiche, dimostrando come la ricerca della perfezione possa condurre a una forma d’arte che, pur essendo musicalmente eloquente, si regge su una logica di sottrazione che ne esalta la potenza espressiva.

Il sodalizio tra Donald Fagen ed Walter Becker si estrinseca al di fuor dai canoni della partnership compositiva tradizionale per assumere una sagomatura bi-facciale, dove le singole individualità si annullano in favore di una mente collettiva superiore. La loro relazione, di natura squisitamente mutualistica, vede la propensione di Fagen per il rigore formale e la melodia di stampo pianistico integrarsi con il sarcasmo tagliente e l’acume armonico di Becker, il quale operava come un correttore di bozze sonoro, incline a distillare l’idea musicale sino alla sua essenza più pura. In seno a questa collaborazione, Becker non ricopriva soltanto il ruolo di chitarrista o bassista, ma agiva quale architetto della tensione. Se Fagen palesava una sensibilità più vicina al solismo jazzistico ed alla costruzione di ampie campate melodiche, Becker introduceva elementi di disturbo e dissonanze calcolate, figlie di una visione del mondo più scettica ed amara. Questo equilibrio instabile ha permesso alla coppia di fuggire la banalità del pop, modellando una scrittura che s’alimentava di riferimenti colti e di un’ironia che potremmo definire quasi letteraria. Il loro andamento sintattico, unico nel panorama del rock degli anni Settanta, si deve proprio alla mutua compensazione: Fagen poneva in essere la struttura, mentre Becker ne verificava la tenuta critica, aggiungendo quelle velature acustiche di sottile inquietudine che caratterizzano capolavori quali «Royal Scam». Il metodo di lavoro dei due artisti si palesava tramite una ricerca spasmodica della perfezione, che spesso li portava a scartare intere sessioni di registrazione eseguite dai più abili turnisti del tempo. Becker fungeva da catalizzatore per le sperimentazioni più audaci di Fagen, coadiuvandolo nel superamento del costrutto convenzionale verso un impianto compositivo di natura modulare. La capacità di far dialogare linguaggi distanti – dal blues più sporco alle raffinatezze del cool jazz – si fondava su un patto di fiducia intellettuale che non ammetteva compromessi esecutivi. Il portato sonoro degli Steely Dan promulga proprio il riflesso delle due personalità complementari. Mentre Fagen curava la geometria timbrica e la precisione dei cori, Becker s’occupava di infondere al brano un’estetica che alludesse costantemente a un disagio esistenziale, tipico della vita metropolitana. Anche nelle fasi di allontanamento, l’impronta linguistica di Becker è rimasta impressa nel procedimento solistico di Fagen, dimostrando come il loro legame non fosse soltanto professionale, ma costituisse un vero e proprio ecosistema creativo. Grazie a questo scambio continuo, la scrittura dei due autori si è elevata a una dignità artistica raramente raggiunta nel secolo scorso, lasciando in eredità una discografia che si connota per una coerenza ed una profondità analitica senza eguali.

Walter Becker & Donald Fagen 1976

L’esegesi della parola fageniana rivela un’architettura letteraria ove la perfezione dell’atomo di cristallo funge da contrasto stridente con il disfacimento morale e civile dell’orizzonte statunitense. Se l’impianto compositivo s’ispira a una nitidezza quasi divina, il tracciato narrativo s’immerge nei detriti d’una società che ha smarrito il proprio centro di gravità, trasformando l’ottimismo della «New Frontier» in una distopia suburbana. In «The Nightfly», il ricorso alla memoria degli anni Cinquanta non deve interpretarsi come un vacuo esercizio di retromania, ma come l’allestimento d’una messinscena cinematografica. Fagen evoca le promesse di un futuro radioso – la città sotto il mare, i treni a levitazione magnetica, l’energia pulita – per mezzo di una lingua satura di speranza, ma lo fa con la consapevolezza di chi abita le macerie di quel medesimo sogno. Il protagonista, asserragliato nel suo studio radiofonico mentre la notte avvolge il paesaggio, incarna la figura dell’intellettuale che, tramite il segnale catodico e la frequenza modulata, tenta di preservare un’innocenza ormai dissolta. Il contrasto tra la pulizia del disegno acustico e l’amarezza del sottotesto crea una tensione che allude alla fine di un’epoca: la modernità non ha portato la redenzione, ma una forma più sofisticata di solitudine. Sulla scorta di una visione nabokoviana, i testi di Fagen esplorano il tramonto del sogno americano attraverso figure di antieroi sconfitti, predatori sessuali malinconici ed esiliati di lusso. In pagine musicali quali «Glamour Profession» o «Babylon Sisters», il benessere materiale si palesa come una prigione dorata. Il sogno si trasforma in un incubo di plastica, ove l’edonismo della California o della New York dei primi anni Ottanta s’accompagna a un senso di morte immanente. L’impiego di una terminologia legata al lusso, alle droghe sintetiche ed al cinismo degli affari non è mai celebrativo, ma funge da bisturi per sezionare un corpo sociale in decomposizione. La precisione millimetrica della sezione fiati e la regolarità del battito percussivo diventano, in questo contesto, la colonna sonora di un automatismo esistenziale privo di vie d’uscita. Nelle opere della maturità, in particolare «Morph the Cat», il tramonto del sogno acquisisce una dimensione ancora più cupa. Il gatto gigante che incombe sulla metropoli si segnala come una metafora della minaccia post-atomica o terroristica, una presenza che altera l’ordine acquisito della quotidianità. Fagen non ricorre mai alla protesta plateale, prediligendo piuttosto un andamento sintattico obliquo, ove la critica politica s’infiltra tra le maglie di un arrangiamento jazzistico. Il sogno americano non s’estingue in un fragore wagneriano, bensì si dissolve nel silenzio di un ufficio climatizzato o nel riflesso di un’auto di lusso che percorre una autostrada deserta verso un futuro che non esiste più.

L’effigie che adorna la copertina di «The Nightfly» non costituisce un mero apparato iconografico, bensì s’identifica quale baricentro mitologico dell’intero progetto solista di Donald Fagen. Il DJ notturno, colto in un bianco e nero di sapore iperrealista, si staglia come l’ultimo custode d’una civiltà elettrica, un sacerdote laico che, dall’oscurità dello studio di registrazione, officia il rito della comunicazione in un’America sospesa tra l’ingenuità e l’apocalisse. Il personaggio ritratto, che lo stesso Fagen interpreta con una distanza recitativa magistrale, trae ispirazione dalle figure reali che hanno modellato la sua adolescenza, quali Symphony Sid o i conduttori della stazione WNEW-FM. Il DJ non accompagna semplicemente l’ascoltatore, ma ne abita la solitudine, trasformando la frequenza radiofonica in un orizzonte linguistico ove il jazz ed il blues diventano strumenti di resistenza culturale. La sigaretta accesa, il giradischi accortamente inquadrato ed il microfono RCA 77-DX non sono semplici feticci d’epoca, ma elementi di una geometria timbrica visiva che rimanda alla precisione con cui Fagen modella ogni singola ambientazione sonora. In seno a questa narrazione, la figura del conduttore incarna la dicotomia tra la claustrofobia dell’ambiente chiuso – il bunker radiofonico – e l’ampiezza infinita del segnale che viaggia nell’etere. Tale condizione rispecchia l’assetto narrativo del disco: un viaggio mnestico che s’articola lungo il confine tra la realtà suburbana ed il sogno tecnologico. Il DJ è colui che distribuisce le speranze della «New Frontier», annunciando treni atomici e stazioni spaziali, mentre l’ombra prodotta dalla lampada da tavolo suggerisce una verità più cupa, legata al clima della Guerra Fredda. Il gesto di posare la testina sul vinile s’eleva ad atto espressivo supremo, un procedimento analogico che cerca di fermare il tempo prima che la catastrofe invisibile si palesi. L’immagine del DJ s’unisce indissolubilmente allo fluire dei brani: come il conduttore seleziona con cura i dischi da trasmettere, così Fagen, nel suo ruolo di regista armonico, dispone ogni colore sonoro per ottenere una nitidezza che non ammetta sbavature. La copertina non illustra il contenuto, ma ne definisce la fisionomia sonora: tersa, controllata, eppure percorsa da una sottile tensione ideale. Lester non è un uomo del passato, bensì un’astrazione dell’intellettuale moderno che, nel solco d’una tecnologia ancora percepita come benevola, interroga il silenzio della notte attendendo una risposta che non giungerà mai. In questa costruzione stratificata tra immagine e suono, Donald Fagen riesce a far emergere il senso profondo del suo percorso: la consapevolezza che ogni comunicazione è, in fondo, un messaggio in bottiglia lanciato in un oceano di frequenze disturbate, un atomo di cristallo che brilla brevemente prima di dissolversi nell’oscurità del mattino.

Sulla scrivania del DJ Lester, in primo piano accanto al giradischi, s’identifica inequivocabilmente la copertina di «Sonny Rollins and the Contemporary Leaders», pubblicato nel 1958 dalla Contemporary Records. La scelta non è casuale: l’album rappresenta uno dei vertici del sassofonismo di Rollins ed è, per ammissione dello stesso Fagen, una degli ascolti prediletti durante la formazione giovanile. La presenza di questo specifico vinile corrobora l’ambientazione temporale del concept (il 1958 è l’anno dell’International Geophysical Year citato in «I.G.Y.») e definisce lil portato mentale del protagonista. Oltre al citato Rollins, il disegno acustico e visivo della copertina s’arricchisce di altri elementi che meritano menzione: il suddetto microfono RCA 77-DX, feticcio della radiodiffusione golden age; il pacchetto di sigarette Chesterfield King, simbolo di un consumo rituale d’altri tempi; un album sull’interfaccia del giradischi che, secondo alcuni esegeti, rimanda a un’edizione della Riverside Records, a sottolineare ulteriormente la curatela timbrica del DJ Lester. È innegabile che anche Joe Jackson, per l’immagine di «Body and Soul» del 1984, sia stato ispirato in modo esplicito ed assoluto alla copertina di «Sonny Rollins, Vol. 2», su Blue Note nel 1957. In quell’occasione, Jackson riproduce fedelmente la postura del sassofonista, il taglio della luce e la fisionomia dello strumento, operando una trasposizione visiva che rimanda alla scultura sonora del jazz classico. L’atteggiamento di Jackson si configura quale tributo plastico a un’opera che ha segnato l’andamento sintattico della sua maturità artistica. Diverso è il tracciato narrativo che s’osserva sulla scrivania del DJ Lester in «The Nightfly». In questo quadro formale, la presenza del vinile di Sonny Rollins («Sonny Rollins and the Contemporary Leaders») non è una citazione della copertina di Jackson, ma un elemento del medesimo orizzonte linguistico. Fagen e Jackson, agendo quasi simultaneamente nei primi anni Ottanta, si appropriano dei simboli della Golden Age del jazz per nobilitare il proprio profilo compositivo. Mentre Joe Jackson modella l’intera grafica della sua copertina sul corpo di Rollins, Fagen inserisce l’album del sassofonista come un oggetto tra gli oggetti, un input visivo che serve a definire il clima sonoro del 1958. Entrambi i musicisti, dunque, si muovono nel solco d’una nostalgia colta, ma con modalità differenti: Jackson s’immedesima nell’icona, cercando una fusione fisica con il mito; Fagen osserva l’icona dall’esterno, utilizzandola come coordinata spazio-temporale per la sua costruzione modulare. Sulla scorta di tali osservazioni, emerge come il tramonto del sogno americano e la ricerca d’una geometria timbrica perfetta abbiano spinto entrambi gli artisti a interrogare i maestri del passato. «Body and Soul» di Jackson ed «The Nightfly» di Fagen si segnalano per un’impronta linguistica che rigetta la banalità del pop coevo, prediligendo piuttosto un prassi procedurale che trova nella lezione di Rollins e dei grandi jazzisti la propria ragion d’essere. In conclusione, Donald Fagen non rappresenta soltanto un musicista versato nella fusione dei generi, ma un vero cesellatore di forme plastiche che ha saputo imporre un codice espressivo unico, trasformando la nostalgia in un’arma di precisione stilistica. Il suo identikit sonoro, formale e sostanziale, rimane un punto di riferimento ineludibile per chiunque intenda la composizione come un atto di responsabilità estetica, una sfida continua alla banalità del già udito.

Donald Fagen

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