Solimene_Ante2

Ne deriva un disco che non pretende di definire un’estetica, ma di evocare un modo di stare nell’hic et nunc del jazz, con un atteggiamento mentale che guarda al presente con la stessa attenzione con cui un narratore osserva i gesti minimi dei suoi personaggi..

// di Francesco Cataldo Verrina //

«Letter To…» si manifesta come una raccolta di elaborati sonori che cambiano come certi dipinti di Klee, dove le forme sembrano respirare e trasformarsi sotto lo sguardo, mentre convivono senza attriti lemmi dell’idioma jazzistico del millennio, impiantandosi tra le meningi di un post-bop multistrato. Il quartetto guidato da Vittorio Solimene modella un lavoro eterodiretto, talvolta sorretto da elementi piuttosto sulfurei, in cui il piano-leader cerca più volte una spalla nel contralto di Lorenzo Simoni, che ne asseconda i voleri, ma non come un paggetto di corte, ma in qualità di socio di maggioranza; mentre in altri frangenti Solimene si affida alle cure della cantante Ava Alami, ospite di riguardo, la quale sembra sprigionare dal sottosuolo armonico un flusso melodico che lambisce i meandri della memoria attraverso un carotaggio emotivo inarrestabile. Altri passaggi dell’album sono puntellati dalla tromba del secondo ospite, Cosimo Boni, che apporta una differente aura fonica, deviando il convoglio verso l’hic et nunc del jazz.

Siamo alle prese con una partitura aperta, nutrita da un modulo espressivo che guarda poco nello specchietto retrovisore e che non rimugina sul latte versato da altri: il mood è simile a quello di certi romanzi di formazione dove la tradizione rimane un sottofondo discreto. Le melodie conservano, e talvolta esibiscono, un lato malinconico e scorrono su impalcature semoventi che ricordano le architetture invisibili di Italo Calvino, che come ponti tibetani collegano emozione e impianto, mantenendosi in bilico tra gesto creativo e definizione compiuta. La compagine comprende, oltre al pianista, il contraltista Lorenzo Simoni il contrabbassista Alessandro Bitzios e il batterista Michele Santoleri, mentre completano il quadro le succitate guest: Ava Alami e Cosimo Boni. Il concept sonoro si dipana sorretto da un battito che spinge in avanti, richiamando la prosa di Virginia Woolf, dove gli eventi non si susseguono per accumulo ma per affioramenti successivi, come onde che portano alla superficie ricordi e frammenti di vita vissuta. Il line-up avanza con passo leggero, tra bop, re-bob e trans-bop, alla medesima stregua degli eroi omerici, lasciando che l’ordito sonoro si distribuisca autonomamente. Non esiste autocompiacimento o virtuosismo eccessivo da parte dei singoli attanti, ma un modulo lineare imperniato sulla spontaneità e sulla fiducia negli scambi collettivi. La musica alterna slanci luminosi e zone più raccolte, come certi acquerelli di Turner dove la luce si dissolve in vapori sottili, introducendo un livello narrativo trattenuto, simile a un romanzo breve di Čechov. Talvolta la scrittura di Solimene sembra evitare la stabilità definitiva di un nucleo gravitazione posto al centro e intono alla figura del band-leader, come se volesse a volte posare lo scettro del comando, al fine di privilegiare una circolazione di idee e di passaggi relazionali che si disperdono e si ricompongono, ricordando le tele di Pollock, dove l’ordine emerge dal movimento.

La bizzarria iniziale contenuta nel titolo dell’opener, «Wishing My Hard Bread Was a Steak» – come dire: Vorrei che il mio pane duro fosse una bistecca – lascia intuire perfino una discreta dose di ironia, dispensando un tema sinuoso, vagamente boppish e dall’aura shorteriana che si caratterizza come un lancio di colore a sprazzi su una tela ancora vuota. Il breve impulso percussivo iniziale ha la funzione di un primo segno grafico, mentre il sassofono di Simoni pennella una linea a base di polvere cosmica che la retroguardia sostiene con discrezione. Quando il contralto si affranca dal tema, la batteria amplia le dinamiche come un pittore che intensifica la pressione del pennello, tanto che l’assolo di Solimene sorprende per l’assertività e l’urgenza del dialogo tra le due mani, simile a un intreccio policromatico. Il procedimento sembra concludersi con un progressivo rallentamento, come un’immagine che sfuma partendo dai margini. «To An Imaginary Friend» prende avvio con un pianoforte che sembra annotare pensieri sparsi, come se stesse sfogliando un quaderno sgualcito di monkiana memoria, in cui ogni accordo friziona con la melodia come un appunto lasciato a margine. L’ingresso di contrabbasso e batteria non interrompe questo clima raccolto, preferisce insinuarsi con una tinta più scura, quasi un’ombra che si allunga sul bordo della pagina. Quando il contralto interviene, il tema si ricompone con naturalezza e si apre un percorso condiviso con Solimene, un tracciato che il pianista sviluppa attraverso accordi larghi e una linea melodica che procede con passo misurato, attraversata da deviazioni armoniche che sembrano interrogare il materiale sonoro più che affermarlo. Il ritorno del sax introduce un dialogo fitto, non teatrale ma intimo, come se i due strumenti stessero cercando un punto di equilibrio dentro una cornice ritmica che li sostiene senza mai sovrastarli, accompagnandoli fino alla chiusura con una delicatezza quasi calligrafica. «The Magic of Empathy» conserva il clima precedente ma accentua la tensione, come un quadro di Goya dove la luce si addensa. Simoni costruisce fraseggi serrati ed ascendenti di scuola coltraniana, mentre tra sax e pianoforte si avviluppano in una spirale da cui non è facile liberarsi «Farewell» introduce la voce della Alami in un breve percorso cantato che aggiunge una nota agrodolce, simile a una miniatura poetica. «To the Nephews» si apre con un accenno di abrasività pianistica da parte di Solimene, assecondato dal sassofono e dalla retroguardia ritmica. Il portato melodico, vagamente aggrinzito, ricorda certe atmosfere monkish, assumendo le sembianze di una ballata quasi soulful impostata su poche note reiterate, alle quali il contrabbasso aggiunge un assolo da manuale, prima che pianoforte e sassofono tornino a farsi promesse per l’eternità.

«Coincidences» si presenta come una pagina musicale che avanza con la calma di un acquerello steso per velature successive, dove ogni gesto strumentale sembra depositarsi con naturalezza. Il pianoforte e il sax procedono come due tratti vergati su carta ruvida, distinti ma capaci di richiamarsi a distanza, mentre la batteria interviene con un tocco che ricorda la delicatezza di certi studi grafici preparatori. Il contrabbasso di Bitzios introduce una linea più materica, quasi una pennellata più densa che dà corpo all’intero quadro sonoro. L’evoluzione del brano non segue un percorso lineare, preferisce invece disporsi per aperture improvvise, come se la musica cercasse continuamente nuovi punti di appoggio, lasciando emergere una forma che si definisce solo nel suo stesso procedere. Ne deriva un episodio che invita all’ascolto attento, perché ogni dettaglio sembra nascere da un equilibrio fragile, simile a quei dipinti in cui la composizione si rivela solo quando l’occhio accetta di soffermarsi sui passaggi più minuti. «Wind Mountain» richiama una tradizione più ampia, con echi alla fusion leggera e allo smooth jazz. Il lavoro di tessitura fornito dai sodali risulta efficace, al punto da liberare Solimene dalle catene del post-bop: la sua azione centrifuga risulta alquanto convincente. «To An Unsung Hero» suggella il percorso con la calma di un canto crepuscolare, come se la musica avesse deciso di raccogliere gli ultimi frammenti di luce prima che la scena potesse svanire. Il rullante procede con un passo regolare, quasi un respiro trattenuto, mentre il sax disegna una linea che sembra emergere da un chiaroscuro profondo, simile a quei volti che Rembrandt lasciava affiorare dall’ombra con un gesto minimo ma decisivo. Il pianoforte interviene con poche note, scelte con cura, come se volesse custodire un ricordo senza pronunciarlo del tutto. Ne nasce un commiato che non cerca effetti, ma preferisce invece affidarsi alla delicatezza dei dettagli, lasciando che l’ultima immagine sonora rimanga sospesa nella memoria dell’ascoltatore come un pensiero che continua a vibrare anche dopo il silenzio.

L’album si conforma così con la fisionomia di un quaderno di appunti scritto a più mani, ed a mono libera, come se ogni musicista depositasse sulla pagina un segno distinto, simile alle annotazioni rapide che si trovano ai margini dei taccuini di certi pittori-viaggiatori dell’Ottocento. La musica non cerca un centro né un percorso lineare, preferisce invece disporsi come una costellazione di frammenti che si illuminano a vicenda, secondo una logica più affine alla scrittura aforistica che alla costruzione formale. «Letter To…» procede così, per lampi e risonanze, lasciando emergere un pensiero musicale che si evolve per accostamenti inattesi. Il quartetto non impone una direzione, preferisce suggerire traiettorie, aprire varchi e lasciare che l’ascoltatore ricomponga il disegno complessivo. Ne deriva un disco che non pretende di definire un’estetica, ma di evocare un modo di stare nell’hic et nunc del jazz, con un atteggiamento mentale che guarda al presente con la stessa attenzione con cui un narratore osserva i gesti minimi dei suoi personaggi. In questo senso l’opera di Solimene si offre come un invito alla lettura lenta, alla contemplazione dei dettagli, alla percezione di ciò che accade tra le note, dove spesso si annida la parte più eloquente del discorso musicale.

Vittorio Solimene

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