Lucia Filaci | Vittorio Cuculo con «A due voci»: due identità in un’unica forma sonora (Alfa Music, 2025)
Memorie, pensieri e percezioni scorrono come pigmenti liquidi che si mescolano, si allontanano e si ritrovano, fino a dissolversi nell’eco dell’ultimo residuo vibratorio. Un’opera che rifugge le etichette e privilegia i legami, ossia un incontro che diventa canto condiviso.
// di Francesco Cataldo Verrina //
A due voci» segna una tappa decisiva nel cammino di Lucia Filaci e Vittorio Cuculo, vincitori della categoria jazz di LAZIOsound 2025. Dopo esperienze individuali già consolidate, i due interpreti scelgono di condividere un territorio comune, dove la dualità smette di coincidere con il ripiegamento interiore e diventa occasione per ampliare l’orizzonte, accogliere l’altro ed implementare una sintassi condivisa. Il lavoro nasce da questo impulso: un luogo in cui ideazione, indagine e palcoscenico convergono, sostenuti dalla convinzione che l’arte dei suoni rappresenti innanzitutto uno spazio di crescita reciproca.
Il lessico afroamericano resta matrice riconoscibile, ma si dilata verso suggestioni provenienti dall’area pop, da certa scuola autoriale italiana e da una sensibilità narrativa che rende ogni segmento musicale un frammento di racconto. Nessuna citazione di maniera, nessun omaggio decorativo: piuttosto un modo di abitare l’eredità stilistica per rinnovarla dall’interno, lasciando che il rapporto umano e la complicità timbrica diventino il nucleo pulsante dell’intero disegno. Voce e sassofono non si limitano a un dialogo prevedibile: si cercano, si urtano, si rispondono con una vitalità che rifiuta percorsi scontati. Lucia Filaci conserva il filo con la canzone e con l’improvvisazione jazzistica, ma li attraversa con una libertà evidente nei testi originali in italiano, nella vocalità cangiante, nelle inflessioni soul, nelle aperture più intimistiche e liriche. Il canto diventa identità, narrazione e gesto plastico che cambia forma senza perdere ancoraggio. Vittorio Cuculo lavora sul timbro come gesto di relazione: l’ancia non svolge un ruolo subordinato, ma orienta, accoglie, rilancia. Ciascuna frase sembra nascere da un ascolto profondo del canto, ma afferma al tempo stesso una necessità autonoma, una direttrice precisa. Ne scaturisce un ordito in continua metamorfosi.
Accanto ai due protagonisti, l’organico formato da Giuseppe Sacchi (pianoforte, Rhodes, tastiere), Giordano Panizza (contrabbasso e basso elettrico) e Gian Marco De Nisi (batteria) evita ogni funzione puramente accompagnatoria: partecipa alla definizione del paesaggio timbrico, scolpendo dinamiche, densità, colori. Le soluzioni d’insieme seguono una procedura coerente e fluida, capace di sostenere le esigenze espressive dei solisti lungo una successione di episodi in progressiva trasformazione. Il percorso sonoro prende avvio da un ambito marcatamente acustico, vicino a stilemi più tradizionali, per poi mutare gradualmente. Le prime atmosfere raccolte lasciano spazio alle sfumature elettroniche, dove il tessuto timbrico si infittisce e il battito ritmico assume un peso diverso. L’itinerario culmina nella pagina conclusiva in cui l’elettronica assume un ruolo centrale e il canto stesso si arricchisce di trattamenti, filtraggi ed effetti. In questo epilogo Filaci e Cuculo spingono la loro esplorazione oltre i consueti perimetri, in cui emissione lirica, vibrazioni sintetiche e flessuose irruzioni di sax si avvitano in una forma aperta, mobile e rischiosa nel senso migliore.
«A due voci» espone subito un incontro al vertice tra timbro vocale e ancia: un’esposizione breve, luminosa, in cui le due linee si misurano, si sfiorano, definendo un territorio condiviso. «Aria» dilata quell’impulso iniziale con un andamento più disteso: il canto si adagia su armonie morbide, mentre il sax disegna curve che sembrano nascere da un ascolto attento, quasi confidenziale. In «Notte» il tempo si allunga, le ombre diventano parte integrante del quadro sonoro, il pianoforte scolpisce chiaroscuri e il fiato interviene con frasi che sembrano venire da una zona più nascosta, meditativa. Con «Non sense» l’energia cambia direzione: pulsazione agile, gioco sul testo, leggerezza controllata; la linea vocale si diverte a spiazzare, mentre lo strumento a fiato risponde con interventi nervosi, a tratti ironici. «Fra ragione e sentimento» riporta tutto in uno spazio più raccolto: melodia elegante, sostegno discreto del contrabbasso, percussioni misurate che modellano un passo soffice, lasciando emergere ogni sfumatura emotiva. In «Che confusione» la tavolozza timbrica si arricchisce di componenti elettroniche: tessiture più dense, colori nuovi, trattamento del suono che avvolge il canto, con Cuculo pronto a muoversi dentro questo scenario con naturale flessibilità. «Che caffè» assume una dimensione quasi narrativa: gusto per il dettaglio quotidiano, leggerezza ritmica, parola che racconta con ironia mentre il commento strumentale resta rapido, incisivo, mai invasivo. «Il ritmo» sposta l’attenzione sulla percussione, sulla scorta di una struttura dinamica, tastiere che dialogano con il contrabbasso e accenti che sostengono una impinto tematico più fisico, ideale per ospitare sinuosi interventi del sassofono. La conclusione con «Mi metto nella musica» porta tutto su un piano ancora diverso con l’elettronica in primo piano, con trattamenti sulla voce di Lucia, mentre l’ancia che scivola dentro masse sonore mutevoli; l’ensemble costruisce una zona quasi liquida, in cui identità e confini si fanno più incerti, lasciando la sensazione di un viaggio che continua oltre l’ultima nota. «A due voci» sancisce così un lavoro raffinato e avvolgente, costruito con attenzione congiunta al verbo ed al suono, sempre vicino alla sensibilità di chi ascolta. Memorie, pensieri, percezioni scorrono come pigmenti liquidi che si mescolano, si allontanano e si ritrovano, fino a dissolversi nell’eco dell’ultimo residuo vibratorio. Un’opera che rifugge le etichette e privilegia i legami, ossia un incontro che diventa canto condiviso.

