Alessandro Collina, l’altra metà di New Way. Intervista al pianista ligure sul nuovo disco
Travel Collective
di Guido Michelone
Nativo di Albenga, dove tuttora risiede, ma cittadino del mondo, Alessandro Collina vive il paradosso come tanti altri veri artisti di essere più famoso all’estero che in patria. Ciò non toighlie che tuttavia negli ultimissimi anni sia molto presente sul territorio nell’organizzazione del jazz festival nella città natale e nel primo e al momento univo tributo jazz a Vasco Rossi, anche se è proprio con il nuovo disco New Way ad avere su di sé puntati i riflettori della critica musicale, trattandosi di un lavoro assai meritevole, che egli stesso illustra in quest’intervista apposita per Doppio Jazz.
D Alessandro, parlaci anzitutto della nascita di un disco come New Way e del gruppo Travel Collective?
R “New Way” nasce in seguito al primo album di brani originali scritti da me e Marco Vezzoso, dal titolo “Travel” e, soprattutto, anche spinti a proseguire quest’esperienza compositiva da Trilok Gurtu, padre della World Music, che ha partecipato all’album “Travel”, proprio perché trovava molto originale e interessante quel tipo di scrittura e con Marco abbiamo inteso procedere e soprattutto continuare anche nella ricerca di sonorità straniere, lontane dal contesto europeo e occidentale. È da lì che nasce l’idea del “Travel Collective” e del fatto che abbiamo registrato con una ritmica fissa che sono Andrea Marchesini alla batteria e percussioni e soprattutto Dominique Di Piazza, che era già presente in “Travel”, al basso elettrico, ai quali si sono aggiunti numerosi artisti anche di Paesi e di estrazione diverse, dall’oud della Tunisia, al violino e alle tabla dell’India, e così pure questo giovane chitarrista Kevin Saura (?), francese, molto talentuoso e anche la presenza di Cecilia Barra, giovane cantante italiana.
D Cos’è musicalmente “New Way”
R Per “New Way”, come già da titolo, con Marco, senza voler peccare di presunzione, abbiamo pensato di voler indicare delle nuove vie nella musica strumentale. Non abbiamo inventato l’acqua calda, però, allo stesso tempo, sentiamo che in un’epoca come questa è possibile raggiungere velocemente, grazie alla tecnologia, altri musicisti e altre sonorità e farle proprie, quindi condividere insieme delle nuove sonorità all’interno di composizioni originali, che di fondo e l’obiettivo di questo disco. Pur partendo da una base di esperienza compositiva a quattro mani, dove io curo di più la parte armonica e Marco la parte melodica, poi ragioniamo insieme anche con Andrea Marchesini sulla parte ritmica, nascono queste nuove sonorità. Ripeto, non abbiamo inventato nulla di nuovo, però penso che sia il momento storico di sperimentare il più possibile più nella ricerca di nuove contaminazioni e guardare al di fuori del contesto europeo, per poter arricchire il linguaggio nostrano.
D Hai qualche aneddoto legato alle registrazioni di uno o più brani?
R Nel nostro disco “New Way”, ci sono due brani che hanno origini particolari, a differenza degli altri che richiamano nomi di città legati al nostro Travel Collective. Il primo brano è “Juric Kerpatenko”, l’unico brano cantato nel disco. Questa composizione è dedicata al direttore d’orchestra ucraino di Cherson, che si rifiutò di dirigere le musiche dell’avventura concertistica dopo l’avvenuta presa della sua città da parte dei russi e fu successivamente ucciso. La notizia ci colpì profondamente, considerando il momento storico difficile che stiamo vivendo. Abbiamo sentito il dovere di dedicare questo brano, coinvolgendo la giovane e promettente cantante e compositrice Cecilia Barra, che ha accettato di partecipare al progetto, scrivendo e registrando il testo. Il secondo brano è “Kyoto Flowers”, ispirato al nostro viaggio a Kyoto, Giappone. Questo trequarti melodico richiama un capogiro, riflettendo la sensazione che abbiamo provato osservando donne giapponesi locali vestite con kimono tradizionale nel bellissimo parco con antichi templi. Quello che ha creato una sensazione strana, è stato vedere quest’ultime estrarre l’iPhone dalla tasca, unendo un ambiente di antichità alla tecnologia attuale.
D Facciamo un passo indietro: chi è Alessandro Collina?
R Questa è una domanda molto difficile. Mi ritengo una persona fortunata perché nella vita ho potuto fare quello che mi piaceva di più e questo grazie alla mia famiglia che mi ha sempre sostenuto, ma devo tornare alle radici più profonde perché provengo da una famiglia di musicisti, mio nonno era un violinista in quel di Alassio. Mia nonna diceva che mio nonno viaggiava tra due smoking e il pigiama perché la sua giornata era legata a questa attività musicale quindi questo è il contesto dove ho vissuto e ho avuto anche due zii che mi hanno fatto apprezzare la musica fin da piccolo. Di tutti i nipoti sono quello che ha resistito al solfeggio e ringrazio ancora adesso di averlo fatto consiglio agli studenti attuali di non tagliare le tappe ma di fare quello che c’è da fare altrimenti la musica si svuota mentre è bene cercare di non porre limiti alle letture e anzi avere una grande base teorica. Poi con sanatorio in Italia, io ho avuto la fortuna di poter lavorare con due maestri Bonino e Trabucco di Genova, delle menti che hanno saputo cogliere che il mio obiettivo non era la musica classica e mi hanno aiutato a crescere sia tecnicamente che da un punto di vista della qualità del suono e per questo ne sarò debitore per sempre.
D Come definiresti il tuo percorso musicale?Quali le tappe più significative?
R Sicuramente dopo gli studi in conservatorio, il passaggio al Conservatorio francese, poter prendere il diploma il conservatorio di Nizza dove ho trovato un ambiente di altissimo profilo, di altissimo livello, teniamo conto che il dipartimento di jazz a Nizza esisteva già da fine anni ’60, quindi una capacità di trasferire conoscenza, dar la possibilità ai giovani studenti di suonare era un po’ quello che sognavo. In Italia si faticava ancora, cioè eravamo in una fase iniziale dei conservatori, c’era ancora un insegnante all’interno dei conservatori che doveva trattare tutti i vari strumenti e le varie materie, cosa che invece non ho trovato in Francia, dove c’erano più insegnanti e articolazioni delle materie. La seconda esperienza importante invece in Italia nello stesso periodo frequentavo la “Big Band” di Giampaolo Casati che devo veramente ringraziare, perché quest’esperienza in quella fase iniziale mi ha permesso di conoscere altri musicisti. Oltre ad essere stato un grande didatta, ha proprio creduto nei musicisti, perché in diversi abbiamo frequentato la “Big Band”, mi piace citare ad esempio il batterista Rodolfo Cervetto, con il quale abbiamo fatto altre cose dopo insieme ma anche lui sta avendo una brillante carriera. Un altro momento significativo, grazie a Giampaolo Casati, è stato l’incontro con Paul Jeffrey, che è stato l’ultimo sassofonista di Thelonious Monk, una delle ultime grandi figure storiche del jazz americano, e quindi il fatto di aver potuto poi suonare con lui dal 2006 fino al 2010 è stata una grandissima esperienza. Il problema è stata poi la sua età che non gli ha permesso di proseguire per venire in Europa, ma in quegli anni, dal 2006 al 2010 abbiamo girato moltissimo, sia in Italia che in Francia e un po’ anche altre parti d’Europa. Poter stare a contatto con una personalità di questo tipo è stato veramente un arricchimento incredibile, sentir parlare dei grandi, ad esempio lui ogni giorno era al telefono con Sonny Rollins; quindi, potete capire anche il livello con il quale ti metteva subito in comunicazione o potevi sapere cose, diciamo così, del gotha del jazz americano del tempo e del passato, perché Jeffrey, oltre ad essere stato l’ultimo sassofonista di Monk, ha fatto veramente tantissime altre cose. Jeffrey è stato l’incontro più significativo. Dopo ho avuto anche il piacere di conoscere i fratelli di Michel Petrucciani e, a dieci anni dalla morte di Michel, loro mi hanno chiesto di partecipare a questo progetto in cui abbiamo portato per un tour molto lungo in tutta Italia la musica di Michel. Per me questo è stato un grande onore, perché io non mi ritengo assolutamente un virtuoso del pianoforte, però il riscontro sulla sua musica e l’amicizia con Philippe e Louis, che ringrazierò sempre, hanno permesso di potere attuare questo progetto, e questa è stata davvero un’esperienza incredibile.
D Possiamo parlare di te come jazzman? Ha ancora un senso oggi la parola jazz?
R Assolutamente sì. Anche perché proprio nel periodo in cui ho avuto modo di suonare con Paul Jeffrey, mi sono reso conto anche di quello che stavo cercando io, cioè volevo suonare questa musica, volevo esprimermi in maniera libera. Non ho nulla di cui vergognarmi, ma in passato, a 14/15 anni facevo musica da ballo o comunque piano bar, anche perché era una forma per potermi pagare le mie uscite o quant’altro, cioè sostenermi, ecco. Quindi il fatto che poi a un certo punto ho avuto la possibilità di sostenermi con la musica, ma di potermi esprimere in modo libero, mi ha fatto capire quanto era importante quello che stavo facendo per me. E poi anche il fatto di rendermi conto che il jazzman ha anche un po’ una mission, o meglio, io mi sento proprio in una posizione di continua ricerca, perché la musica non può fermarsi a uno stato definitivo, ma è fondamentale proprio questa ricerca e il jazz è proprio matrice di questa ricerca. Anche parlando con musicisti che hanno vissuto in anni difficili, musicisti afroamericani, il concetto di libertà è un concetto forte nel jazz e se manca quello, il jazz non ha più senso, se non c’è una ricerca di novità sempre all’interno in un contesto di libertà,
D E si può parlare di ‘jazz italiano’? Esiste qualcosa di definibile come ‘jazz italiano’?
R Del jazz italiano io ne ho avuto consapevolezza nel momento in cui ho cominciato a viaggiare con Marco soprattutto in Oriente, perché ti rendi conto di come la componente melodica della nostra musica italiana viene fortemente apprezzata nei paesi orientali, è per quello che abbiamo anche cercato di scrivere, di proporre dei progetti, soprattutto, ad esempio, per quanto riguarda la vena di italian spirit, quindi riproporre delle melodie italiane in chiave strumentale cercando proprio anche di focalizzarci sull’aspetto melodico, che è caratteristica fondamentale della musica italiana. A volte noi non ci rendiamo conto del patrimonio legato all’origine della nostra melodia, quindi al melodramma, e come invece questa materia sia fortemente apprezzata e conosciuta all’estero. Quindi sì, c’è una matrice di jazz italiano e c’è motivo di sostenerla e soprattutto di farla conoscere fuori dall’Italia.
D Cosa distingue l’approccio al jazz di americani e afroamericani da noi europei?
R Alla luce dell’esperienza con Paul Jeffrey, sicuramente quella è stata una grande scuola, perché mi sono reso conto che c’è molta serietà nel fare le cose, non che in Italia non ci sia o in Europa non ci sia, però quando collabori con un artista americano ti rendi subito conto di quello che è il livello di richiesta, di intensità di lavoro, quindi dalle prove, dalla precisione nell’esecuzione dei temi, dalla cura dei particolari, nel non trascurare nessuna minima cosa. Queste cose io le ho imparate proprio grazie all’esperienza con Paul Jeffrey, nulla lasciato al caso, l’energia, non c’era mai pausa nelle prove. Le prove potevano durare anche intere ore e ci si dimenticava pure di andare a pranzo o a cena, perché in quel momento lì era più importante stare su una cosa e finirla. Queste cose, a volte, devo esser sincero, nelle prove in Italia il richiamo, ad esempio, del pasto, della cena, è un po’ più forte. Però devo dire che nello stesso tempo mi è capitato in diversi progetti di sentire quella medesima energia. Ormai c’è stato un travaso dell’esperienza americana afroamericana anche in Europa e proprio grazie anche a certe scuole importanti, penso anche a certi conservatori, penso all’esperienza attuale della (?) in Valencia, ma quelli passati del conservatorio di Amsterdam, dove tanti americani sono venuti e quindi hanno anche insegnato un modo di lavorare, di approcciarsi alla musica e alla serietà, soprattutto un atteggiamento molto serio, direi che ormai si viaggia in genere, a meno che appunto non si trovino dei musicisti un po’ “lazy people”, diciamo sulla stessa linea.
D Il jazz deve parlare, attraverso i suoni, di temi sociali, politici, ambientali, filosofici?
R Secondo me sì. L’abbiamo dimostrato in “New Way” con “Kerpatenko”, perché non mi sembra giusto vivere in un mondo dorato, in un mondo che non è reale. Questo è la nostra idea, mia e di Marco. Quindi il fatto di vivere anche in questo momento storico, che non è particolarmente sereno e felice, il musicista deve trovare spazio e modo di poter parlare e di cercare di rendere più consapevoli all’argomento più persone, anzi spronare a che se ne parli, a che si mantenga viva l’attenzione nei confronti di quelle che sono cose che non si deve far finta di niente o dire “tanto è un po’ più in là, il problema non mi riguarda”. Quando c’è stato da dare nome al brano di Kerpatenko, io e Marco abbiam pensato ad esempio esperienza di Miles Davis, quando ha intitolato un brano a Tutu e quindi è giusto prender posizione, con la consapevolezza che questo deve far sì che le persone ne possano parlare e capire meglio qual è il problema.
D Come vivi il jazz in Italia anche in rapporto alle tue esperienze sul territorio?
R Diciamo che in Italia ci sono tantissimi musicisti e devo dire che la cosa più importante è che anche l’attività dei conservatori è finalmente cresciuta, e quindi ci sono tantissimi ragazzi talentuosi. Forse mancano ancora gli spazi, nel senso che seppur ci sono tantissime belle realtà, io, ad esempio, collaboro da anni con l’associazione de “Le Rapalline in jazz” di Albenga e si è potuta creare una bellissima realtà di un bellissimo festival estivo, ma la stessa cosa mi piacerebbe vederla sfociare in più città e in più paesi, cosa che vedo solitamente a me capita di lavorare anche molto in Francia, ed è una cosa più normale. In Italia purtroppo secondo me siamo ancora un po’ indietro sulla possibilità di dare spazio a giovani musicisti o a progetti importanti di esibirsi, e c’è sempre un po’ quella paura da parte degli organizzatori a volere anche allargare la cerchia di musicisti, senza nulla togliere ai nomi celebrati, ci mancherebbe, però mi accorgo che all’estero, anche parlando appunto dell’Oriente, c’è una maggiore curiosità da parte del pubblico. Questo consente agli organizzatori di proporre cose diverse, alternative magari anche sconosciute, che però possono indurre a curiosità. In Italia forse manca ancora un po’ questa cosa nell’ambito del jazz, pur avendo adesso dei giovani veramente in gamba, preparati, che hanno delle idee molto interessanti e sarebbe giusto anche creare delle condizioni e degli spazi maggiori per potersi esibire, non necessariamente solo in concorsi.
D Cosa pensi dell’attuale situazione in cui versa la cultura italiana (di cui il jazz ovviamente fa parte da anni
R La situazione in Italia è quello che dicevo già prima, cioè il fatto che l’Italia è anche da un punto di vista legislativo un po’ indietro, capisco che può dar sempre fastidio perché i cugini francesi son visti sempre un po’ come la famosa canzone di Bartali di Paolo Conte, ma in realtà i cugini francesi, da questo punto di vista, sono sicuramente molto più avanti l’importanza e il peso che ha la cultura dal punto di vista sociale è riconosciuto in maniera forte. Io mi ricordo tanti anni fa quando andavo a suonare anche diciamo in semplici contesti più di intrattenimento ma sempre jazzistico, venivo accolto come un musicista che fa la professione di musicista. Ecco, in Italia mi sembra sempre un po’ di vedere un’accoglienza un po’ come dire “ma sì, fai ANCHE il musicista”, nel senso che c’è ancora un po’ di approssimazione nel riconoscimento della categoria e anche nell’organizzazione, cioè come dicevo prima che ci dovrebbero essere più spazi, più possibilità di organizzare piccoli festival, eventi in cui si possano anche ascoltare progetti che magari non sono ancora mediatizzati ma ne vale la pena. Anche perché il jazz nasce così, se si pensa appunto all’origine del jazz è una musica che nasce da radici povere, quindi non è necessario avere un palco Sanremese, anche se mi permetto di dire che a Sanremo c’è stato uno dei più importanti festival del jazz dove sono passati nomi storici nel passato.

