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Più che sull’esibizione virtuosistica, Riccardo Zorzi fonda il proprio esordio discografico sulla qualità dell’ascolto reciproco e sulla fiducia accordata alla dimensione collettiva del fare musica.

// di Cinico Bertallot //

Esistono opere prime che cercano di impressionare per complessità tecnica e altre che preferiscono affidarsi alla sincerità del pensiero musicale. «Songs for My Daughter» appartiene con convinzione alla seconda categoria, poiché Riccardo Zorzi trasforma un’esperienza profondamente personale in una riflessione compositiva che rifugge ogni compiacimento autobiografico. La nascita della figlia non alimenta un racconto sentimentale, quanto piuttosto diviene il principio generatore di sei episodi sonori in cui memoria, contemplazione e improvvisazione convivono secondo un equilibrio formale sempre sorvegliato.

La formazione del musicista veneto, maturata tra la disciplina della percussione classica e gli studi jazzistici, riaffiora senza ostentazione. Walter Calloni, Saverio Tasca e Mauro Beggio rappresentano riferimenti differenti, assimilati all’interno di una scrittura che evita accuratamente qualsiasi esercizio di stile. L’energia della fusion, la libertà lessicale del free jazz e una sensibilità melodica mai sacrificata convivono in un linguaggio personale, sorretto da un saldo controllo della forma e da una chiara consapevolezza della funzione narrativa dell’improvvisazione. L’aspetto più interessante del progetto risiede tuttavia nella natura stessa dell’ensemble. Affidare la guida del pianoforte trio a un batterista modifica inevitabilmente la distribuzione delle forze interne, sottraendo il pianoforte alla tradizionale centralità gerarchica. Il ritmo non svolge una semplice funzione propulsiva, ma orienta lo sviluppo della materia musicale, determina la respirazione collettiva e suggerisce continue variazioni prospettiche. Ne deriva un dialogo nel quale nessuno strumento assume stabilmente il ruolo di protagonista, mentre ogni intervento contribuisce alla costruzione di un organismo sonoro governato da un’evidente prassi relazionale. In tale prospettiva, Paolo Corsini e Marco Vavassori non rappresentano semplicemente due accompagnatori di lusso. Il loro contributo alimenta una conversazione musicale maturata nel tempo, sostenuta da una conoscenza reciproca che permette alle idee di svilupparsi con naturalezza e senza irrigidimenti formali. Il pianoforte alterna momenti di nitida definizione armonica ad aperture di maggiore libertà espressiva, mentre il contrabbasso consolida l’equilibrio dell’intero impianto mediante una presenza costante, flessibile e musicalmente eloquente. L’intesa fra i tre interpreti costituisce probabilmente il risultato più convincente dell’intero lavoro, poiché rende credibile ogni deviazione improvvisativa senza compromettere la coerenza complessiva del discorso.

La successione dei titoli sancisce un itinerario emotivo più che descrittivo. «Febbraio», «Lulù», «After Coffee», «Nostalgia», «Pablo & Morpheus» e «Principato D.N.S.» non raccontano episodi in senso narrativo, ma piuttosto delimitano differenti stati percettivi, quasi pagine di un diario sonoro nelle quali la scrittura lascia costantemente spazio all’imprevedibilità dell’interazione collettiva. L’improvvisazione non interrompe il progetto compositivo, al contrario ne costituisce il naturale prolungamento, secondo una concezione nella quale l’atto creativo continua a definirsi nel momento stesso dell’esecuzione. Più che sull’esibizione virtuosistica, Riccardo Zorzi fonda dunque il proprio esordio discografico sulla qualità dell’ascolto reciproco e sulla fiducia accordata alla dimensione collettiva del fare musica. Proprio questa scelta conferisce a «Songs for My Daughter» una fisionomia riconoscibile nel panorama del jazz italiano contemporaneo, suggerendo la presenza di un autore interessato non tanto alla ricerca dell’effetto quanto alla costruzione paziente di un linguaggio destinato a maturare ulteriormente negli sviluppi futuri.

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