Umbria Jazz 1988: Wayne Shorter e Carlos Santana a Perugia
Wayne Shorter & Carlos Santana
La trama sonora prodotta dai due solisti non si sviluppò secondo i canoni della tradizionale alternanza tra solista e accompagnamento, ma si dispensò mediante una costante e ricca sovrapposizione timbrica, in cui le differenti fisionomie espressive trovavano un punto di feconda convergenza.
// di Francesco Cataldo Verrina //
La fine degli anni Ottanta impone a Umbria Jazz una fisionomia spettacolare del tutto inedita, orientata verso la contaminazione stilistica e l’ibridazione con i vari linguaggi della popular music. L’edizione del 1988 si connotò quale laboratorio di questa transizione estetica, inaugurando un’apertura multidisciplinare che accostava la severità del jazz ortodosso alle suggestioni del tropicalismo di Milton Nascimento, sino alle celebrazioni del cinema d’autore con l’anteprima della pellicola «Bird» di Clint Eastwood. Il festival sperimentava una definitiva maturazione industriale e logistica, trasferendo i grandi eventi di richiamo planetario entro le ampie strutture dello Stadio Curi di Perugia, un’ambientazione idonea a contenere l’afflusso di una massa intergenerazionale ormai slegata dalle vecchie militanze politiche e desiderosa di una fruizione spettacolare di alto profilo.
All’interno di questo scenario di forte rinnovamento formale si collocò l’incontro estemporaneo tra Wayne Shorter e Carlos Santana, un sodalizio concepito non già per assecondare stili commerciali, ma per rievocare le storiche intuizioni elettriche dei disciolti Weather Report. Supportata da una formazione d’eccezione in cui spiccavano le tastiere di Patrice Rushen e il basso di Alphonso Johnson, la coppia di solisti instaurò sul palcoscenico perugino una dialettica acustica di notevole intensità espressiva. Shorter rifuggì ogni rigido automatismo formale, evitando di appiattirsi sulle progressioni chitarristiche tipiche del rock-latino, ma inserendosi piuttosto negli spazi armonici mediante repentine accensioni al sassofono soprano e al tenore, frammentando la fluidità ritmica con micro-cellule intervallari dal forte rigore costruttivo. L’andamento sintattico del concerto svelò una prassi basata sulla parità del dialogo espressivo, dove i classici del repertorio santaniano e i nuovi componimenti si convertirono in terreni di pura sperimentazione timbrica. La velatura acustica prodotta dal gruppo unì la densità delle percussioni afrocubane alle raffinate geometrie modali apprese da Shorter alla scuola davisiana, offrendo alla critica più avveduta il resoconto di una performance lontana da stili autocelebrativi. L’evento del 1988 dimostrò in ultima analisi la straordinaria padronanza del sassofonista nel rimodulare il proprio tratto espressivo in contesti eterogenei, confermando come Umbria Jazz fosse ormai divenuta il crocevia ideale per una ridefinizione dei confini tra la musica d’arte e lo spettacolo di massa.
Come accennato, la logica costruttiva del confronto solistico tra la chitarra di Carlos Santana e il sassofono di Wayne Shorter nello scenario perugino del 1988 si resse su una rigorosa e complementare ripartizione dei ruoli espressivi, evitando la trappola della sterile esibizione virtuosistica. La trama sonora prodotta dai due solisti non si sviluppò secondo i canoni della tradizionale alternanza tra solista e accompagnamento, ma si dispensò mediante una costante e ricca sovrapposizione timbrica, in cui le differenti fisionomie espressive trovavano un punto di feconda convergenza. Carlos Santana impiegò il proprio strumento facendo leva su una spiccata linearità melodica, caratterizzata da suoni saturi, prolungati e da un andamento sintattico fortemente radicato nel lirismo blues e nel vigore cinetico del rock-latino. A questa estetica calda, esuberante e percussiva, Shorter oppose un codice linguistico di matrice speculativa e cerebrale, muovendosi con accorta sensibilità all’interno delle maglie armoniche stese dalle tastiere. Il sassofonista alternò il tenore e il soprano non già per assecondare il flusso tematico impresso dalla chitarra, quanto per incrinare la regolarità dei riff tramite improvvise scomposizioni modali, frammenti intervallari asimmetrici e vertiginosi squarci nel registro sovracuto. L’equilibrio sintattico del dialogo si manifestò con particolare evidenza in episodi storici del repertorio comune, laddove la chitarra fungeva da solido vettore tematico e il sassofono interveniva quale elemento di pura perturbazione acustica. Nelle geometrie strutturali più complesse, Shorter frammentò l’ordine genetico del discorso melodico, inserendosi negli spazi lasciati liberi dalle pause di Santana con micro-cellule motiviche di assoluto rigore costruttivo, apprese nel solco dell’insegnamento davisiano. La punteggiatura acustica si contraddistinse per un contrappunto cangiante e stratificato, in cui la tensione ritmica generata dalle percussioni afrocubane venne canalizzata e nobilitata dalla sapienza armonica del sassofonista. La peculiare interazione dimostrò la straordinaria padronanza di entrambi i musicisti nel far dialogare mondi espressivi apparentemente distanti, offrendo alla critica post-moderna il saggio di un’architettura sonora in cui l’immediatezza emotiva del rock si annodava organicamente alla speculazione formale del jazz contemporaneo.
Il dibattito critico scaturito dall’esibizione allo Stadio Curi nel luglio del 1988 si focalizzò precisamente su questa complessa transizione estetica. La stampa locale, pur riconoscendo l’eccezionalità dell’evento, mise in luce la disparità formale tra i due solisti, rilevando come la chitarra elettrica finisse ciclicamente per essere spinta fuori strada da una innata tendenza a semplificare in chiave di lineare rock melodico gli scenari variegati eretti dai compagni d’avventura. Wayne Shorter, al contrario, ricevette il plauso incondizionato dei recensori per una condotta artistica improntata alla massima sobrietà, venendo descritto nelle cronache dell’epoca quale un solista abile nel dividere democraticamente lo spazio acustico, alieno da qualsiasi autocompiacimento spettacolare. Dall’altra parte dell’oceano, i corrispondenti delle testate specializzate inquadrarono la performance perugina all’interno del percorso evolutivo delle rispettive carriere dei due leader, mettendo in luce le fragilità strutturali di una formazione nata in modo estemporaneo. La critica statunitense sottolineò come Shorter, ad appena tre anni dall’epopea dei Weather Report, si trovasse nel pieno sforzo di tracciare la propria traiettoria solista in totale autonomia, cercando di camminare al di fuori del cono d’ombra ingombrante di Joe Zawinul. Secondo tale severa esegesi, la scelta di accettare il ruolo di una sorta di comprimario di lusso al fianco di una debordante presenza scenica di estrazione rock non giovò interamente alla sua centralità estetica, traducendosi in un episodio sonoro ammirevole che tuttavia finiva per impallidire dinanzi alle monumentali aspettative generate dal glorioso passato storico di entrambi i musicisti.
Non a caso, i commentatori della stampa italiana manifestarono una marcata ambivalenza, oscillando tra il riconoscimento della portata spettacolare dell’evento e la perplessità per un’intesa musicale ritenuta non sempre paritetica. La critica nostrana non esitò a definire il progetto come un curioso incontro volto a rievocare una fusion assai vicina a quella dei disciolti Weather Report. Sulle pagine della stampa militante, diversi critici misero in risalto come il chitarrista messicano, pur animato da un’indiscutibile buona volontà, venisse ingannato dalla sua innata tendenza a semplificare in chiave pop melodico le impalcature accordali erette da sodali. Di contro, Wayne Shorter ottenne ampi elogi per la classe e la misura dei suoi interventi, tanto da essere descritto come un solista abile nel condividere rispettosamente il palcoscenico senza cedere ad alcuna tentazione autocelebrativa. Sul fronte internazionale, i giornalisti stranieri e le riviste specializzate d’oltreoceano affrontarono l’indagine estetica con analogo rigore, inserendo la performance nel quadro evolutivo delle rispettive carriere dei due leader. Gli osservatori americani misero in luce la complessa transizione intrapresa da entrambi gli artisti verso la fine del decennio. In particolare, fu notato come Santana stesse transitando in modo parzialmente goffo negli anni Ottanta, costretto a lavorare con maggiore foga durante le esibizioni dal vivo per compensare la debolezza del nuovo materiale discografico. La posizione di Shorter venne giudicata altrettanto delicata e adattiva a taluni contesti per questioni commerciali.


