Luca Crispino con «Transitivo»: equilibrio fra composizione ed estemporaneità (Dodicilune, 2026)
«Transitivo» trova la propria ragion d’essere in quella fascia di contatto dove i linguaggi si contaminano, le forme rinunciano alla fissità e il suono diventa strumento di conoscenza. Una prospettiva che continua a occupare uno spazio raro nel panorama della creatività improvvisata contemporanea.
// di Francesco Cataldo Verrina //
Con «Transitivo», terza pubblicazione da leader per Dodicilune dopo «Diffrazioni» e «Famiglio», Luca Crispino prosegue una linea poetica ormai riconoscibile, fondata sull’esplorazione delle aree marginali del linguaggio musicale contemporaneo. Il chitarrista padovano considera l’improvvisazione non come semplice spazio di libertà esecutiva, quanto come principio ordinatore dell’intera materia sonora. Ogni episodio sonoro si mantiene in bilico tra scrittura e intuizione, tra progettazione formale e accadimento estemporaneo, secondo una concezione che attribuisce al suono la facoltà di ridefinire continuamente il proprio assetto.
Composizione ed estemporaneità condividono in «Transitivo» una medesima responsabilità estetica e sintattica. Nessuna delle due assume una funzione ancillare; entrambe concorrono alla definizione di un organismo sonoro la cui coerenza non deriva dalla reiterazione di modelli riconoscibili, quanto dalla qualità delle relazioni che si instaurano tra le diverse componenti del discorso musicale. Luca Crispino lavora sulla permeabilità delle strutture, lasciando che il materiale acquisisca direzione nel momento stesso della propria enunciazione e affidando alla circolazione delle idee il compito di generare ordine interno. L’organico contribuisce in maniera decisiva a questa concezione. I flauti, il didgeridoo e l’EWI di Stefano Benini non intervengono come fattori cromatici sovrapposti alla scrittura, ma modificano costantemente la prospettiva dell’ascolto, alterando la percezione delle distanze, delle profondità e delle gerarchie acustiche. Una simile mobilità investe anche il lavoro di Enrico Terragnoli, il cui basso acustico agisce frequentemente come elemento di connessione tra ambito armonico e costruzione timbrica, mentre i sintetizzatori ampliano il campo risonante delle composizioni senza mai ricorrere a funzioni descrittive.
Il titolo dell’album rinvia alla nozione di passaggio, di mutamento continuo, di stato intermedio. L’intero lavoro sembra interrogare quella condizione liminare nella quale le forme non hanno ancora assunto una definizione definitiva oppure l’hanno già abbandonata. Le composizioni abitano una regione sospesa tra memoria e invenzione, tra riconoscibilità e deviazione, evitando sistematicamente qualsiasi approdo rassicurante. La riflessione proposta da Crispino trova un corrispettivo anche sul piano simbolico. L’orizzonte evocato dall’autore perde la propria natura di confine e assume quella di superficie permeabile. Ciò che normalmente separa diventa occasione di contatto; ciò che appare distante entra nel campo dell’esperienza sensibile. Una simile concezione rimanda ad alcune pratiche delle arti contemporanee in cui il significato non deriva da una forma conclusa, quanto dalla relazione che si instaura tra l’opera e chi la osserva. Anche i titoli delle composizioni contribuiscono alla costruzione di questo immaginario. «Basilisco», «Cronofrattura», «Dittico Inesplicabile», «Verdugo», «Argonauta», «Pontecorvo», «Avamposto» e «Ferragut» delineano una geografia mentale popolata da figure archetipiche, alterazioni temporali e immagini di esplorazione. Ciascuna pagina musicale sembra nascere da un centro narrativo che progressivamente si espande, devia e muta direzione senza perdere coerenza interna.
L’interazione tra i musicisti procede secondo una prassi che privilegia la trasfigurazione continua del materiale. Frammenti melodici, nuclei ritmici e cellule intervallari compaiono, mutano assetto, vengono assorbiti da altre strutture e riaffiorano sotto forme differenti, generando un’organizzazione molecolare nella quale ogni dettaglio conserva memoria delle proprie precedenti apparizioni. Tale procedimento conferisce alla musica una notevole compattezza sintattica pur in assenza di percorsi lineari o di punti di approdo chiaramente definiti. L’idea di confine evocata da Crispino acquista significato proprio all’interno di questo quadro. Non si tratta della consueta sovrapposizione di linguaggi né dell’accostamento di codici differenti. Come accennato, ciò che emerge riguarda piuttosto una condizione di instabilità controllata, una regione dove le categorie tendono a perdere consistenza e lasciano spazio a rapporti più fluidi tra gesto improvvisativo, impianto compositivo e costruzione timbrica. La continuità non nasce dall’omogeneità dei materiali, ma dalla capacità dell’intero sistema di mantenere coesione mentre modifica incessantemente il proprio assetto, al punto che l’indeterminatezza non coincide mai con l’arbitrarietà, così come il rigore costruttivo non produce irrigidimento. Ne deriva un lavoro che richiede disponibilità all’ascolto attivo e alla sospensione delle categorie abituali, trovando proprio nell’incertezza e nella continua ridefinizione dei confini il proprio nucleo poetico più convincente. Luca Crispino firma un progetto che conferma la solidità del suo percorso artistico e la piena maturazione di una scrittura personale. «Transitivo» trova la propria ragion d’essere in quella fascia di contatto dove i linguaggi si contaminano, le forme rinunciano alla fissità e il suono diventa strumento di conoscenza. Una prospettiva che continua a occupare uno spazio raro nel panorama della creatività improvvisata contemporanea.

