Bignami Veltri Jazz Ensemble con «Non-Places»: tra memoria e transitorietà, il jazz come riflessione sui non-luoghi (GleAM Records, 2026)

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«Non-Places» conforma un progetto in cui riflessione teorica, cura della forma e ricerca sul colore del suono trovano una sintesi equilibrata. L’album dimostra come la grande formazione jazzistica possa ancora rappresentare un laboratorio fertile per interrogare il presente, facendo dialogare memoria storica, sperimentazione tecnica e consapevolezza critica del nostro tempo.

// di Francesco Cataldo Verrina //

L’incontro creativo fra Anna Bignami e Laura Veltri trova nel debutto discografico del Bignami Veltri Jazz Ensemble la matura espressione di una ricerca compositiva puntata al rapporto tra pensiero contemporaneo, scrittura orchestrale e linguaggio jazzistico. «Non-Places», pubblicato da GleAM Records, nasce da un interrogativo di natura antropologica che le due autrici trasferiscono nel dominio del suono, prendendo spunto dalla riflessione di Marc Augé sui cosiddetti non-luoghi, spazi della modernità privi di radicamento storico e affettivo, nei quali l’individuo rischia progressivamente di smarrire il senso della propria appartenenza.

L’album non si limita a trasfigurare tale concetto in una semplice suggestione programmatica, ma sviluppa una vera indagine musicale sulle conseguenze sociali e psicologiche della contemporaneità, interrogando questioni come la perdita dell’identità, l’omologazione indotta dai sistemi sociali, l’erosione dei luoghi di aggregazione, la gentrificazione e l’uniformazione culturale alimentata dalla pervasività delle tecnologie digitali. Il valore della scrittura di Bignami e Veltri risiede proprio nella volontà di non indirizzare l’ascoltatore verso una lettura univoca, lasciando che la materia sonora divenga uno spazio aperto di interpretazione e di pensiero. L’organico del nonetto, composto da sei strumenti a fiato affiancati dal tradizionale trio jazz formato da pianoforte, contrabbasso e batteria, permette alle due compositrici di lavorare con una tavolozza acustica estremamente ampia. Le sezioni dei fiati vengono trattate secondo una prassi quasi cameristica, con un’attenta distribuzione delle voci, frequenti sovrapposizioni contrappuntistiche e un costante equilibrio tra scrittura collettiva e interventi individuali. La presenza di effetti elettronici applicati ad alcuni strumenti amplia ulteriormente il campo espressivo, introducendo velature sonore che dialogano con procedure provenienti dalla musica contemporanea colta senza interrompere il legame con la tradizione improvvisativa del jazz. Il riferimento ai massimi autori della moderna large ensemble music, da Jim McNeely a Maria Schneider, fino a Darcy James Argue e Miho Hazama, appare evidente nell’attenzione riservata alla forma e alla gestione delle masse strumentali, sebbene Bignami e Veltri evitino qualsiasi atteggiamento derivativo, preferendo elaborare un linguaggio personale nel quale l’eredità della grande orchestra jazz viene filtrata attraverso una sensibilità europea e una particolare attenzione alla dimensione narrativa del suono.

La sequenza delle composizioni costruisce un percorso concettuale coerente. «Excess: a Critique of Super-Modernism» affronta l’idea dell’eccesso e della sovrabbondanza tipica delle società iperconnesse mediante una scrittura ricca di stratificazioni ritmiche e armoniche. «Attesa Sospesa» lavora invece su una percezione dilatata del tempo, con equilibri armonici non pienamente risolti e una gestione dello spazio sonoro che suggerisce un continuo stato di trasformazione. «The Path of the Non-Conformist» sviluppa una traiettoria più irregolare e imprevedibile, in cui deviazioni melodiche e mutamenti dinamici sembrano alludere al percorso individuale di chi sceglie una posizione esterna ai modelli dominanti. «Junk Space», richiamando le riflessioni dell’architetto Rem Koolhaas sui luoghi generati dal consumo globale, assume una dimensione quasi urbanistica nella propria costruzione musicale, con materiali tematici frammentati e una disposizione degli elementi tanto da raffigurare un paesaggio artificiale in costante mutazione. La lunga «Reconstruction of a Memory» rappresenta il centro emotivo e formale dell’opera, una pagina dove la memoria non viene trattata come elemento nostalgico, quanto come frammento da ricomporre attraverso richiami tematici, trasformazioni armoniche e mutazioni della materia sonora. Con «Black Hole Sun», rilettura che porta inevitabilmente con sé l’ombra del repertorio rock degli anni Novanta, l’ensemble affronta il materiale originario con rispetto e libertà, inserendolo in un contesto di scrittura jazzistica che ne modifica prospettive e relazioni interne. «Phantom Echoes» indaga la persistenza del ricordo e delle tracce invisibili lasciate dall’esperienza, mentre «The Third Place» conclude il lavoro riportando l’attenzione sulla necessità di recuperare spazi di incontro e condivisione, ponendo simbolicamente un’alternativa alla solitudine prodotta dai non-luoghi contemporanei. Il contributo dei musicisti della scena danese conferisce all’intero lavoro una notevole qualità interpretativa. La duttilità dei fiati, la precisione dell’ensemble e la sensibilità del trio ritmico permettono alla complessa scrittura delle due autrici di conservare fluidità e naturalezza, evitando che l’elaborazione compositiva si trasformi in puro esercizio intellettuale. «Non-Places» conforma un progetto in cui riflessione teorica, cura della forma e ricerca sul colore del suono trovano una sintesi equilibrata. L’album dimostra come la grande formazione jazzistica possa ancora rappresentare un laboratorio fertile per interrogare il presente, facendo dialogare memoria storica, sperimentazione tecnica e consapevolezza critica del nostro tempo.

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