«Walden» di Heiner Goebbels / Bob Rutman, Ensemble Modern Orchestra, Peter Eötvös: la memoria del paesaggio e la voce del presente (ECM, 2026)
«Walden» procede come un sistema di richiami culturali, un organismo nel quale citazione, memoria e reinvenzione si collocano all’interno di una medesima traiettoria estetica.
// di Cinico Bertallot //
Prima di affrontare la materia sonora di «Walden», conviene ricordare come Heiner Goebbels abbia sempre concepito la composizione quale luogo di convergenza tra linguaggi differenti, dove teatro, letteratura, ricerca acustica e pensiero filosofico vengono posti in relazione secondo una logica aperta e continuamente mutevole. La breve dichiarazione dell’autore, secondo cui il lavoro consiste in una serie di schizzi musicali ispirati al celebre libro pubblicato da Henry David Thoreau nel 1854, rappresenta soltanto il punto iniziale di un progetto molto più articolato, lontano da qualsiasi intento descrittivo o illustrativo.
Composta nel 1998 per grande organico strumentale e voce recitante, «Walden» nasce come una sorta di controcampo rispetto alle immagini metropolitane di «Surrogate Cities», creazione precedente nella quale la città costituiva il principale orizzonte poetico. Il rapporto di Goebbels con il testo di Thoreau non coincide con un recupero nostalgico della natura come spazio incontaminato; al contrario, l’autore tedesco indaga la distanza che separa l’uomo contemporaneo da quel modello di esistenza, trasformando il pensiero del filosofo americano in una riflessione sul conflitto tra isolamento individuale, apertura verso il mondo esterno e fragilità della condizione contemporanea. La suddivisione in nove capitoli sonori costruisce una traiettoria in cui gli elementi letterari non vengono tradotti in una narrazione lineare, quanto rielaborati mediante un processo di frammentazione, sovrapposizione e continua trasformazione. Le parole di Thoreau affiorano come presenze intermittenti, inserite in un tessuto dove convivono battiti elettronici campionati, percussioni deformate, masse orchestrali di forte impatto e zone di rarefazione quasi rituale. La presenza di Bob Rutman riveste un ruolo centrale nell’economia dell’opera. Artista visivo, inventore di strumenti e ricercatore di nuove possibilità espressive, Rutman non si limita alla declamazione dei testi, ma amplia il proprio intervento tramite vocalizzazioni estreme che includono la tecnica del canto difonico khoomei e mediante l’impiego dello steel cello e dei bow chimes, strumenti ideati dallo stesso autore. La sua voce diviene così una materia plastica, una presenza che oscilla tra parola, suono primordiale e intervento strumentale. Sotto la direzione attenta di Peter Eötvös, l’Ensemble Modern Orchestra restituisce tutta la complessità della scrittura goebbelsiana, caratterizzata da un controllo minuzioso delle stratificazioni e da un equilibrio costante tra ordine e perturbazione. Le differenti componenti si confrontano, si separano e successivamente trovano punti di convergenza in passaggi collettivi di grande forza espressiva, nei quali la dissonanza assume una funzione drammaturgica vicina, per concezione, ad alcuni procedimenti del teatro musicale del Novecento, pur evitando qualsiasi riferimento diretto alla tradizione operistica.
La lettura proposta dal saggista Frank Mehring coglie un aspetto fondamentale dell’opera quando osserva come Goebbels utilizzi i testi letterari quale dispositivo di mediazione temporale, permettendo al passato di riapparire all’interno di scenari nuovi. «Walden» procede dunque come un sistema di richiami culturali, un organismo nel quale citazione, memoria e reinvenzione si collocano all’interno di una medesima traiettoria estetica. La relazione con Thoreau non riguarda quindi la rappresentazione del paesaggio naturale, quanto la possibilità di interrogare il presente a partire da un pensiero proveniente da un altro secolo. Lungo i circa cinquantatré minuti dell’esecuzione, distribuiti nelle sezioni «Where I Lived, and What I Lived For (Simplify, Simplify!)», «The House», «The Ponds», «Reading», «The Ice List», «Spring», «Winter Visitors», «The Beanfield» e «The White Pond», il compositore tedesco dispiega un vocabolario estremamente ampio, nel quale affiorano allusioni al trip-hop, ambienti elettronici ipnotici, gestualità provenienti dall’avanguardia e improvvisi slanci del grande organico. Nulla appare utilizzato come semplice citazione stilistica: ciascun elemento viene assorbito all’interno di un ordine espressivo personale, dove la contaminazione fra registri differenti costituisce il principio stesso della costruzione. Registrata durante le prime esecuzioni alla Philharmonie di Colonia e all’Alte Oper di Francoforte nel novembre del 1998, questa pubblicazione documenta uno dei momenti più significativi della maturità creativa di Heiner Goebbels. «Walden» rimane una realizzazione di straordinaria originalità, un laboratorio estetico nel quale musica, parola, spazio e memoria vengono continuamente ripensati, offrendo un esempio magistrale di come il dialogo fra le arti possa generare forme nuove di percezione e di ascolto.


