Mario Caccia, ovvero Abeat Records. Intervista a un «maestro» della discografia jazz in Italia (e nel mondo)

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Mario Caccia

Mario Caccia

// di Guido Michelone //

Mario Caccia dopo gli studi di chitarra, pianoforte, contrabbasso classico e basso elettrico, inizia la carriera professionale nel 1983, arrivando a suonare con i maggiori artisti pop nazionali: Mario Biondi, Gianna Nannini, Eros Ramazzotti, Gianni Morandi, Gino Paoli, Lucio Dalla, Renato Zero, Pooh, Bobby Solo, Dori Ghezzi, Little Tony, Massimo Ranieri, per citarne alcuni. In parallelo infatti lavora come bassista turnista per l’incisione di spot e jingles pubblicitari e per dischi di artisti di chiara fama, oltre importanti trasmissioni televisive RAI e MEDIASET e altri circuiti sotto la direzione dei Maestri Ettore Righello, Tony De Vita, Freddy Mancini, Riccardo Vantellini. Inoltre suona e svolge mansioni di direzione artistica per un’orchestra di nove elementi (I Bravo) da circa 28 anni. Con questa band effettua una serie di lavori discografici in qualità di arrangiatore, compositore, musicista e direttore che, soprattutto negli anni Novanta, scalano le classifiche discografiche permettendo al gruppo di esibirsi in molte rassegne europee. Ma per i lettori di Doppio Jazz il nome di Mario Caccia è sinonimo di Abeat Records, attiva nella world music e soprattutto nel jazz, come spiega in quest’intervista esclusiva.

D. In tre parole, chi è Mario Caccia?

R. Musicista professionista dal 1984, tecnico del suono tra gli anni Novanta e Duemila.

D. Il tuo primo ricordo della musica da piccolo?

R. A quattro anni, seduto accanto a una mia cugina che si esercitava al pianoforte: rimasi come in estasi.

D. E la tua prima memoria del jazz?

R, Da bassista mi appassionai ai Weather Report e a Jaco Pastorius, nel periodo del cosiddetto jazz-rock.

D. Come definiresti la tua attività? Discografico, organizzatore, jazzologo o tutto insieme?

R. In una società sempre più specializzata ma anche fluida e in costante cambiamento, direi: tutto insieme. L’unico elemento che accomuna queste attività è una grande passione, che mi permette di superare anche le difficoltà burocratiche che oggi sono sempre più presenti. A volte, come si dice, «mi scappa la poesia»… ma continuo, resisto e persevero.

D. Possiamo parlare di te come di uno dei protagonisti della discografia jazz italiana con uno sguardo sul mondo?

R. Mi piace pensare di contribuire a documentare e testimoniare l’interessante processo contemporaneo di fusione tra stili, ritmi, culture e linguaggi differenti.

D. Per te ha ancora senso oggi la parola «jazz»?

R. Mi piace pensare al jazz come a una musica che prevede improvvisazione, o meglio creazione istantanea. È una forma d’arte che richiede sensibilità aperta alle contaminazioni e all’interplay immediato. Una disciplina che, in alcuni musicisti, raggiunge livelli altissimi e ci ricorda quanto l’essere umano possieda capacità straordinarie, non solo razionali.

D. Si può parlare di «jazz italiano»?

R. Credo che il patrimonio culturale italiano, ricchissimo e stratificato, che comprende sia la grande tradizione folklorica sia quella classica e operistica, influenzi inevitabilmente ogni interprete. Possiamo chiamarlo «mediterraneità» o «lirismo accentuato»: è l’aria che respiriamo, l’humus culturale in cui cresciamo e che si riflette naturalmente nella musica, come accade in ogni latitudine.

D. La musica su supporto fisico è davvero in crisi?

R. Il mercato discografico fisico è oggi quasi completamente polverizzato. La fruizione della musica si è spostata altrove, spesso in forme meno remunerative per artisti e produttori rispetto al passato. Tuttavia, registro una lieve inversione di tendenza: un ritorno al desiderio di fisicità, di contatto, di ritualità dell’ascolto. Il mondo digitale ha introdotto una dimensione virtuale che, alla lunga, rischia di spersonalizzare l’esperienza musicale. Per chi sente questa esigenza, Abeat continua a esserci: CD fisici e vinili, finché sarà possibile.

D. Esiste ancora un pubblico giovane per CD e vinili?

R. Sì, qualche giovane si avvicina ancora al supporto fisico. L’interpretazione di questo fenomeno è complessa e ancora aperta.

D. Genesi e prospettive?

R. Abeat nasce quasi per caso e si afferma nel giro di pochi anni grazie a collaborazioni nazionali e internazionali e a produzioni che hanno avuto riscontro anche oltre oceano. A distanza di 25 anni, l’obiettivo è continuare su una base ormai consolidata, che ci permette ancora oggi di dire la nostra.

D. Artisti di rilievo nel catalogo

R. Preferirei non fare classifiche, per non rischiare di fare torti. Se proprio devo citare un nome, direi Tom Harrell, che abbiamo avuto il privilegio di accompagnare in una fase complessa della sua carriera, anche grazie alla collaborazione con Dado Moroni. Tra gli artisti con cui ho condiviso il lavoro più recente, cito con piacere Enrico Pieranunzi. Per circa un decennio abbiamo inoltre contribuito alla discografia di Franco Cerri. Ma questi sono solo esempi: per me è stato e resta un privilegio lavorare con grandi maestri e giovani talenti.

D. Cinque dischi a cui sei particolarmente legato?

R. «Il poeta» – Renato Sellani Quartet: il primo disco Abeat non si dimentica. «Live Conversation» – Dado Moroni & Enrico Pieranunzi: un dialogo pianistico straordinario che unisce swing, improvvisazione e tradizione europea e afroamericana. Un incontro raro tra due maestri in stato di grazia. «Humanity» – Dado Moroni & Tom Harrell: registrato in una mattinata, è un manifesto della potenza dell’incontro musicale spontaneo. Ha ottenuto ottimi riscontri anche negli Stati Uniti. «Steppin’ Out» – Roberto Olzer Trio: disco che ha ricevuto riconoscimenti audiofili internazionali e ha contribuito a definire l’identità sonora di Abeat come etichetta attenta alla qualità del suono. «ImprovClassica» – Enrico Pieranunzi & I Pomeriggi Musicali: un progetto che unisce musica classica e jazz, ridefinendo i confini tra i generi.

D. Collaborazioni e incontri tra artisti?

R. Nel corso degli anni abbiamo avuto il privilegio di lavorare con numerosi grandi artisti italiani e internazionali, spesso in progetti di incontro e dialogo musicale. Tra questi: Brian Lynch, Ralph Alessi, Tom Harrell, Don Friedman, Dave Liebman, Drew Gress, Eberhard Weber, Bob Mintzer, Ben Allison, Michael Blake, Sheila Jordan, Javier Girotto, Gaia Cuatro, Peter Erskine, Palle Danielsson, Aldo Romano, Perico Sambeat, Dee Dee Bridgewater, Stéphane Belmondo, Franco Cerri, Claudio Fasoli, Rosario Giuliani, Francesco Cafiso, Enrico Pieranunzi, Dado Moroni, Gianni Coscia, Fabrizio Bosso, Emanuele Cisi, Antonio Zambrini, Bebo Ferra, Andrea Dulbecco, Alessio Menconi, Max De Aloe, Roberto Olzer, Stefano Bagnoli, Riccardo Fioravanti, Roberto Gatto, Mauro Negri, Giovanni Falzone, Luciano Biondini, Rita Marcotulli, Stefano Battaglia, Maurizio Giammarco, Antonio Faraò. Mi scuso per le inevitabili dimenticanze: per me ogni artista ha avuto e ha un valore enorme.

D. Jazz femminile nel catalogo?

R. C’è una presenza sempre più significativa di artiste donne nel catalogo Abeat. Ma non vorrei perseverare nel fare torti ed avere dimenticanze . A questo punto direi che per una visione completa è possibile consultare il sito: www.abeatrecords.com.

D. Giovani artisti: rischio o progetto?

R. I giovani rappresentano sempre la vera sfida. Ma senza rischio non ci sarebbe alcun percorso creativo significativo.

D. Le tue soddisfazioni più grandi con Abeat?

R. Senza dubbio i risultati ottenuti nei vari mercati internazionali sin dagli inizi. Nel tempo, grazie a intuizioni e anche a una certa dose di fortuna, Abeat è diventato un marchio riconosciuto per qualità artistica, cura del suono e attenzione ai dettagli grafici.

D. Prossime novità?

R. Siamo sempre in movimento e le pubblicazioni sono costanti. Tra i progetti in arrivo: il ritorno del Gramelot Ensemble di Guiducci; il secondo episodio del Quartetto Heroes, guidato da Pieranunzi con Aldo Di Caterino, Bavetta e Mangiocavallo. Progetti che rappresentano alcune delle direzioni più interessanti del nostro recente lavoro.

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