«Le sourire» di Jean Derome & Somebody Special: riletture critiche dell’eredità poetica di Steve Lacy
Jean Derome
«Le sourire» evidenzia come la musica possa ancora costituire un luogo di pensiero. Derome e il suo ensemble dimostrano che l’eredità di Lacy può essere ripensata senza ricorrere a formule celebrative, ma attraverso un lavoro di scavo che coinvolge la forma, il colore sonoro, la relazione tra parola e suono e la dimensione temporale.
// di Francesco Cataldo Verrina //
La riflessione che Jean Derome dedica da anni all’opera di Steve Lacy trova in «Le sourire» un punto di particolare interesse, poiché l’album riattiva un territorio estetico in cui poesia, forma musicale e pensiero critico confluiscono in un’unica prospettiva. Lacy aveva costruito un percorso in cui la parola poetica non fungeva da semplice sostegno testuale, ma da principio generativo; Derome, affiancato dal quintetto Somebody Special, prosegue questa linea con una lucidità maturata attraverso un lungo confronto con la scrittura lacyana.
Karen Young (voce), Alexandre Grogg (piano), Normand Guilbeault (contrabbasso) e Pierre Tanguay (batteria) concorrono alla definizione di un impianto sonoro che alterna rigore e libertà, e che trova nella voce un punto di irradiazione in grado di influenzare l’intero discorso musicale. Young modella i testi di Robert Creeley, Anna Achmatova, Samuel Beckett, Judith Malina e Bob Kaufman con una sensibilità che unisce padronanza tecnica e attenzione semantica. La sua emissione non indulge in effetti ornamentali, ma delinea le parole con una cura quasi filologica, lasciando emergere la loro struttura ritmica e il loro peso concettuale. La voce, in questo contesto, non svolge una funzione illustrativa, ma agisce come vettore critico, mettendo in rilievo le zone più complesse del linguaggio poetico. Derome interviene con un uso del sax alto e del flauto basso che non mira a evocare Lacy, ma a dialogare con la sua eredità. Le sue linee non cercano l’effetto, ma tracciano itinerari che si insinuano nelle armonie con una logica affine alle geometrie di autori come Franco Donatoni e Iannis Xenakis. L’attenzione alla micro-variazione, alla qualità del respiro e alla distribuzione degli accenti mette in luce una concezione del suono come materia da scolpire. Il colore acustico che ne deriva assume una funzione strutturale, poiché definisce una temporalità che non coincide con la scansione metrica, ma con una pulsazione mentale, quasi una prosodia strumentale. Il lavoro armonico di Grogg sostiene siffatta impostazione mediante sovrapposizioni intervallari costruite su quarte, seconde e tritoni, che generano una fisionomia del suono volutamente instabile. Non si tratta di un’instabilità gratuita, ma di una strategia che permette alla voce di Young di inserirsi in un tessuto sonoro sempre ricettivo. Guilbeault e Tanguay regolano la densità complessiva, modulando la presenza del contrabbasso e della batteria secondo una logica quasi cameristica. Il contrabbasso introduce figure che non cercano la pulsazione, ma la definizione di un profilo armonico; la batteria interviene con una gestualità che privilegia il dettaglio, la sfumatura e la micro-articolazione.
La scelta dei testi poetici non risponde a un criterio illustrativo, ma a un principio di affinità intellettuale. In «I Heard the Indian Sage», Judith Malina propone una visione che oscilla tra ironia e desiderio di liberazione, e Derome accentua questa ambivalenza mediante una scrittura che alterna zone rarefatte e momenti di maggiore tensione. La chiusa – «Three Is Love / Because We Are Crazy / And Want To Be Happy / Forever» – non viene trattata come un epigramma, ma alla stregua di un punto di frizione che invita l’ascoltatore a interrogare la natura stessa del desiderio. In «Love And Politics», sempre su testo di Malina, la narrazione del viaggio a Cipro e dell’incontro con Afrodite acquista una dimensione quasi mitologica, non per effetto di un’enfasi retorica, ma per l’attitudine del quintetto di far emergere la stratificazione simbolica del testo. La voce di Young sottolinea le ambiguità e le incrinature interne, mentre l’ensemble costruisce un ambiente sonoro che non illustra, ma commenta criticamente. Il rapporto tra parola e suono, in questo album, non si riduce alla giustapposizione, ma sviluppa una relazione di reciproca trasformazione. La poesia influisce sulla forma musicale, e la musica restituisce alla poesia una dimensione temporale che ne amplifica la portata. Questo processo trova un momento particolarmente significativo in «Heaven», su poesia di Robert Creeley, dedicata a Irving Berlin. La pagina musicale assume un carattere meditativo che non indulge nella malinconia, ma riflette sulla condizione umana mediante una serie di domande che non cercano risposta. La chiusa – «If Life Were Easy / And It All Worked Out, / What Would This Sadness / Be About» — non viene trattata come un epigramma, ma come un punto di sospensione che invita l’ascoltatore a proseguire interiormente il discorso.
«Le sourire» evidenzia come la musica possa ancora costituire un luogo di pensiero. Derome e il suo ensemble dimostrano che l’eredità di Lacy può essere ripensata senza ricorrere a formule celebrative, ma attraverso un lavoro di scavo che coinvolge la forma, il colore sonoro, la relazione tra parola e suono e la dimensione temporale. Ne deriva un ascolto che non pretende immediatezza, ma sollecita un’attenzione vigile, in grado di cogliere le sfumature e le tensioni interne di un progetto che unisce rigore analitico e sensibilità poetica.

