«The Code Talkers» di Tiziano Tononi: strutture mobili, sistemi sonori e linguaggi non lineari (Felmay, 2026)
Il progetto si regge sul legame fra la tradizione percussiva afroamericana, scritture cameristiche europee e pratiche di azione estemporanea. Il riferimento ai Code Talkers apre una riflessione sulla lingua come sistema opaco, non riducibile a una trasparenza interpretativa, e tutto ciò si riflette sul concept di Tononi il quale apporta sistematicamente al proprio corpo risonante valenze idiomatiche diversamente codificabili.
// di Francesco Cataldo Verrina //
«The Code Talkers» rappresenta per Tiziano Tononi un punto di maturazione all’interno di un percorso che da anni interroga il rapporto tra improvvisazione, memoria e ritualità, senza ridurli a superficie descrittiva. Il riferimento alle culture native non rimane sul piano tematico, ma entra nel processo compositivo come modello di funzionamento, dove trasmissione orale, mutamento del codice e slittamento di senso diventano materiali operativi.
Il titolo rimanda ai Code Talkers e sposta il fuoco sulla lingua (anche dei suoni) come sistema instabile, nel quale il significato non coincide mai stabilmente con la forma che lo veicola. La musica si definisce nell’esecuzione, dipendendo dalle condizioni concrete dell’interazione tra i musicisti, dalle scelte timbriche e dalla direzione del discorso improvvisativo, senza fissarsi in una configurazione unica o replicabile. I Code Talkers furono soldati appartenenti a diverse nazioni native americane, impiegati dall’esercito degli Stati Uniti durante la Seconda guerra mondiale in una funzione del tutto particolare: trasformare le proprie lingue d’origine in strumenti di comunicazione militare non decifrabile. Non si trattava di un codice costruito artificialmente, ma di un uso operativo di sistemi linguistici già esistenti, spesso privi di tradizione scritta e caratterizzati da strutture fonetiche e semantiche difficilmente accessibili a chi non ne fosse parlante nativo. Nel caso dei Navajos, la lingua venne adattata a un lessico militare attraverso equivalenze interne e procedimenti di sostituzione che rendevano ogni messaggio trasmesso via radio un oggetto linguistico opaco per gli intercettatori. Gli ordini venivano codificati e decodificati in tempo reale, mantenendo una rapidità operativa che nessun sistema crittografico meccanico dell’epoca riusciva a garantire con la stessa efficacia. In questo senso la lingua non funzionava come semplice mezzo di traduzione, ma come dispositivo attivo di cifratura.
Non ha caso, l’album contiene otto episodi sonori che imbastiscono una trama in cui ritualità, dediche e visioni paesaggistiche non seguono una linearità narrativa, ma si dispongono come costellazioni mobili attraversate da richiami interni che ne spostano continuamente il baricentro percettivo. «Painted Desert: A Navajo Ritual», «Clouds In Motion», «The Scratches And Scars Of Life», «The Hunt», «Winter Prayer» e «Wapiti Woman» non si succedono come unità isolate, piuttosto attivano passaggi di stato, dove nuclei ritmici e figure melodiche cambiano funzione a seconda del contesto in cui emergono. La batteria di Tononi non accompagna né sostiene: apre varchi, delimita territori mobili, rilancia traiettorie che si dissolvono mentre si formano. Da questo procedimento iniziale prende corpo un campo relazionale in cui gli altri strumenti intessono un tessuto sonoro che muta consistenza di continuo. L’azione estemporanea procede per scarti immediati e adattamenti reciproci, materia in movimento che non conserva mai la propria configurazione precedente. Il ritmo non rappresenta il tempo, lo produce. «Painted Desert: A Navajo Ritual» affiora come immagine bifronte: da un lato il paesaggio vaporoso dell’Arizona, dall’altro la pratica del sand painting navajo, costruita per dissolversi una volta compiuta. La forma coincide con la propria evaporazione, e proprio in questa condizione trova la sua necessità interna. La stessa logica caratterizza l’azione estemporanea, dove ciò che accade non lascia residui stabili ma tracce già in via di sparizione. L’ingresso di Gianluigi Trovesi, Roger Rota ed Emanuele Parrini altera la geometria timbrica dell’ensemble, spostando il rapporto tra densità e trasparenza. Clarinetto alto, fagotto e viola non si aggiungono al materiale esistente: lo riplasmano di volta in volta, generando un ordito tematico che non raggiunge mai un punto di assestamento definitivo. Trovesi lavora sul suono come materia solcata da microfratture interne più che come linea continua. In «The Scratches And Scars Of Life», dedicata a Herb Robertson, il clarinetto alto incide la superficie acustica con tratti concentrati e taglienti; in «The Hunt» l’interazione collettiva si rapprende e di dissolve alla stregua di un inseguimento reciproco, nel quale ciascun intervento modifica immediatamente la traiettoria degli altri.
Il riferimento ai Code Talkers apre una riflessione sulla lingua come sistema opaco, non riducibile a una trasparenza interpretativa, e tutto ciò si riflette sul concept di Tononi il quale apporta sistematicamente al proprio corpo risonante un insieme di valenze idiomatiche diversamente codificabili. Le comunicazioni in lingua navajo durante la Seconda guerra mondiale mostrano una distanza strutturale tra codice e comprensione, una frizione che non si ricompone senza perdita; la musica si attesta nella stessa zona di instabilità, in cui l’azione estemporanea non coincide mai con ciò che potrebbe essere fissato. All’interno dell’organico, ad esempio, il fagotto di Roger Rota assume una presenza laterale rispetto agli assetti consueti del jazz, modificando il rapporto tra corpo sonoro e trasparenza. In «Clouds In Motion» il dialogo con Trovesi s’irradia per alternanze e rispecchiamenti, e non per stratificazione, mutando materialmente la dizione strumentale. Il progetto si regge sul legame fra la tradizione percussiva afroamericana, scritture cameristiche europee e pratiche di azione estemporanea. La formazione di Tononi, segnata dagli studi con David Searcy e Andrew Cyrille, si riflette in un modo di concepire la performance come dispositivo che incide direttamente sulle relazioni tra gli esecutori. Ed è proprio la copertina legata al sand painting navajo che rafforza questa impostazione: la figura non permane, si consuma nel proprio compimento, lasciando soltanto tracce evanescenti. Anche la disposizione interna degli episodi segue una logica non lineare, dove ritorni e simmetrie non stabilizzano mai la forma.

