Marcello Arrabito con «Different Ways»: pluralità linguistiche e coerenza formale (AlfaMusic, 2026)
«Different Ways» si offre all’ascolto come una mappa in continua ridefinizione, in cui ogni scelta compositiva contribuisce a delineare un percorso personale, per questo ancora fertile ed aperto a ulteriori sviluppi.
// di Francesco Cataldo Verrina //
Un atto armonico-percussivo che non si limita a sostenere il flusso metrico, ma organizza lo spazio musicale secondo traiettorie variabili, trovando in Marcello Arrabito un interprete attento alla dimensione formale del suono, oltre che pronto da dspensare la sua energia propulsiva. «Different Ways», pubblicato da AlfaMusic, si presenta come un esordio che rifugge ogni funzione meramente dichiarativa, preferendo articolarsi come una riflessione strutturata sulla molteplicità dei linguaggi attraversati e assimilati nel tempo.
La scrittura non si lascia ricondurre a un’unica matrice, poiché il materiale compositivo si dipana lungo direttrici che rimandano tanto alla tradizione afroamericana quanto a un lessico europeo più attenuato, fino a includere suggestioni modali di area mediorientale. Tale pluralità non genera dispersione, giacché l’impianto compositivo mantiene una coerenza intrinseca fondata su una precisa gestione delle dinamiche, delle densità e delle relazioni intervallari. Il quartetto, con Rosario Di Leo, Emilio Longombardo e Riccardo Grosso, opera in virtù di una procedura di ascolto reciproco che consente al materiale tematico di trasformarsi senza perdere riconoscibilità.
«In the Space» inaugura il percorso con una disposizione sonora che privilegia l’ampiezza e la rarefazione, in cui il pianoforte distribuisce accordi aperti mentre la batteria interviene per sottrazione, lasciando emergere una scansione elastica, quasi priva di gravità tonale. L’idea di spazialità non si esaurisce in una suggestione descrittiva, piuttosto si traduce in una gestione consapevole delle pause, dei registri e delle risonanze. «Marti’s Smile», dedicato alla figlia Martina, distribuisce una linea melodica più definita, sostenuta da una progressione armonica che evita soluzioni prevedibili, preferendo deviazioni laterali e modulazioni implicite. Il risultato non coincide con una semplice pagina lirica, giacché la scrittura mantiene una tensione interna che impedisce ogni abbandono sentimentale. Analoga attenzione si ritrova in «Is That True Love?», dove l’incertezza evocata dal titolo trova corrispondenza in un impianto acordale instabile, in cui le risoluzioni vengono costantemente differite. Con «Anagram», il discorso si orienta verso una maggiore complessità ritmica. La batteria non si limita a sostenere, ma distribuisce accenti irregolari che dialogano con le figurazioni del pianoforte e della chitarra, generando una trama poliritmica che richiama, per densità e articolazione, alcune pratiche della scena newyorkese contemporanea. Tale procedimento non si esaurisce in un esercizio tecnico, piuttosto contribuisce a ridefinire la percezione del tempo musicale, rendendolo mobile, continuamente ridefinito.
«Andantino» sancisce un riferimento più esplicito alla scrittura contrappuntistica, con linee che si sovrappongono secondo una logica imitativa, pur mantenendo una libertà agogica che ne impedisce la rigidità. La memoria della tradizione colta europea non viene citata in modo ornamentale, piuttosto assimilata e riformulata all’interno di un linguaggio jazzistico consapevole. «The Birth Of the Hurricane» sviluppa un arco formale progressivo, in cui il materiale iniziale, quasi impercettibile, si espande gradualmente fino a raggiungere una saturazione controllata. Le inflessioni modali, riconducibili a pratiche mediorientali, intervengono a modificare la percezione della tonalità, introducendo intervalli e scale che ampliano il vocabolario espressivo del gruppo. Nel «Waltz For Sere», dedicato alla figlia Serena, la scansione ternaria non assume funzione decorativa, ma implementa un ambiente sonoro raccolto, in cui il contrabbasso e il pianoforte operano per sottrazione, lasciando emergere una linea melodica essenziale, sostenuta da un uso calibrato delle dinamiche. Il metro in tre tempi, lungi dall’essere un semplice riferimento stilistico, diviene qui dispositivo espressivo. La traccia conclusiva, «Different Ways», sintetizza l’intero progetto mediante un’alternanza di sezioni che variano per tempo, densità e carattere. Non si tratta di un collage, ma di una costruzione modulare in cui ogni segmento trova la propria funzione all’interno di un disegno più ampio, coerente nella sua varietà. L’intero lavoro si attesta così in una linea di ricerca che privilegia la consapevolezza formale e la pluralità linguistica, evitando tanto l’eclettismo superficiale quanto la rigidità stilistica. «Different Ways» si offre all’ascolto come una mappa in continua ridefinizione, in cui ogni scelta compositiva contribuisce a delineare un percorso personale, per questo ancora fertile ed aperto a ulteriori sviluppi.

