«Look At Something Closely» dei Blankrooms: improvvisazione concettuale tra estetica del frammento e della precisione (Jazz’halo, 2026)

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Il concept, lungi dal rappresentare un mero esercizio di stile, si propone quale riflessione profonda sulla natura della prassi improvvisativa, che rifugge il già detto per esplorare i territori di un’estetica del frammento e della precisione.

// di Francesco Cataldo Verrina //

L’esordio del collettivo Blankrooms, consegnato alle stampe con il titolo «Look At Something Closely», palesa un atteggiamento intellettuale che trascende la mera prassi esecutiva per approdare a un’indagine fenomenologica del suono contemporaneo. Sin dalle prime battute l’ascoltatore s’immerge in un’esplorazione scritturale ancorata ai canoni del jazz moderno, in cui armonie non funzionali, modalità ed asimmetrie strutturali convivono in un flusso organico che ricorda certe geometrie mobili.

Ivan Valentini, riappropriatosi del sax tenore con una consapevolezza espressiva rinnovata, delinea un profilo acustico di estrema eleganza, mentre Andrea Cappi modella spazi armonici che fungono da perno riflessivo per l’intero quartetto. Il supporto fornito da Alessio Bruno al contrabbasso e Francesco Mascolo alla batteria garantisce una fisionomia sonora stratificata, dove ogni componente gode di un’ampia libertà pneumatica, permettendo al tessuto fonico di respirare senza mai scadere in un accademismo di maniera. L’album, pubblicata dall’etichetta belga Jazz’halo, rifugge le soluzioni banali per abbracciare una complessità che s’identifica con l’essenza stessa della ricerca artistica. I Blankrooms modellano uno spazio acustico che richiede un’attenzione partecipe, lontana dalle distrazioni della fruizione contemporanea, offrendo un’esperienza che s’articola attraverso velature acustiche di rara bellezza. Il concept, lungi dal rappresentare un mero esercizio di stile, si propone quale riflessione profonda sulla natura della prassi improvvisativa, dove ogni scelta espressiva appare ponderata e necessaria, in seno a un discorso musicale che rifugge il già detto per esplorare i territori di un’estetica del frammento e della precisione.

L’analisi di «Look At Something Closely» s’addentra in un’esegesi dei singoli episodi sonori, dove la geometria delle composizioni evoca suggestioni visive mutuate dal linguaggio dell’urbanismo critico e delle arti figurative del Novecento. In «Merge», il profilo acustico del quartetto delinea uno spazio che richiama le prospettive asimmetriche del Decostruttivismo di Zaha Hadid; le linee del sax di Valentini si muovono come vettori d’acciaio e vetro che fendono il silenzio, mentre il pianismo di Cappi stende campiture armoniche simili a superfici riflettenti. Il brano s’articola secondo una logica di espansione modulare, ricordando certi interventi di Street Art concettuale, dove il segno grafico non aggredisce la parete, bensì ne asseconda le porosità ed i volumi preesistenti. «Dark Desire» s’immerge in un’atmosfera che allude alle tavole notturne del Graphic Novel d’autore, nel solco delle chine dense e dei neri profondi di un José Muñoz. Il ritmo in 7/8 agisce quale battito cardiaco di una metropoli osservata sotto la pioggia, dove l’ostinato del pianoforte richiama il riflesso dei neon sulle pozzanghere ed il tema del sax si muove con l’incedere di un flâneur baudelairiano. La sezione in 4/4, più cupa e avvolgente, sposta la visione verso le inquietudini del Cinema Noir, in cui la tensione non risolta s’identifica con l’essenza stessa del racconto.

«Next Life» ed «She Moves On» mostrano un’architettura sonora che risente delle astrazioni di Cy Twombly: i gesti musicali appaiono come grafismi nervosi su uno sfondo bianco, dove il lirismo non è mai ostentato, ma affiora per mezzo di una sottrazione sistematica. In queste tracce, la cultura urbana s’incarna nella fluidità del movimento collettivo, un dinamismo che ricorda il flusso dei passanti nelle grandi stazioni europee, un ordine apparente che sottintende una miriade di traiettorie individuali e di asimmetrie costruttive. «Nap On A Cloud» suggella il disco con una velatura acustica che rimanda alla rarefazione delle installazioni luminose di James Turrell. Il cuscino armonico su cui poggia il tema evoca una morbidezza quasi tattile, una sospensione della gravità che trasforma il jazz in una riflessione sulla luce e sulla percezione dello spazio. Il colore sonoro si fa diafano e la fisionomia del suono s’approssima al silenzio, offrendo un’immagine sognante che chiude il cerchio di un’osservazione ravvicinata, quasi microscopica, della materia vibrante. La genesi di questo lavoro risponde a un’esigenza strutturale profonda di Valentini, il quale, dopo una fase dedicata all’improvvisazione radicale, ha avvertito la necessità di tornare a un jazz più organizzato, facendo leva sulla complementarità intellettuale di Cappi. L’incontro tra i due musicisti ha generato un dialogo fecondo, in cui ogni idea musicale appare quale compromesso creativo di alto profilo. Registrato tra il 2025 e il 2026 presso il «Fieno Recording Studio», il disco presenta una nitidezza timbrica che valorizza le dinamiche del gruppo, restituendo l’immagine fedele di un jazz proattivo. «Look At Something Closely» s’impone dunque come un momento di osservazione ravvicinata, dove la cura per il dettaglio acustico diventa il paradigma di una nuova maturità compositiva.

Blankrooms

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