Flussi liminali e spiritualismo jazz: l’orizzonte estetico del duo «Amrita»
Le due studiose e interpreti propongono un dialogo serrato tra codici sonori distanti, dove la musica classica del Nord dell’India e la libertà formale del modal jazz coesistono all’interno di un flusso narrativo unitario.
// di Francesco Cataldo Verrina //
Il progetto musicale Amrita, nato a Toronto nel 2022 dal sodalizio artistico tra Anita Katakkar e Kayla Milmine, rappresenta un interessante oggetto di studio nel campo della musica transculturale contemporanea. Nel loro primo lavoro discografico omonimo, intitolato «Amrita» e pubblicato a metà maggio 2026, le due studiose e interpreti propongono un dialogo serrato tra codici sonori distanti, dove la musica classica del Nord dell’India e la libertà formale del modal jazz coesistono all’interno di un flusso narrativo unitario. La nascita del duo risale all’incontro delle due musiciste nel 2021 presso il festival Women From Space, una collaborazione consolidatasi poco dopo con la creazione della colonna sonora, di matrice prevalentemente improvvisativa, per l’opera radiofonica dal titolo «Music and the Shadow People» del contrabbassista William Parker. Questa esperienza ha posto le basi per la nascita ufficiale del duo, il cui nome scelto, vocabolo sanscrito traducibile come «nettare dell’immortalità», riflette l’idea di un percorso continuo in cui le rispettive discendenze musicali convergono e si rigenerano attraverso una successione coordinata di movimenti.
La successione dei brani all’interno del disco evidenzia una precisa architettura narrativa, in cui ogni traccia esplora una differente sfumatura dell’interlocuzione tra Oriente e Occidente. La struttura dei componimenti rivela una profonda conoscenza dei linguaggi originari, a partire dall’apertura di «Take Flight», che si configura come una transizione liminale in cui il sassofono soprano traccia le prime linee melodiche ascendenti tese a richiamare i movimenti iniziali del raga indiano, l’alap, caratterizzato da un’esplorazione meditativa priva di una pulsazione ritmica rigorosa. A questa sospensione segue la geometria urbana di «Clinton Street 7», dove la cifra numerica presente nel titolo suggerisce l’adozione di un tempo dispari, un ciclo metrico in sette tempi su cui la tabla innesta una sequenza poliritmica complessa, creando un ponte ideale tra la scomposizione metrica occidentale e i sofisticati tala asiatici. Il percorso prosegue con il contrasto formale raffinato di «English Breakfast», una composizione che decostruisce elementi della tradizione etnica per ricomporli in una chiave vicina al minimalismo attraverso micro-variazioni timbriche, per poi sfociare nell’apice della spinta avanguardistica con «Dimension Jumping», un costrutto in cui la fluidità del modal jazz viene spinta verso territori di improvvisazione libera, dove lo strumento indiano e il sassofono si scambiano continuamente i ruoli di primo piano e sfondo. La densità espressiva si fa ancora più evidente in «Heavy Bird», una traccia dominata dalla gravità acustica delle frequenze profonde del tamburo baya, la cui sonorità cupa e accogliente sostiene i voli lirici, a tratti aspri, del sassofono soprano, rievocando le atmosfere del jazz spirituale degli anni Sessanta.
Questa intensità emotiva si riversa nel dittico centrale composto da «Elephant Promenade I» e «Elephant Promenade II», un’opera in due momenti complementari dove l’andamento evoca una marcia rituale, solenne e cadenzata, che rimanda alle processioni cerimoniali del subcontinente indiano; qui la prima parte si concentra sulla preparazione sospesa del tema, mentre la seconda sezione si arricchisce del contributo eterofonico di musicisti ospiti come Zaynab Wilson e Jonathan Kay. Verso la fine dell’album, il duo propone un episodio di rarefazione e delicatezza cameristica con «Bon Chaton», in cui l’intensità dinamica si riduce per dare spazio ai silenzi e alle risonanze naturali delle pelli, dimostrando come la cura del dettaglio timbrico possa preparare il terreno per il movimento conclusivo intitolato «Metamorphosis». In quest’ultimo episodio, i codici del jazz e della tradizione indostana subiscono una vera trasformazione morfologica che non si limita al semplice affiancamento, ma si risolve in un finale aperto coerente con il significato stesso del nome del gruppo, a suggello di un’opera sostenuta da importanti istituzioni pubbliche come l’«Ontario Arts Council», il «Toronto Arts Council» e il «Canada Council for the Arts» sotto la direzione del produttore Justin Gray.

