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Riascoltato oggi, «Café Bleu» rivela la sua natura di fucina aperta: un luogo in cui Weller, Talbot ed affiliati sperimentano, deviano, talvolta annaspano o forzano la mano, tuttavia progettano e danno vita a un lessico in quegli anni inedito: i media dell’epoca parlavano di British New Cool.

// di Bounty Miller //

La decisione con cui Paul Weller, nel 1982, pose fine all’esperienza dei Jam rappresentò un gesto di ridefinizione identitaria più che una semplice cesura biografica, divenendo altresì un indicatore di marcia per tutta la scena inglese. L’urgenza di orientare la propria scrittura verso un linguaggio più permeabile alle tradizioni soul e alle modulazioni jazzistiche costituì il motore di una mutazione genica che i compagni, Bruce Foxton e Ric Buckler, non colsero nella sua portata. L’incomprensione reciproca, sedimentata nel tempo, attesta quanto quella scelta derivasse da un processo interiore già avanzato, maturato nel desiderio di superare un impianto espressivo percepito come statico e ingrigito. L’incontro con Mick Talbot, nel 1983, offrì a Weller un interlocutore dotato di una sensibilità armonica affine e di una formazione corroborata attraverso i Dexys Midnight Runners e i Merton Parkas. Attorno a questo nucleo prese forma il laboratorio degli Style Council, ampliato da una costellazione di musicisti ospiti – tra cui Tracey Thorn e Ben Watt – che costituirono gli Honorary Councilors ed i seguito, agendo per proprio conto, gli Everything But The Girl. In seno a tale compagine, Weller poté esplorare un ventaglio di colori sonori che la grammatica dei Jam non avrebbe consentito: progressioni modali, inflessioni soul, ambienti pop sofisticati e una concezione più mobile della forma.

«Café Bleu», pubblicato nel 1984 dopo l’EP «Introducing The Style Council», sancì il primo manifesto compiuto della nuova stagione. Il disco si apre con «Mick’s Blessings», pagina strumentale affidata al pianismo di Talbot, che introduce un clima quasi cameristico, costruito su velature acustiche e armonie che evocano il jazz britannico degli anni Sessanta. Il passaggio a «The Whole Point of No Return» avviene senza fratture: la voce di Weller si innesta su un disegno armonico essenziale, mentre il testo allude con lucidità alla tensione sociale dell’Inghilterra thatcheriana. La scrittura procede per immagini rapide, sostenute da un accompagnamento che privilegia la linearità melodica e un profilo acustico asciutto. Le successive «Me Ship Came In!» e «Blue Café», spesso liquidate come episodi minori, svolgono invece una funzione strutturale: introducono una fisionomia sonora che prepara l’ingresso di «The Paris Match», interpretata da Tracey Thorn. Qui la tessitura armonica si distende in un lirismo che richiama la tradizione del jazz vocale europeo, mentre la voce di Thorn, con la sua aura fonica inconfondibile, modella un paesaggio emotivo che potrebbe dialogare con le atmosfere di «Eden» degli Everything But The Girl. La versione di «My Ever Changing Moods» inclusa in «Café Bleu» – ridotta a un dialogo tra voce e pianoforte – rivela la volontà di Weller di sottrarre la composizione a ogni retorica pop, restituendole una nudità formale che ne esalta l’ossatura armonica. L’episodio conclusivo del primo lato, «Dropping Bombs On The White House», dispensa un clima più vivace, con un andamento swingante che richiama la West Coast e mette in luce la perizia ritmica di Steve White.

Il secondo lato si apre con «A Gospel», un costrutto che tenta un innesto tra rap e tessiture soul. L’intervento di Dizzy Hite, per quanto incisivo sul piano verbale, sfociò in un territorio stilistico che il gruppo non padroneggia pienamente: troppa carne a fuoco, o condizionamenti ambientali, si potrebbe dire più prosaicamente. «Strength Of Your Nature» funge da cerniera verso una sezione più coesa, mentre «You’re The Best Thing» omaggia la tradizione del soul anni Settanta sulla scorta un disegno accordale morbido, sorretto da progressioni che richiamano la scrittura di Thom Bell e la scuola di Philadelphia. Gli ultimi tre episodi – «Here’s One That Got Away», «Headstart For Happiness» e «Council Meetin’» – delineano un Weller già proiettato verso la futura carriera solista. Le prime due composizioni adottano un tono più leggero, con melodie che scorrono senza sovrastrutture e un uso calibrato delle dinamiche. «Council Meetin’», ennesimo componimento strumentale, autenticamente boogaloo con tanto di organo ed ambientazione churching, suggella l’album con un moto collettivo che ribadisce la natura cameristica del progetto.

Riascoltato oggi, «Café Bleu» rivela la sua natura di fucina aperta: un luogo in cui Weller, Talbot ed affiliati sperimentano, deviano, talvolta annaspano o forzano la mano, tuttavia progettano e danno vita a un lessico in quegli anni inedito: i media dell’epoca parlavano di British New Cool. Alcune passaggi conservano una forza intatta, altri mostrano i limiti di un’estetica fortemente legata al 1984 e, in un certo senso, condizionata delle dinamiche commerciali dello show-biz. Ciononostante, l’album inaugurò un percorso che avrebbe influenzato numerose altre formazioni come Everything But The Girl, Matt Bianco, Working Week, Animal Nightlife, Curiosity Killed The Cat e tanti altri, contribuendo alla diffusione di un ibrido jazz-funk-soul-pop che avrebbe trovato piena maturazione negli anni successivi. Nello scacchiere della carriera di Weller e Talbot, «Café Bleu» costituisce una soglia, ossia non un semplice cambio di direzione, ma l’avvio di una riflessione sulla permeabilità dei generi, sulla possibilità di far dialogare tradizioni differenti e sulla costruzione di un’identità musicale capace di rinnovarsi senza rinnegare le proprie radici.

Mick Talbot & Paul Weller

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