«Cities»: atlante sonoro delle città visibili e l’immaginario urbano di Claudio Fasoli (RAM Records, 1993)
L’intero album si presenta come un percorso unitario, dove la geografia si trasforma in armonia e la memoria culturale di ogni città diventa occasione per esplorare connessioni con pittura, architettura, letteratura e arti rituali. La scrittura di Fasoli plasma un linguaggio progressivo che converte ciascun episodio sonoro in laboratorio critico.
// di Francesco Cataldo Verrina //
«Cities», pubblicato nel 1993 dalla RAM Records, rappresenta una tappa significativa nella traiettoria di Claudio Fasoli, affiancato da Mick Goodrick, Paolino Dalla Porta e Bill Elgart. Registrato presso lo Studio Barigozzi di Milano, il concept si dispensa mediante dieci pagine musicali, ciascuna dedicata ad una città internazionale, trasformata in idea sonora e struttura tematica.
L’ipotesi di un legame con le «Città invisibili» di Italo Calvino offre una suggestione plausibile sul piano concettuale. Fasoli intitola ogni composizione a una città reale, mentre Calvino costruisce un atlante immaginario, nel quale i luoghi diventano figure della memoria, del desiderio, della lingua e del tempo. In entrambi i casi la città non è un semplice scenario, ma piuttosto un dispositivo narrativo e simbolico: per Calvino un pretesto filosofico, per Fasoli un motore sonoro, tanto che le corrispondenze si possono rintracciare in tre direzioni: trasformazione del luogo in linguaggio, ossia lo scrittore ligure traduce la città in metafora letteraria, mentre Fasoli in tessitura armonica e colore acustico; pluralità di prospettive, nel senso che le città calviniane sono infinite variazioni di un’idea, così come le dieci composizioni del sassofonista declinano un unico principio generativo in forme diverse; dimensione interdisciplinare, vale dire che il romanzo di Calvino dialoga con la filosofia e la semiotica, mentre l’album con la pittura, l’architettura e la memoria culturale. In sintesi, se Calvino costruisce città che esistono solo nel discorso di Marco Polo, Fasoli plasma città che vivono nella materia sonora, affidando al quartetto il compito di renderle percepibili. In entrambi i casi la geografia diventa linguaggio critico, mentre la mappa si trasforma in partitura.
In effetti, la concezione dell’album si regge su un principio di trasposizione geografica in linguaggio musicale: Amsterdam diviene «Amstel», Siena «Buildings», New York «320 CPW», Venezia «Venezia», Arnhem «Surfaces», Varsavia «W-WA», Mexico City «Cuicuilco», Milano «20121», Londra «Londoner» e Parigi «Rue Lepic». Ogni titolo non si limita ad evocare un luogo, bensì ne traduce la fisionomia culturale e acustica in profilo armonico e trama espressiva. La scrittura di Fasoli, di solida formazione e tecnicamente raffinata, si muove nel solco di una ricerca timbrica che evita la mera descrizione, preferendo la costruzione di atmosfere sospese e di tessuti contrappuntistici. Il quartetto si distingue per equilibrio e consapevolezza: il sax di Fasoli, dotato di un’aura fonica incisiva e interiormente variegata, dialoga con la chitarra di Goodrick, sensibile ed inventiva, capace di aprire spazi armonici mediante progressioni sottili e velature acustiche. La linea di Dalla Porta, accorta e ricettiva, sostiene con eleganza la dinamica collettiva, mentre Elgart scolpisce il ritmo con un gesto percussivo fluido, mai ridotto a mera scansione, ma orientato a modulare il respiro complessivo della pagina musicale. La logica dell’album non si esaurisce nella sequenza dei titoli: ogni città diventa occasione per indagare i rapporti tra il colore sonoro e l’architettura armonica, tra il tessuto ritmico el retaggio culturale. Il ritorno in studio l’anno successivo, a Parma, di Fasoli, Goodrick ed Elgart, testimonia la volontà di proseguire un percorso già avviato, facendo leva su un linguaggio che si attesta nell’alveo di una modernità jazzistica europea, capace di interagire con le arti visive e con la letteratura senza ricorrere a citazioni scontate. «Cities» si presenta dunque come un opificio generativo, dove la geografia diventa pretesto per un’indagine armonica e timbrica, e in cui la scrittura di Fasoli si afferma quale strumento critico e creativo, in grado di sedimentare memoria e variazione.
La sequenza delle dieci composizioni di «Cities» si dipana come un itinerario coerente, dove ogni passaggio traduce la memoria di un luogo in un linguaggio accordale e in un tessuto espressivo politematico. «Amstel» apre con un profilo acustico che richiama la fluidità dei canali di Amsterdam, costruito su progressioni modali che si dilatano in un contrappunto tra sax e chitarra. La trama armonica si muove con lentezza, evocando la pittura olandese del Seicento, in grado di modulare la luce in velature sonore. La struttura si fonda su un impianto atonale con progressioni che alternano centri tonali, creando un’imbastitura mobile. La chitarra di Goodrick amplia la percezione spaziale, mentre il sax di Fasoli percorre linee scalari ascendenti e discendenti, generando una sensazione di moto continuo. «Amstel», facendo appello alla memoria di luoghi in cui si depositano ricordi ed esperienze, diviene specchio di uno scenario urbano che vive nel riflesso dell’acqua, come le città calviniane che si conservano nei ricordi di chi le attraversa. «Buildings» riconforma la fisionomia di Siena sulla scorta di un disegno accordale che alterna digressioni e trasparenze, con il basso di Dalla Porta che sostiene la trasversalità dell’intelaiatura come fondamento architettonico, usando pedali prolungati, mentre la batteria di Elgart accentua la geometria ritmica con discreta eleganza. La composizione si avvicina alla logica delle proporzioni rinascimentali, dove ogni elemento trova collocazione in un equilibrio calibrato, non dissimile dalle figure sagomate dalla chitarra ed i puntelli stabilizzanti posti in essere da Fasoli. Siena, con i suoi edifici medievali, muta in un racconto musicale che parla attraverso i simboli, proprio come le città calviniane che comunicano tramite iscrizioni e tracce. «320 CPW» traduce New York in verticalizzazioni accordali accatastate, con la chitarra di Goodrick che introduce cluster dissonanti, aprendo spazi asimmetrici, mentre il sax li percorre con linee spezzate, foriere di fraseggi sincopati. L’intreccio tematico riconduce all’arte urbana contemporanea, fatta di giustapposizioni e contrasti visivi, convertiti in materia sonora, tanto che la modulazione verso tonalità lontane, richiama la ortogonalità urbana e la logica dei grattacieli. New York, con la sua proiezione al cielo e la sua vitalità, diventa incarnazione di un desiderio incessante, simile alle città calviniane edificate sull’ansia di futuro. «Venezia» naviga in un gioco di riflessi fonici, con il colore del sax che si muove su tratturi melodici che s’immergono nella fluidità lagunare, specchiandosi nella chitarra che inserisce arpeggi sospesi su accordi di nona ed il basso che scorre alla stregua di corrente sotterranea. L’inclinazione verso tonalità relative genera un gioco rifrattivo, simile alla pittura veneziana, dove la luce si diffonde in sfumature liquide e la musica diventa tessuto di vibrazioni acustiche. Calvino descrive agglomerati urbani che si dissolvono nel fluire, mentre Fasoli traduce Venezia in sistema armonico liquido, quale ricordo perenne che vive nel continuo mutamento. «Surfaces» evoca Arnhem mediante un disegno ritmico che si espande mediante superfici sonore, in cui la batteria plasma dinamiche progressive, che il sassofono calca con fraseggi sospesi. L’impianto complessivo si avvicina alle arti visive contemporanee, dove la superficie diventa campo di frizioni e di cromatismi multilivello. La musica di Fasoli raschia una piattaforma sonora non distante dalle descrizioni calviniane di città fatte di scritture e di trame, leggibili come palinsesti.
«W-WA» trasforma Varsavia in un episodio sonoro di forte intensità, con il basso che sorregge una serie di progressioni minori e la chitarra alle prese con accordi fratturati. L’ordito tematico fa emergere la memoria storica della città, sedimentata in armonie che oscillano tra malinconia e resistenza, mentre il sax di Fasoli sguscia flessuoso negli angiporti di quartieri in penombra. Luogo della memoria ferita che porta il peso della storia, Varsavia – segnata dalla distruzione e dalla ricostruzione – si avvicina alle ambientazioni calviniane che vivono nel ricordo di ciò che è stato perduto, traslando le reminiscenze in linguaggio. «Cuicuilco» apre il sipario su Mexico City con un ritmo circolare, sostenuto da percussioni leggere e da un basso che richiama la ritualità ancestrale. La scrittura si avvicina alla logica delle arti autoctone, dove la ripetizione diventa forma e la musica si trasforma in rito acustico. Calvino racconta di città alimentate da rituali e simboli, mentre il sasofonista traduce Mexico City in una tessitura fonica che rimanda alla ritualità precolombiana. «20121» pennella Milano su una tela accordale elegante, costruita su progressioni diatoniche che s’intrecciano con linee melodiche sobrie. La chitarra inserisce arpeggi sobri, mentre il sax percorre itinerari melodici calibrati. La proiezione verso tonalità vicine genera un effetto raffinatezza, richiamando la tradizione del design milanese, storicamente versato nell’unire funzionalità, sobrietà ed eleganza, tradotte in linguaggio musicale. Milano diventa così l’emblema di una civiltà metropolitana che vive secondo la logica delle relazioni, come le città calviniane che si fondano sugli scambi di merci e di parole. «Londoner» si staglia su un groove agile e su armonie che oscillano tra tonalità maggiori e minori, facendo affiorare la vitalità della metropoli. La chitarra introduce modulazioni verso tonalità lontane mediante salti di quarta aumentata, mentre il sax percorre agilmente gli anfratti melodici. L’arazzo cromatico richiama la letteratura inglese del Novecento, capace di alternare ironia e introspezione, rielaborate in materia sonora. Londra, con la sua qualità letteraria e musicale, si avvicina alle città calviniane che si moltiplicano in infinite varianti, ciascuna portatrice di nuove prospettive. «Rue Lepic» chiude con un timbro vivace, imperniato su progressioni modali che si dischiudono ad improvvisazioni leggere, quasi a passo di tango. La composizione richiama la pittura impressionista, dove la luce si frammenta in tocchi rapidi e la musica diventa un habitat per sensazioni molteplici. Parigi, con la sua tradizione artistica, si colloca nel solco delle città calviniane che si leggono come testi, fatte di segni e di impronte indelebili. L’intero album si presenta come un percorso unitario, dove la geografia si ricalibra in armonia e la memoria culturale di ciascuna città diventa occasione per stabilire connessioni con pittura, architettura, letteratura ed arti rituali. La partitura di Fasoli plasma un linguaggio progressivo che converte qualunque episodio sonoro in laboratorio critico. Fasoli stesso, nei suoi scritti teorici («Inner Sounds» e «Jazz, Architetture di un Azzardo»), insiste sulla dimensione progettuale del jazz come «architettura di un azzardo», cioè costruzione armonica ed improvvisativa che si fonda su scelte consapevoli.

