«Snapshots» di Vicki Rummler: una topografia del ricordo tra America ed Europa (Dodicilune, 2026)

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«Snapshots» si sostanzia come un lavoro di notevole finezza interpretativa e progettuale. Nel loro insieme, queste «istantanee» non si limitano a illustrare contenuti, ma delineano un itinerario percettivo. Ne risulta una sequenza non lineare, in cui ogni episodio si impone per autonomia espressiva, senza rinunciare a una sottile coerenza esecutiva.

// di Francesco Cataldo Verrina //

«Snapshots» di Vicki Rummler sancisce un’operazione discografica di raffinata coerenza estetica, in cui la dimensione memoriale si annoda con una ricerca timbrica di notevole pregnanza. Affiancata da due figure eminenti del panorama improvvisativo europeo, quali Francesco Bearzatti e Nico Morelli, l’artista statunitense si staglia su un percorso sonoro che trascende la mera contaminazione stilistica, approdando a una sintesi espressiva di rara efficacia.

Il disco, pubblicato dall’etichetta Dodicilune, si distingue per una tessitura musicale che coniuga la tradizione folk nordamericana con le più sofisticate istanze del jazz continentale, generando un lessico sonoro ibrido ma mai eccedente in manierismi. La presenza di strumenti monodici – la voce e il clarinetto/sax soprano – sostenuti dall’ordito armonico del pianoforte produce una dialettica interna fitta di sfumature, in cui libertà espressiva e rigore formale coesistono senza frizioni. L’asse concettuale del concept risiede nell’omaggio alla figura paterna, Edgar «Ed» Rummler, la cui memoria viene evocata attraverso una procedura narrativa assimilabile a un album fotografico sonoro. Le tracce, registrate presso lo Artesuono Recording Studio sotto la direzione di Stefano Amerio, restituiscono una sequenza di «istantanee» acustiche, in cui il dato autobiografico si trasfigura in materia musicale condivisibile. Particolarmente significativa risulta la scrittura testuale applicata a composizioni altrui, che testimonia una capacità di rielaborazione poetica capace di ampliare il significato originario dei brani. Parallelamente, alcuni episodi strumentali offrono spazi di autonomia espressiva agli interpreti, evidenziando una pluralità di voci che contribuisce all’equilibrio complessivo del disco. La dimensione evocativa si estende inoltre a suggestioni geografiche e culturali eterogenee, mentre la rilettura degli standard, apporta un momento di levità calibrata, mai disgiunta da consapevolezza stilistica.

Nel dispiegarsi di «Snapshots», ciascun episodio propizia un microcosmo evocativo, in cui il titolo agisce da soglia semantica capace di orientare l’ascolto verso una dimensione immaginativa stratificata. «Nirvanina» suggerisce sin dal nome una tensione verso una quiete solo apparente: diminutivo affettivo e allusione filosofica convivono in una scrittura che pare oscillare tra sospensione contemplativa e sottile inquietudine, come un equilibrio instabile tra abbandono e coscienza. «Okemah» richiama invece una geografia interiore prima ancora che fisica: l’eco di un toponimo si traduce in paesaggio sonoro, dove la memoria americana si rifrange attraverso una sensibilità europea, generando una narrazione senza coordinate fisse, quasi un itinerario dell’anima. In «Fields And Clouds» la dicotomia tra terra e cielo si trasfigura in dialogo musicale: la dimensione orizzontale dei campi e quella verticale delle nuvole sembrano tradursi in linee melodiche complementari, capaci di suggerire un senso di apertura e di respiro. «Fake Brown» apporta una riflessione più ambigua: il colore, dichiaratamente falso, rimanda a una percezione alterata, a una realtà filtrata o artificiale. Ne scaturisce un gioco di maschere timbriche, in cui autenticità e costruzione si confondono deliberatamente. «For Milton» assume i tratti di una dedica che trascende il riferimento individuale, traducendosi in elegia astratta: il nome proprio diviene pretesto per un discorso musicale raccolto, misurato, quasi meditativo.

Con «Taiwan Pijio» affiora un’ambientazione esotica e nomade: il titolo, enigmatico e composito, evoca una fascinazione per l’altrove, traducendosi in una tessitura che sembra inseguire immagini lontane, senza mai cristallizzarle. «Woman In The Moon» si cala in una tradizione simbolica antica, rielaborata in chiave intima: la figura femminile lunare diviene proiezione di mistero e distanza, suggerendo una narrazione sospesa tra mito e introspezione. «It Had To Be You», reso celebre da Doris Day, nella sua formulazione inevitabilistica, insiste su un registro più leggero solo in apparenza: dietro la dichiarazione perentoria si intravede una consapevolezza ironica del destino, restituita attraverso un fraseggio elegante e misurato. «Song for My Father» si configura infine quale congedo affettivo: il titolo, esplicito nella sua intenzione, racchiude un’intera costellazione emotiva, traducendosi in una chiusura che assume valore di congedo simbolico, suggellando il progetto con una tonalità elegiaca che richiama il dissolversi di una pellicola domestica. Nel complesso, «Snapshots» si sostanzia come un lavoro di notevole finezza interpretativa e progettuale. Nel loro insieme, queste «istantanee» non si limitano a illustrare contenuti, ma delineano un itinerario percettivo. Ne risulta una sequenza non lineare, in cui ogni episodio si impone per autonomia espressiva, senza rinunciare a una sottile coerenza esecutiva.

Vicki Rummler

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