Nati come «The Notebooks Of Sonny», i «Taccuini» di Sonny Rollins offrono un ulteriore approfondimento della figura del sassofonista (Il Saggiatore, 2025)
La voce di un musicista che, pur consapevole della propria statura storica, continua a interrogarsi con radicale onestà sulla natura dell’arte e sul dovere della ricerca, consegnando ai lettori non un monumento celebrativo, ma un cantiere ancora aperto.
// di Francesco Cataldo Verrina //
Nel panorama della musica afroamericana del secondo Novecento, la figura di Sonny Rollins si staglia con un’autorevolezza difficilmente eguagliabile. Nato nel 1930 e attivo sin dalla stagione in cui il bebop ridefiniva i codici dell’improvvisazione, il sassofonista newyorkese ha attraversato oltre sette decenni di trasformazioni stilistiche senza mai smarrire tensione sperimentale e rigore metodologico. Oggi, alla soglia dei novantasei anni, egli rimane l’unico superstite di quella costellazione di protagonisti che riscrissero la grammatica del jazz moderno, assumendo il ruolo di ultimo depositario vivente di una stagione fondativa. A lui si devono non soltanto standard stilistici e repertoriali imprescindibili, ma anche una prassi improvvisativa rigorosa e concettualmente elevata che ha segnato il passaggio dallo hard bop al post-bop, coinvolgendo figure quali Miles Davis e Thelonious Monk e contribuendo in modo decisivo alla definizione del jazz moderno come forma d’arte autonoma e filosoficamente articolata.
L’edizione italiana di «Taccuini», pubblicata da Il Saggiatore, traduce e propone per la prima volta al pubblico nazionale il volume apparso in lingua originale con il titolo «The Notebooks Of Sonny» (New York Review Books, 2024). Rollins, curato da Sam V. H. Reese. La traduzione italiana, affidata a Marco Bertoli, che integra circa 200 pagine di materiali, restituisce con notevole aderenza lessicale e ritmica la voce di un autore la cui scrittura, lungi dall’essere mero supporto documentario, si configura quale estensione speculativa dell’atto musicale. Sin dal titolo, il volume si delinea come un laboratorio aperto sul pensiero creativo: non un diario ordinato secondo un canone biografico lineare, ma piuttosto una miscellanea di testi in forma aforistica, schematicamente organizzata eppure sorprendentemente coerente nella sua visione d’insieme. La dimensione ibrida – tra manualistica tecnica, speculazione filosofica e memoir intellettuale – rende il volume non solo uno strumento indispensabile per musicisti e studiosi di teoria jazzistica, ma anche un contributo di rilievo alla comprensione della soggettività creativa nel panorama artistico del Novecento e oltre. Le sue annotazioni rivelano una mente in costante ricerca di significato, che lega la disciplina quotidiana della pratica alla meditazione sul valore ontologico dell’improvvisazione, sulla libertà espressiva e sull’interconnessione tra passato e futuro. In ciò, la scrittura diaristica si avvicina per intensità al registro delle meditazioni filosofiche, pur conservando un’incisiva materialità tecnica.
Il corpus raccoglie annotazioni redatte in un arco temporale che si estende dalla fine degli anni Cinquanta al secondo decennio del XXI secolo. Questi materiali restituiscono l’attività mentale che ha accompagnato l’elaborazione del linguaggio sonoro rollinsiano, offrendo una panoramica che spazia dalle osservazioni tecniche sull’uso dell’embouchure e la postura al sassofono, a considerazioni teoriche di ampio respiro e a riflessioni esistenziali. L’apparente discontinuità formale – appigli rapidi, frammenti poetici, schemi teorici, divagazioni spirituali, osservazioni tecniche – si ricompone in un disegno coerente, nel quale la pratica strumentale viene sottoposta a scrutinio analitico e ricondotta a una visione etica dell’arte. L’improvvisazione, nelle sue pagine, non appare come una prassi contingente, ma piuttosto quale esito di una disciplina ascetica, di autocoscienza e di interrogazione permanente sul senso dell’espressione sonora. Particolare rilievo assumono i ragionamenti intorno a incisioni capitali quali «Saxophone Colossus», «Way Out West» e «The Bridge», evocati non in chiave celebrativa, ma come tappe di un processo di incessante ridefinizione linguistica. L’opificio interiore che emerge dalle pagine consente di cogliere il travaglio teorico sotteso a soluzioni melodiche divenute canoniche, svelando l’intreccio fra intuizione e progettualità che caratterizza l’estetica rollinsiana.
La curatela di Reese, sorretta da un apparato critico misurato e non invasivo, favorisce un percorso di lettura che coniuga biografia intellettuale e storia culturale, evitando derive agiografiche. Ne risulta un’opera ibrida, sospesa tra diario, trattato implicito e testimonianza storica, in grado di illuminare non soltanto la metodologia compositiva di un maestro, ma altresì la postura morale di un artista che ha concepito il suono quale elemento di conoscenza. «Taccuini» s’impone dunque come documento di primaria importanza: non un semplice vademecum tecnico, ma un lascito teorico, umano e politico di un protagonista che ha inciso in modo irrevocabile sul corso del jazz contemporaneo. In esso si avverte la voce di un musicista che, pur consapevole della propria statura storica, continua a interrogarsi con radicale onestà sulla natura dell’arte e sul dovere della ricerca, consegnando ai lettori non un monumento celebrativo, ma un cantiere ancora aperto.

