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«Verso la Luce» consegna l’immagine di un musicista di solida formazione, interiormente articolato, che affronta l’atto compositivo con disciplina e sensibilità. Se la luce evocata dal titolo rappresenti una meta o un cammino, sarà il tempo a stabilirlo.

// di Francesco Cataldo Verrina //

«Verso la Luce», pubblicato da AlfaMusic, rappresenta per Igor Senderov non soltanto un esordio discografico, ma il compimento di un itinerario formativo e umano che prende avvio a Mosca e trova ulteriore maturazione a Roma. La genesi delle prime composizioni, risalenti al periodo russo, si lega a un’esigenza espressiva precoce; il successivo approdo al Saint Louis College of Music consente al sassofonista di sottoporre quella materia iniziale a un lavoro di approfondimento tecnico e di consapevolezza armonica sotto la guida di Rosario Giuliani, di Gabriele Ceccarelli e di Antonio Solimene. Il titolo allude a una tensione etica prima ancora che estetica. La «luce» evocata non coincide con un simbolo generico, piuttosto suggerisce un orientamento, una direzione interiore che informa la scrittura e ne determina l’andamento sintattico. Le composizioni raccolte nell’album, tracciate in periodi differenti, non aspirano a un’omogeneità superficiale; trovano invece coesione in un lessico melodico riconoscibile, fondato su cellule tematiche chiare che vengono sviluppate mediante progressioni modali, scarti ritmici e calibrate espansioni intervallari.

L’«Intro» inaugura il percorso con una traccia breve, quasi germinale, nella quale il sax alto disegna un profilo ascendente su un tappeto accordale rarefatto. L’idea della nascita della luce si traduce in una graduale intensificazione dinamica e in un ampliamento dello spettro sonoro, senza indulgere a effetti retorici. La composizione che dà il titolo all’album,«Verso la luce», impreziosita dalla presenza di Giuliani, si fonda su una struttura ampia, articolata in sezioni contrastanti che alternano scrittura tematica e spazi improvvisativi. Il confronto tra i due sassofoni non assume i tratti di una competizione virtuosistica; ciascuna voce dispone il proprio fraseggio secondo logiche complementari, talora convergenti su unisoni di forte incisività, talaltra divergenti in linee parallele che ampliano la prospettiva armonica. «Eretz», termine ebraico che rimanda alla terra, si sviluppa su un impianto modale che richiama cadenze mediorientali senza ricorrere a citazioni folkloriche. La scala impiegata, con seconde aumentate e intervalli che suggeriscono un colore orientale, viene integrata in un contesto jazzistico contemporaneo, dove il pianoforte di Giuseppe Sacchi distribuisce voicing aperti e il contrabbasso di Vincenzo Quirico stabilisce un centro tonale elastico.

«True Or False» affronta il dualismo tra verità e menzogna, bene e male, mediante un’alternanza di metri dispari e passaggi in quattro quarti; tale oscillazione metrica produce un senso di instabilità controllata che traduce in suono la dialettica evocata dal titolo. Particolarmente intensa risulta «To Rachel», dedicata alla memoria della nonna dell’autore. La linea melodica si distende su un andamento lento, sostenuta da un accompagnamento sobrio che privilegia accordi estesi e sospensioni armoniche. Il sax alto evita ogni compiacimento sentimentale e affida l’espressività a un controllo minuzioso dell’emissione e dell’intonazione, così che l’omaggio si traduca in meditazione raccolta piuttosto che in elegia enfatica. «Shivorot Navyvorot», derivante da un’espressione idiomatica russa, introduce un carattere più giocoso; il tema, costruito su figurazioni sincopate e su rapide variazioni intervallari, offre al quartetto l’occasione di un’elaborazione ritmica vivace, nella quale la batteria di Daniel Besthorn lavora per sottrazione, suggerendo accenti anziché dichiararli apertamente. «Vesuvio» nasce dall’impressione suscitata dal paesaggio napoletano. L’idea di maestosità non viene resa mediante accumuli sonori, ma piuttosto tramite un tema ampio, solenne, che procede per gradi congiunti e salti misurati. Il pianoforte articola accordi che richiamano la tradizione modale europea, mentre il contrabbasso consolida una base grave che evoca la presenza silenziosa del vulcano. Chiude il percorso «Walking Around», composizione di Giuliani, nella quale l’andamento swingato e la scrittura lineare offrono un terreno fertile per un fraseggio più sciolto, in cui Senderov dimostra padronanza tecnica e prontezza inventiva.

Il quartetto formato con Sacchi, Quirico e Besthorn non svolge una funzione meramente accompagnatoria; ciascun musicista partecipa alla definizione del quadro sonoro con interventi misurati, evitando sovraccarichi e dispersioni. La coesione dell’ensemble deriva da un ascolto reciproco vigile e da una comune attenzione alla forma complessiva, qualità che si avvertono soprattutto nei passaggi di transizione tra sezioni scritte e improvvisate. Le testimonianze di Max Ionata e di Ramberto Ciammarughi convergono nel riconoscere a Senderov una maturità non consueta per un esordio. L’influenza del jazz statunitense contemporaneo, con particolare riguardo all’area newyorkese, affiora in alcune opzioni accordali e nel trattamento del groove, e tuttavia tale ascendenza non soffoca le componenti russe e israeliane che fanno parte della sua biografia. Piuttosto, queste matrici culturali si dispongono entro un linguaggio personale ancora in evoluzione, già dotato di coerenza e di una chiara direzione espressiva. «Verso la Luce» consegna dunque l’immagine di un musicista di solida formazione, interiormente articolato, che affronta l’atto compositivo con disciplina e sensibilità. Se la luce evocata dal titolo rappresenti una meta o un cammino, sarà il tempo a stabilirlo; ciò che qui si ascolta testimonia un orientamento saldo, una volontà di ricerca che trova nella scrittura e nell’interplay del quartetto un terreno fertile per ulteriori sviluppi.

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