George Benson & Joe Farrell con «Benson & Farrell»: costruzione modulare jazz-funk anni Settanta (CTI, 1976)
Un’opera breve ma coesa, nella quale competenza strumentale, misura compositiva e cura produttiva convergono in un equilibrio che merita di venire riconsiderato con sguardo meno frettoloso e più analitico.
// Aldo Gradimento //
Nel 1976 la CTI Records accolse l’incontro tra George Benson e Joe Farrell, affidando all’album «Benson & Farrell» il compito di documentare una convergenza che, pur accolta con riserve da parte della critica coeva, avrebbe col tempo acquisito una fisionomia più nitida nel quadro dell’estetica CTI. Lungi dal costituire un semplice espediente discografico, il lavoro testimonia una fase di transizione implicita alla poetica bensoniana, quando il chitarrista, ancora distante dal successo trasversale di «Breezin’», bazzicava territori strumentali nei quali jazz, funk e soul si componevano secondo un equilibrio calibrato.
L’intesa tra chitarra e ance non si esaurisce in una sovrapposizione di ruoli, ma si fonda su una distribuzione consapevole delle funzioni melodiche e armoniche. Benson, dotato di una padronanza tecnica sorvegliata e di un fraseggio di limpida articolazione, ordina le progressioni con precisione quasi architettonica; Farrell, versato tanto nel flauto quanto nel sax soprano, introduce una linea più distesa, in grado di ampliare l’orizzonte tonale mediante modulazioni morbide e scarti intervallari che attenuano la compattezza ritmica. L’insieme trova coesione grazie agli arrangiamenti di David Matthews, la cui scrittura, lontana da ridondanze orchestrali, dispone i materiali con misura, valorizzando il dialogo tra sezione ritmica e solisti. Alcuni Episodi esibiscono un impianto compositivo nel quale l’ostinato funk non assume mera funzione propulsiva, piuttosto sostiene una trama armonica articolata, spesso costruita su giri modali che consentono ai solisti di esplorare registri differenti senza smarrire coerenza sintattica. In tali episodi l’elasticità del basso elettrico e la scansione controllata della batteria concorrono a delineare un ambiente sonoro luminoso, attraversato da una vitalità che non indulge in compiacimenti virtuosistici. La sensibilità di Farrell, rivela invece un’attenzione lirica che si avvale di un fraseggio sospeso tra canto e meditazione, con un controllo del vibrato e delle dinamiche tale da suggerire una prossimità alla scrittura cameristica. Taluni osservatori, giudicarono l’album gradevole, sebbene privo di memorabilità incisiva, quasi che la brevità complessiva ne attenuasse l’impatto. Una simile valutazione, se considerata alla luce dell’estetica CTI, rischia tuttavia di trascurare la coerenza sostanziale del progetto, fondato su una concisione che evita dispersioni tematiche. La durata contenuta non impoverisce il discorso musicale, semmai lo concentra, sottraendolo a prolissità e ad accumuli superflui.
L’analisi delle singole composizioni conferma come la brevità dell’album non implichi superficialità progettuale. Ogni pagina musicale contribuisce a un disegno armonico coerente, nel quale competenza strumentale, misura formale e chiarezza produttiva convergono in una sintesi che merita attenzione analitica, lontana tanto dall’entusiasmo acritico quanto dalla liquidazione frettolosa.. «Flute Song» inaugura il percorso con una dichiarazione di poetica. Il flauto di Farrell, sostenuto da un basso elettrico elastico e da una batteria di scansione nitida, espone un tema di chiara impronta modale, fondato su cellule reiterate che favoriscono l’espansione improvvisativa. Benson interviene non come semplice accompagnatore, ma quale regista armonico, distribuendo voicings compatti e linee discendenti che indirizzano la progressione. La procedura evita l’accumulo ornamentale e predilige una linearità che richiama certa grafica minimalista coeva, nella quale il tratto netto governa la superficie senza saturarla. «Beyond The Ozone» dispensa un clima più raccolto, quasi contemplativo. La struttura tematica si sviluppa secondo un andamento meno percussivo, con una disposizione degli accenti che attenua la pulsazione funk per privilegiare una tessitura armonica più sfumata. Il fraseggio chitarristico, di timbro vellutato e controllato, si avvale di cromatismi discreti, mentre le ance delineano arcate melodiche ampie, atte a suggerire un senso di sospensione tonale non risolto immediatamente, ma trattenuto in bilico. L’effetto complessivo rimanda a una scrittura che, pur muovendosi in ambito elettrico, conserva un’eleganza cameristica. «Camel Hump» muta registro e accentua l’elemento ritmico. L’ostinato del basso, articolato con precisione quasi matematica, sostiene una trama sonora dove chitarra e fiati si alternano in interventi incisivi. Qui la componente fusion si manifesta con maggiore evidenza, non tanto per l’adozione di sonorità aggressive, quanto per la disposizione contrappuntistica delle linee, che talora si sovrappongono generando una tensione controllata. L’impianto tematico, lungi dal cedere a derive caotiche, mantiene una chiarezza architettonica che consente al groove di espandersi senza dispersioni. Con «Rolling Home» si rientra in un ambito più lirico. Il tema, esposto con sobrietà, poggia su una progressione armonica che alterna tonalità contigue, favorendo una modulazione graduale. Benson adotta un fraseggio cantabile, quasi vocale, mentre Farrell, al soprano, introduce una linea che pare dialogare con la chitarra secondo un principio di eco e risposta. La sezione ritmica non si limita a sostenere, piuttosto modella l’andamento dinamico con variazioni sottili di accento e densità, evitando uniformità. Ciononostante, il tratto finale non mira a un climax enfatico, ma a una chiusura coerente con l’equilibrio che permea l’intero lavoro.
Determinante risulta la qualità fonica, coerente con gli standard produttivi dell’etichetta, la quale privilegiava una resa cristallina degli strumenti e una spazializzazione accurata. La presenza di strumentisti quali Will Lee e Andy Newmark contribuisce a un assetto esecutivo saldo, nel quale groove e precisione convivono senza rigidità. Il basso non si limita a sostenere l’armonia, ma s’interfaccia con la chitarra mediante linee mobili che talora anticipano le risoluzioni, mentre la batteria articola figure sincopate che conferiscono motilità all’intera impalcatura. Inquadrato nel solco della stagione strumentale bensoniana, «Benson & Farrell» andrebbe letto come snodo significativo, poiché anticipa quella lucidità melodica che, di lì a poco, avrebbe trovato sbocchi più popolari. Qui, tuttavia, la ricerca permane ancorata a un codice espressivo jazzistico, temperato da inflessioni soul e da un gusto per la levigatezza formale che rimanda, per analogia, a certa pittura iperrealista statunitense degli anni Settanta, attenta alla superficie luminosa senza rinunciare a una struttura rigorosa. Ne risulta un’opera breve ma coesa, nella quale competenza strumentale, misura compositiva e cura produttiva convergono in un equilibrio che merita di venire riconsiderato con sguardo meno frettoloso e più analitico.

