Claudio Fasoli New Quartet con «The Meeting»: fluttuazioni tonali e relazioni melodiche
«The Meeting» sancisce un trattato jazzistico di alta scuola, in bilico tra azione improvvisativa consapevole e architettura strutturante, in cui l’impianto non è subordinato alla tecnica, ma ne rappresenta il principio direttivo.
// di Francesco Cataldo Verrina //
Alla fine degli anni Settanta, il jazz europeo stava consolidando un percorso autonomo, pur rimanendo in dialogo costante con le esperienze afro-americane. Negli Stati Uniti, il free jazz e l’ultima evoluzione del post-bop avevano aperto territori tonali più liberi, caratterizzati da improvvisazioni estese e progressioni modulanti che rompevano la rigidità dei canoni tradizionali. Musicisti come Joe Henderson, Dave Liebman e Michael Brecker stavano esplorando l’interazione fra fraseggio melodico e progressioni complesse, creando un equilibrio tra virtuosismo e costruzione tematica, mentre la scena della East Coast vedeva una proliferazione di piccoli ensemble che sperimentavano contrappunti serrati e dialoghi strumentali più compatti.
Parallelamente in Europa, dalla Germania all’Italia e ai Paesi Bassi, il jazz stava subendo una trasformazione sensibile: le influenze afro-americane s’integravano con una maggiore attenzione alla struttura interna dei brani e all’articolazione timbrica, spesso derivata da esperienze classiche e dalle avanguardie contemporanee. Alexander von Schlippenbach, Steve Lacy e Enrico Rava stavano elaborando linguaggi nei quali le progressioni modulanti e l’uso sofisticato degli intervalli diventavano strumenti di sperimentazione, capaci di espandere la percezione del fraseggio senza rinunciare a una coerenza del tessuto musicale. In questo quadro, la scena italiana stava acquisendo una fisionomia definita, con quartetti e piccoli combo che indagavano l’interazione tra improvvisazione libera e controllo della struttura intrinseca dei brani. I musicisti italiani, tra cui Fasoli e i suoi coetanei, riflettevano sulle sequenze tonali e sulle possibilità offerte dalle modulazioni, integrando le esperienze afro-americane con sensibilità europee, in particolare attraverso un uso del fraseggio e degli intervalli più compositivo e attentamente calibrato. Il risultato era un jazz che non imitava pedissequamente i modelli americani, ma ne adottava gli elementi essenziali – come l’interplay tra strumenti, le progressioni mobili e le scelte intervallari originali – per poi evolvere verso un linguaggio personale, articolato e in grado di sostenere l’innovazione senza sacrificare la chiarezza procedurale.
Con la pubblicazione di «The Meeting» del 1979, Claudio Fasoli New Quartet sancisce un’idea, quanto meno una prospettiva compiuta sull’arte del quartetto italiano in un periodo di ricerca formale intensa. La compagine – sassofoni tenore e soprano Fasoli e Pat LaBarbera, pianoforte Luigi Bonafede, contrabbasso Lucio Terzano e batteria di Paolo Pellegatti – agisce con sinergica coesione, dove ogni intervento contribuisce alla mappatura di un ordine armonico e ritmico consapevole. L’interazione tra i due sassofoni non produce mai un semplice dialogo imitativo; le linee emergono e si annodano sulla scorta di un principio di complementarietà dinamica, in cui i contrasti timbrici esprimono valenza strutturale, generando un tessuto sonoro finalizzato a sorreggere impalcature tematiche complessi senza ricorrere a sovraccarichi virtuosistici. Pat LaBarbera, nato a Toronto nel 1944, aveva maturato la propria formazione in un ambiente fortemente influenzato dal jazz afro-americano; dopo il trasferimento a New York divenne collaboratore di Buddy Rich, Woody Shaw e Horace Silver, consolidando una padronanza tecnica e un senso dell’improvvisazione radicato nel patrimonio post-bop. Dal canto suo, Claudio Fasoli, nato a Venezia nel 1939, aveva implementato la propria preparazione tra conservatorio ed esperienze nei club italiani, entrando in contatto con musicisti americani in tournée in Europa; la sua carriera si caratterizzava per un dialogo costante con la scena europea, in particolare con Steve Lacy ed Enrico Rava, e per un interesse marcato verso la proposizione di un jazz multitasking, tutt’altro convenzionale. Luigi Bonafede, pianista torinese, forte di un background classico prima di rivolgersi al jazz, riusciva ad integrare patrimonio colto e improvvisazione con una particolare cura per la costruzione modulare dei brani. Lucio Terzano, il quale e definì le radici tonali e ritmiche del quartetto, si era distinto in qualità di contrabbassista sulla scena romana e milanese degli anni Settanta, operando a fianco di formazioni jazzistiche e crossover. Paolo Pellegatti, batterista milanese, apportò un contributo alle dinamiche del quartetto, grazie alle esperienze maturate con ensemble europei e varie sessioni jazz di matrice afro-americana, durante le tournée, combinando complessità ritmica e duttilità esecutiva. Il quartetto fasoliano rappresentò un crocevia tra esperienze e universi molteplici, in cui ciascun musicista portava riferimenti culturali e percorsi formativi differenti, che si confrontavano e dialogavano, dando vita a un idioma che rifletteva tanto le radici del jazz statunitense quanto le possibilità di sperimentazione offerte dall’ambiente europeo della fine degli anni Settanta.
La traccia d’apertura, «The Meeting», mette in luce l’abilità dei due solisti nelmodulare simultaneamente fraseggi distinti e convergenti, sostenuti da un pianismo che disegna progressioni accordali precise e variabili. In «Dedicato a Due», Fasoli si concentra su una narrazione più temperata, dove la sagomatura emerge dall’articolazione dei gruppi tonali più che dalla semplice esposizione melodica. «Dubbio», composizione di Bonafede, perlustra territori di ambiguità tonale, facendo affiorare frizioni armoniche che il contrabbasso e la batteria rimarcano con incisività ritmica calibrata. Il quartetto delinea un modus agendi atto a sostenere architetture asimmetriche senza comprometterne la trasparenza. Il lato B approfondisce il rapporto tra improvvisazione e conformazione estetica: «Lake Simcoe» impiega un rotolo tematico esteso, dove il pianoforte non accompagna, ma plasma lo spazio armonico, consentendo ai sassofoni di pennellare linee ricche di scarti e modulazioni. In «Several You», Fontana costruisce un impianto ritmico sfaccettato, nel quale ogni battuta suggerisce nuove relazioni fra pulsazione e fraseggio, senza interrompere la continuità dell’insieme. La chiusura affidata a «Mind Games» mostra un interplay in cui l’opulenza delle sovrapposizioni non oscura la chiarezza formale, mentre i contrasti tra i timbri dei sassofoni e la variazione della tessitura accordale conferiscono alla registrazione un respiro che va oltre la semplice successione lineare dei componimenti. L’album testimonia un momento di piena maturità per Fasoli e il suo quartetto, in cui la ricerca sul linguaggio jazzistico si traduce in una scrittura attenta alla progressione armonica, alla modulazione timbrica e alla gestione dello spazio ritmico. Come descritto, la rigorosa struttura dei brani, al contempo flessibile ed a maglie larghe, permette a ogni musicista di contribuire in modo determinante, senza ridondanze e con una precisione esecutività che mette in luce una comprensione abissale dei meccanismi del quartetto. «The Meeting» sancisce così un trattato jazzistico di alta scuola in bilico tra azione improvvisativa consapevole e architettura strutturante, in cui l’impianto non è subordinato alla tecnica, ma ne rappresenta il principio direttivo.
Per una migliore comprensione va detto che il confronto fra i due sassofoni costituisce il cuore pulsante di «The Meeting». Pat LaBarbera propone un fraseggio compatto e lineare, incentrato su continuità intervallare e articolazioni che privilegiano la chiarezza melodica; le sue scelte armoniche tendono a stabilire punti di riferimento percettivi, talvolta con accenti consonanti che sostengono la direzione del brano senza interromperne il flusso. LaBarbera sembra scandire la progressione accordale, rispettandone le trame sottese e valorizzandone i passaggi più sottili con interventi calibrati e mirati. Fasoli adotta un approccio più flessibile, modulando le frasi mediante variazioni ritmiche e micro-contrasti intervallari, dispensando tensioni inattese; la sua relazione con l’armonia privilegia l’oscillazione fra linee melodiche e passaggi intermedi più sfumati, producendo continui scarti che ampliano le possibilità espressive senza intaccarne la saldatura complessiva. L’uso dei due registri, soprano e tenore, consente a Fasoli di variare il colore acustico e di instaurare sottili dialoghi con il pianoforte, creando una rete di rimandi che moltiplica i punti di ascolto senza generare sovrapposizioni ridondanti. Insieme, i due sassofoni mostrano un equilibrio dinamico basato su complementarità e differenziazione: LaBarbera tende a delineare contorni precisi e a stabilire riferimenti armonici stabili, mentre Fasoli distribuisce fluttuazioni che ampliano la percezione progressiva, marcandone il senso di marcia. La combinazione delle due strategie permette ai due sodali di imbastire un tessuto sonoro, nel quale la varietà dei colori e delle articolazioni non vanifica la brillantezza, ma la rinforza, divenendo propedeutica a un interplay in cui qualsiasi scelta melodica risuona in funzione dell’altra, mentre la duttilità accordale si mantiene viva sulla scorta dell’arte delle differenze. L’interazione dei due approcci genera un botta e risposta fitto di contrasti armonici, in cui le modulazioni di LaBarbera e le flessioni intervallari di Fasoli si compenetrano, sottolineando la varietà dei percorsi tonali e la tensione interna passo per passo.

