George Adams Quintet con «Paradise Space Shuttle»: l’eco mingusiana nelle articolazioni performative di un sassofonista visionario (Timeless Records, 1979)
L’unità dell’album non deriva dall’omogeneità stilistica, ma dalla forza di una voce strumentale che, in virtù di una padronanza tecnica e di un’immaginazione interiormente articolata, plasma materiali eterogenei entro una prassi procedurale riconoscibile.
// Aldo Gradimento //
Dicembre 1979, New York: George Adams affida al nastro «Paradise Space Shuttle», terza prova solistica e primo capitolo pubblicato negli Stati Uniti sotto la propria direzione, con il sostegno della Timeless Records. La recente ristampa in vinile da 180 grammi, curata nel 2024 dalla Music On Vinyl, sollecita una riconsiderazione analitica di un lavoro che la guida «Obscure Sound» di Chee Shimizu, schedula, non senza ragione, nell’area cosiddetta «cosmica», categoria che qui richiede tuttavia un chiarimento semantico e non un facile entusiasmo terminologico. Adams, sassofonista di solida formazione, già collaboratore di Charles Mingus, di Cecil McBee e membro stabile del gruppo di McCoy Tyner, elabora in queste sei composizioni un impianto musicale che rivela consapevolezza storica ed energia inventiva. Il quintetto con Ron Burton al pianoforte, Don Pate al contrabbasso, Al Foster alla batteria e Azzedin Weston alle percussioni sostiene un discorso articolato, nel quale l’hard bop non viene semplicemente citato bensì riletto secondo una logica di espansione modale e di progressiva dilatazione ritmica.
«Intentions» enuncia con chiarezza l’ordine procedurale dell’album: la scrittura tematica si fonda su cellule intervallari nette, spesso imperniate su quarte e quinte giustapposte, mentre la sezione ritmica, coadiuvata da un Foster accorto e reattivo, distribuisce accenti irregolari che incrinano la prevedibilità del quattro quarti. Il colore del tenore, ruvido e penetrante, evita ogni compiacimento levigato; Adams predilige un fraseggio che comprime e distende il materiale motivico, secondo una sintassi che talvolta rimanda alla lezione mingusiana, laddove la linea melodica sembra caricarsi di tensioni politonali e di inflessioni blues oblique. La rilettura di «Send In The Clowns», proveniente dal repertorio teatrale di Stephen Sondheim, si sottrae alla retorica della ballad consolatoria. Il pianoforte di Burton disegna voicing ampi, con intervalli aperti e risonanze trattenute, mentre il sax tenore modula la melodia con microvariazioni ritmiche che ne alterano l’asse metrico. L’armonia, pur rispettando l’ossatura originaria, accoglie sostituzioni tritoniche e cromatismi discendenti, così che il pathos non si affidi alla semplice intensificazione dinamica bensì a un lavorio interno di slittamenti tonali. «Metamorphosis For Mingus» allude esplicitamente al magistero di Charles Mingus, del quale Adams fu interprete partecipe. Non si tratta di un omaggio celebrativo, quanto di una riflessione strutturale sulla forma aperta. L’impianto compositivo alterna sezioni a densità variabile, episodi contrappuntistici e improvvise rarefazioni, con il contrabbasso che assume talora funzione tematica e non soltanto fondativa. La scrittura per fiati suggerisce un pensiero orchestrale ridotto in scala cameristica, quasi che il quintetto volesse evocare un organico più ampio mediante sovrapposizioni e incastri ritmici. La title track «Paradise Space Shuttle» amplia ulteriormente l’orizzonte linguistico. Elementi di samba jazz emergono non come citazione esotica, ma piuttosto quale rielaborazione ritmica interna, grazie a un dialogo serrato tra batteria e percussioni. Weston distribuisce pattern sincopati che destabilizzano l’accentazione regolare, mentre il flauto di Adams introduce una velatura acustica più chiara, talvolta aspra, che contrasta con la grana corposa del tenore. L’idea di «spazio» evocata dal titolo non allude a scenari fantascientifici, piuttosto a una dilatazione della percezione temporale, ottenuta mediante pedali armonici prolungati e progressioni modali che sospendono la funzione tonica.
«City Of Peace» propone un clima meditativo, costruito su un disegno armonico circolare, nel quale la ripetizione non produce staticità bensì lenta trasformazione. Il pianoforte articola accordi quartali che, sovrapposti al contrabbasso, generano una tessitura armonica ambigua, in bilico tra centro tonale e deriva modale. Adams modella il fraseggio con prudenza, evitando l’enfasi declamatoria; la linea melodica si distende in arcate ampie, come se la pace evocata dal titolo dovesse essere conquistata mediante disciplina formale. La suite conclusiva «Invisible Funk-a-Roonie Peacock» concentra le tensioni dell’intero lavoro. Quattordici minuti nei quali il funk non assume la funzione di semplice groove reiterato, ma di matrice generativa. Il basso stabilisce un ostinato incalzante, la batteria frammenta il battito con ghost notes e accenti spostati, le percussioni ampliano lo spettro ritmico. Adams alterna flauto, voce e interventi declamati, introducendo una dimensione performativa che sfiora il teatro urbano. Quando, interrogato sul significato del titolo, il musicista descrive passeggiate in quartieri cittadini dove l’abbigliamento e l’umore collettivo delineano una condizione di inquietudine condivisa, egli suggerisce un quadro antropologico più che narrativo. La musica traduce quell’immagine in un sistema di reiterazioni, scarti improvvisi, accumuli progressivi, quasi che il tessuto sonoro volesse restituire la stratificazione sociale della metropoli.
Definire «Paradise Space Shuttle» un’opera «cosmica» risulta riduttivo se con tale termine s’intendesse una vaga atmosfera siderale. L’elemento cosmico, qui, riguarda piuttosto l’ampiezza del campo armonico e la libertà con cui Adams modula tra hard bop, samba jazz, ballata teatrale e funk urbano, senza che il discorso perda coerenza. L’unità dell’album non deriva dall’omogeneità stilistica, bensì dalla forza di una voce strumentale che, in virtù di una padronanza tecnica e di un’immaginazione interiormente articolata, plasma materiali eterogenei entro una prassi procedurale riconoscibile. La ristampa contemporanea invita a sottrarre quest’opera all’etichetta di lavoro sottovalutato. Un ascolto attento rivela un laboratorio formale nel quale convergono memoria storica, ricerca armonica ed energia performativa, secondo un equilibrio che raramente si lascia circoscrivere da categorie preconfezionate.

