Intervista ai BLEWITT: la parola jazz secondo noi ha senso, anche nel 2024

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Blewitt

di Guido Michelone

Pur avendo fatto ancora poca strada insieme i tre giovani compagni di viaggio sembra che abbiano già individuato la direttrice di marcia da seguire. Stefano Proietti al pianoforte, Oscar Cherici al basso elettrico e Gian Marco De Nisi alla batteria, sono tre giovani virgulti con una visione dello scibile sonoro ampia e variegata: studi regolari alle spalle, qualche trofeo in bacheca e qualificate collaborazioni da riportare nel curriculum. La terna, sommati i singoli dati anagrafici, non raggiunge i cento anni di età, ma la progettualità dei Blewitt, per contro, appare già alquanto matura e le finalità da perseguire piuttosto chiare, ossia creare una melting-pot sonoro tra jazz, contemporary-song e tradizione eurodotta”. Questo scrive Irma Sanders nel recensire il disco “Explorting New Boundaries” giorni fa, proprio su Doppio Jazz. E ora dalle parole ai ‘fatti’ con quest’inedito colloquio – in esclusiva per Doppio Jazz – con gli stessi Blewitt, che possono già ritenersi come una delle realtà più interessanti nell’attuale panorama sonoro italiano.

D In tre parole chi sono i Blewitt?

R Passione, impegno, amicizia

D Perché questo nome?

R Il nome del progetto è un gioco di parole. Blewitt è sia una civetta (Athene Blewitti), simbolo dell’armonia e della sapienza, sia una dichiarazione di intenti. In Inglese Blewitt si pronuncia come “blew it”, che sta per mandare tutto all’aria. Non abbiamo paura di fare errori, in quanto crediamo che se vuoi creare qualcosa di nuovo non puoi aver paura di sbagliare. La musica che ci emoziona spesso è quella che ci porta in posti che non conosciamo.

D Come vi siete conosciuti e come nasce il vostro sodalizio?

R Il gruppo nasce nel 2018. (Stefano e Oscar) Ci siamo conosciuti in un concorso nazionale tra conservatori, rappresentando rispettivamente il conservatorio di Roma e di Frosinone. Dopo la prima prova con Gian Marco era chiaro che c’era una forte intesa, sia musicale che umana. L’idea è sempre stata quella di creare musica originale senza compromessi di natura commerciale. Vogliamo creare musica al livello più alto che riusciamo a raggiungere.

D Come definireste la vostra musica?

R Abbiamo cercato di creare un nostro linguaggio, che prendesse ispirazione sia dalle nostre radici classiche che dalle nostre radici jazzistiche e rock. Un linguaggio non limitato a un genere predefinito, in cui improvvisazione e parti scritte si intrecciano fluidamente. Si potrebbe parlare di musica “Third Stream” volendo. Il gruppo nasce proprio per dare sfogo a questa esigenza creativa di tutti e tre.

D Possiamo parlare di voi come un trio jazz? Ha ancora un senso oggi la parola jazz?

R L’identità del trio jazz è importante per noi, e anche se troviamo il termine un po’ restrittivo comunque lo apprezziamo in quanto molti dei nostri dischi preferiti sono in trio. Sicuramente è uno dei nostri elementi identitari, ma appunto uno degli elementi. Il gruppo nasce per cercare di andare oltre ai “limiti” di quello che un trio jazz è o che può fare. Contemporaneamente abbiamo scelto di registrare “Exploring New Boundaries” in formazione di trio classico, con eccezione del basso elettrico invece del contrabbasso. Usare la stessa formazione e strumentazione dei grandi del jazz (niente sintetizzatori, sampler etc.) ci ha permesso di creare un linguaggio nostro, al di là della strumentazione. La parola jazz secondo noi ha senso, anche nel 2024. È un linguaggio musicale sincretico, creolo, che ha sempre fatto il suo elemento centrale la trasformazione di altre identità culturali e musicali. Oggi gli stimoli musicali sono diversi rispetto all’inizio del 900′. Crediamo che per fare musica che abbia l’intensità dei grandi del jazz bisogna avere il coraggio di andare oltre ai sentieri battuti, portando qualcosa di proprio senza aver paura di sbagliare. Come dice Herbie Hancock nel libro Storie Di Vita, Jazz e Buddismo: “Il jazz è ancora in una fase di sviluppo. La cosa interessante è che ha continuato a sopravvivere in tempi buoni e tempi avversi. È per questo che, personalmente, credo che il jazz durerà per l’eternità”.

D E si può parlare di ‘jazz italiano’? Esiste qualcosa di definibile come ‘jazz italiano’?

R Si potrebbe discutere per ore al riguardo. Sicuramente per noi, musicisti come Gorni Kramer, Enrico Pieranunzi, Rosario Giuliani e molti altri rappresentano delle influenze musicali molto importanti. Crediamo che in Italia ci sia una delle scene jazzistiche più intense e competitive d’Europa. Nonostante i pochi finanziamenti nell’ambito di concerti e festival, l’assenza della musica nelle scuole e il pochissimo spazio lasciato alla musica “non commerciale” nei media mainstream. Una carenza storica a nostro avviso della scena jazzistica nazionale è l’aver sempre voluto cercare di replicare o imitare il jazz americano, mettendo di conseguenza la produzione nazionale in secondo piano. “Exploring New Boundaries” parla anche di questo, della ricerca di una identità musicale propria. Un linguaggio che rivendica le proprie radici musicali (classiche, jazz, rock) come base del linguaggio sincretico che potremmo chiamare volendo “Jazz”.

D Parlateci del vostro disco Exploring New Boundaries.

R Il disco “Exploring New Boundaries” è per noi un’opera prima. Anche se è uscito dopo l’EP Ouverture, abbiamo iniziato a lavorarci molto prima. Appena ci siamo incontrati, 5 anni fa, abbiamo iniziato a lavorare su questo linguaggio comune e alcuni dei brani ed arrangiamenti sono stati scritti per buona parte nel corso di questi 5 anni. Per noi è il frutto di tanti anni di lavoro continuo, con un grande investimento di energie, tempo e risorse economiche. Nel disco ci sono racchiuse tante idee musicali, collegate tra loro dall’approccio compositivo condiviso tra noi tre e dall’esecuzione con i “limiti” strumentali di cui parlavamo precedentemente. Lavorando insieme come trio, siamo cresciuti sia come musicisti che come persone. Il nome dell’album è anche il nostro credo. È una dichiarazione d’intenti. Siamo convinti che i confini siano solo delle linee su delle mappe, che i veri confini al massimo sono nella nostra testa. Uno dei punti cardine che abbiamo cercato di esprimere nel disco è che per noi non esiste una contrapposizione tra i vari generi musicali. Non c’è una musica “classica” contrapposta ad una “jazz”, ad esempio.

D Dunque i vari linguaggi sonori possono coesistere tra loro senza problemi?

R Certo, mostrando come siamo spesso noi musicisti a creare queste divisioni fittizie, che però non hanno alcun riscontro logico. Nella definizione etimologica di composizione c’è il concetto di disporre in maniera (più o meno) ordinata parti diverse. Ogni brano, composizione, sonata o sinfonia è il risultato di tantissimi elementi diversi di diversa natura e origine temporale. Per noi, “liberarci” di questo concetto di genere musicale ci ha permesso di esplorare con creatività cosa si può fare con un trio, senza pregiudizi e limiti. Un altro confine che vorremmo superare è quello dei confini nazionali. Suonare la nostra musica in giro per il mondo è uno degli obiettivi del trio. Questo linguaggio personale nasce anche con lo scopo di presentarsi al mondo musicale internazionale, non con una imitazione di una visione musicale americana, ma con un linguaggio che possa rappresentarci come giovani musicisti e compositori italiani ed europei.

D Cosa distingue l’approccio al jazz di americani e afroamericani da noi europei? 

R Al giorno d’oggi probabilmente non molto. Sicuramente l’attuale scena jazz americana trae enorme beneficio dall’avere un continuo flusso in ingresso di musicisti giovani e estremamente talentuosi. Le vecchie glorie del passato rendono New York e altre zone degli Stati Uniti ancora una mecca per i jazzisti. Molti musicisti della scena americana sono stati “importati”. Basti pensare a Tigran Hamasyan, Gonzalo Rubalcaba, i tantissimi musicisti Israeliani etc. Una marcata differenza che abbiamo avuto modo di percepire in prima persona è che per quanto anche negli Stati Uniti la tradizione gioca un ruolo importantissimo, specialmente negli ambiti “scolastici”, c’è molta più attenzione alla scena contemporanea. La sensazione è che in Europa il mercato jazzistico sia “americanocentrico” e spesso troppo vincolato alla tradizione. Questo influenza anche come i giovani si interfacciano al jazz. Non sono molti i jazzisti europei (ce ne sono, ma sono pochi rispetto al totale) che possono rivendicare di aver avuto un riscontro importante negli States, creando un’assenza di punti di riferimento. Crediamo che il Jazz sia un linguaggio universale, che appartenga al mondo intero. E che per esprimere al meglio le proprie potenzialità sia necessario riuscire a mettere nel jazz anche le proprie radici culturali e musicali. Armstrong era un appassionato di lirica italiana, chissà cosa direbbe sapendo che in pochi (jazzisti) in Italia ed Europa rivendicano l’importanza della lirica e dei linguaggi europei nella loro musica. Confidiamo in un futuro in cui il jazz europeo riesca ad avere più visibilità.

D Il jazz deve parlare, attraverso i suoni, di temi sociali, politici, ambientali, filosofici?

R Il jazz è un linguaggio musicale. Come tutte le forme artistiche è difficile separare la parte strettamente artistica dal suo contesto. Un po’ come considerare un albero senza tenere in mente il terreno, le condizioni atmosferiche e gli altri elementi che interagiscono con l’albero. “Exploring New Boundaries” ha al suo interno tanti temi, seppur vissuti musicalmente e non tramite testi. Inner Struggle parla della difficoltà di superare il falso dualismo musica classica e jazz. Pace nel Mediterraneo è stato scritto per esprimere il dolore e un messaggio di speranza nei confronti delle tragedie umanitarie nel nostro mare, spesso a pochi chilometri dalle nostre coste. Probabilmente il jazz non deve obbligatoriamente parlare di qualcosa, ma ci è comunque difficile immaginare un jazz senza temi al suo interno.

D Come vivete il jazz in Italia anche in rapporto alle vostre esperienze sul territorio?

R Il nostro rapporto con il jazz in Italia è complesso. Da una parte c’è la consapevolezza di far parte di un territorio che ci ha comunque permesso di crescere professionalmente e umanamente. Stefano ed Oscar si sono conosciuti tramite il conservatorio. Ci sono varie realtà, anche molto importanti come Umbria Jazz, che ci hanno formati. Difficilmente mi scorderò (Oscar) il concerto di Herbie Hancock in arena Santa Giuliana del 2012. Contemporaneamente è frustrante che in una delle patrie della musica mondiale ci sia così poca attenzione per la musica. Ci sono pochi spazi di rilievo, e quei pochi comunque vengono per buona parte usati per musicisti americani (l’americanocentrismo di cui si parlava prima). Riteniamo che il mercato italiano sia cronicamente sottoesposto, anche in conseguenza all’assenza di investimenti strutturali a partire dalle scuole.

D Cosa ne pensate dell’attuale situazione in cui versa la cultura italiana (di cui il jazz ovviamente fa parte da anni)?

R La situazione culturale italiana è particolare. Da una parte si ha tantissimo da scoprire e imparare. Specialmente nell’ambito artistico è innegabile che l’Italia abbia uno dei patrimoni culturali più importanti al mondo. Contemporaneamente le statistiche parlano di una popolazione che si informa poco, legge ancora meno e in cui basta consultare i programmi elettorali dei principali partiti per notare l’evidente assenza di prospettive e di interesse nei confronti della cultura. È un problema che parte dai cittadini, che si alimenta con l’assenza di un piano strutturato da parte della società. Confidiamo che nel futuro possa migliorare, ma serve anche una presa di coscienza da parte del mondo dell’arte. Sarebbe importante dare più spazio, specialmente nei canali pubblici, alla musica.

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