Claudio Fasoli: il mio strumento
Claudio Fasoli
..un quadro è l’oggetto del pittore come lo è il libro per lo scrittore, la casa è dell’architetto come il marmo è dello scultore, ma il suono c’è quando lo registriamo altrimenti come nasce poi scompare nella sua identità, necessario ma volatile e volubile, momentaneo ma eterno, profondo e capace di muovere grandi emozioni fino al pianto come altre arti non possono e non arrivano a produrre.
// di Claudio Fasoli //
La domanda che richiede di sapere perché lo strumento scelto nel caso mio sia stato il saxofono è abbastanza frequente ma non ossessionante come poteva esserlo forse un po’ di tempo fa. Ormai la mia immagine è riconoscibile con un saxofono e questo non incuriosisce più tanto; diverso sarebbe se mi si vedesse anche con la tromba e il violino, strumenti che appartengono a famiglie molto lontane, come però realizzò Ornette Coleman nel secondo periodo della sua vita senza scandalizzare nessuno , anzi suscitando molta curiosità Oppure come altri polistrumentisti usavano fare negli anni ’80 quando era frequente che alcuni viaggiassero con molti strumenti in aerei a quei tempi molto più disponibili a queste eccentricità.
Contrariamente a quanto scritto e detto spesso, se devo parlare del «mio primo strumento» in assoluto dovrei parlare del trombone: trascuro volutamente il mio svogliato studio del pianoforte, attuato circa a otto anni, fatto soprattutto per accontentare i genitori , anche se debbo riconoscere quanto profondamente mi è poi venuto utile in tante circostanze soprattutto compositive. Debbo invece partire dal mio primo vero «strumento a fiato «che è stato per me uno scalcagnato trombone a cilindri che perdeva aria da ogni buco malgrado delle riparazioni inadatte fatte con delle reticelle inutili, tenute attaccate con lo stagno, che lasciavano uscire il fiato da ogni parte. La cosa però fondamentale era il bocchino che ero andato solennemente a comprarmi, che mi sfondava le tasche della giacca per il suo peso di ottone massiccio: lo tenevo sempre lì sentendo quel peso con orgoglio perché già mi dava la impressione di essere un musicista …era il periodo degli ascolti del jazz tradizionale, del New Orleans e del Chicago, di Kid Ory con Louis Armstrong o Bill Rank con Bix Beiderbecke….col solo bocchino riuscivo a ottenere dei suoni e ad articolare qualche melodia soltanto con le labbra, ed ero felice perché sapevo che la muscolatura del labbro traeva beneficio da questi esercizi e gia’ immaginavo quello che avrei potuto fare quando il vero strumento sarebbe arrivato.
In realtà non arrivò mai il trombone vero: comunque con quel relitto che avevo in mano avevo avuto il coraggio di intervenire facendo dei suoni con una fatica enorme in una o due situazioni in cui degli amici provavano a suonare strumenti mai bene studiati, con risultati piuttosto disperanti. Poi il periodo degli ascolti del jazz portò me e i miei amici a contatto con un jazz diverso, più ballabile degli anni 30 per passare poi storicamente agli anni del Jazz moderno, divenuto musica d’ascolto, del bebop e del cool-jazz. Quindi quello strumento, se mai ha dato segno di vita con me, comunque dopo venne subito abbandonato e fece qualche fine ignota. Questa mia storia mi ha reso cosciente comunque di quale tipo di sacrificio possa significare intraprendere lo studio di uno strumento se si hanno delle ambizioni di un buon suono e di avere una preparazione tecnico-strumentale adatta alle esigenze espressive.
Comunque il saxofono era ancora lontano però le suggestioni erano forti e lo rendevano una realtà non impossibile. Le opportunità nascevano cioè dell’ascolto di grandissimi musicisti del passato che hanno fatto la storia del Jazz e cioè Lee Konitz, Jackie McLean, Charlie Parker, Charlie Mariano, Paul Desmond etc.: sono infatti tutti saxofonisti (contralto) pensando e ascoltando i quali mi son deciso di prediligere quello strumento invece per esempio del pianoforte che già da bambino avevo conosciuto e studiato per un paio d’anni …è stato importante in quel periodo l’ascolto della famosa registrazione che Charlie Parker fece di «Lover Man» in una session fatta alla vigilia di un suo ricovero alla Clinica Camarillo in California dove entrò per disintossicarsi. Nella sua versione rada e sofferta si è voluto intravedere la realtà scoperta e indifesa della sua psiche, decisamente affascinante ma non forse del tutto reale dato che in un altro brano della stessa sessione si sente chiaramente che non poteva più controllare il fraseggio e la sua intenzione: potremmo dire cinicamente che suonava con l’ambulanza ad attenderlo con il motore acceso. Charlie Parker ha successivamente dichiarato di non riconoscersi in quella registrazione e di rifiutarla.
Comunque il fascino di questo ascolto reiterato, oltre ad altri ascolti soprattutto di Lee Konitz, mi portarono a pensare al sax alto come strumento possibile mentre gli amici spingevano e premevano perché io cominciassi a suona «l’alto» con uno di loro che poteva accompagnarmi alla chitarra e conosceva dei brani del repertorio jazz degli standards americani. A quei tempi avevo 15 anni circa. Il saxofono in genere era ed è tuttora uno strumento estremamente simbolico, simbolo più forte della tromba e di altro: sentivo dire che non era poi così difficile, che naturalmente andava studiato molto bene, che era necessario dedicare del tempo e frequentare i posti giusti, etc. Non mi è chiaro ancora perché al saxofono deleghiamo il simbolo del Jazz forse più della tromba stessa: probabilmente il fatto che nei piccoli gruppi il saxofono è sempre in prima fila, forse un tempo lo suonavano tipi pittoreschi che si agitavano tanto, forse il richiamo al disegno della pipa è più invitante, nella memoria simbolica, della tromba più simmetrica e contenuta. Anche nelle grandi orchestre la sezione dei saxofoni è sempre davanti in prima fila , un po’ come i violini nelle orchestre classiche e questo potrebbe essere una ragione ancora del richiamo immediato ad un genere di musica (il Jazz) quando si intravede la flessuosa fisionomia di un saxofono.
Per quanto riguarda me questo periodo dedicato al sax-contralto (o semplicemente «alto») era molto legato alla dominante presenza di Lee Konitz nei miei ascolti assidui: lo prediligevo perché mi riconoscevo maggiormente nella sua musica e nei suoi atteggiamenti musicali, lo sentivo molto più vicino a me rispetto altri, a lui ho cercato di carpire certe modalità improvvisative attuate con frasi geometrizzanti, con parallelismi lineari e logica ferrea, con un suono setoso ma con pronunce assai efficaci, mai volgare o troppo clamoroso, sempre ricco di pathos e di idee di una bellezza inattaccabile. Poi era bianco ed era più semplice pensarlo come persona vicina rispetto ad esempio di Charlie Parker, uomo di colore, che dominava la scena in maniera assoluta come riferimento stilistico. Quindi con Konitz questo divenne per me un vero rapimento, una immersione totale, un desiderio fortissimo di esprimermi con un linguaggio analogo al suo. Il paradosso fu che quando un giorno venni invitato da qualcuno ad andare a Bologna per conoscerne l’ambiente musicale jazz, che era veramente straordinario e assai vitale, subito venni individuato come «lui suona come Konitz» che fu per me un grande complimento, in fondo non ci speravo di essere individuato e credibile suonando con una forte impronta stilistica che poteva richiamare il mondo musicale di Lee Konitz; ma mi resi anche conto che nella Bologna di allora, quella di Alberto Alberti, «Cippo», «Mingus» (Mingotti), Cicci Foresti, Checco Coniglio, Nardo Giardina , Pupi Avati, Lucio Dalla etc. era il jazz nero quello che contava, il Jazz dei Jazz Messenger di Art Blakey, oppure del Quintetto di Miles Davis con Coltrane o il quintetto di Horace Silver; oppure quello più storico e tradizionale magnificamente rappresentato dalla Rheno Dixieland Band etc.
Infatti mi venne subito inoculata una dose di dischi di Jackie McLean, altista post-parkeriano assai autonomo e grande ricercatore, dotato di un suono ricchissimo, di un tempo trascinante, di pronunce sconvolgenti sui tempi veloci, che già comunque conoscevo benissimo e apprezzavo molto, che rinforzò una attrattiva stilistica indiscutibile verso di lui che già subivo da tempo. Speravo di non dover affrontare definitivamente una scelta fra i due referenti maggiori, cioè di non dover scegliere fra due concezioni assai lontane, quasi opposte, Konitz oppure McLean. Ma molte altre erano in contemporanea le sollecitazioni e gli arricchimenti possibili: debbo dire che quel momento di riflessione fu anche una buona terapia perché con soltanto Lee Konitz in testa non sarei andato da nessuna parte, era una ipotesi già verificata e attuata abbastanza :ora potevo dilatarmi diventando una spugna che assorbiva molte influenze in contemporanea aprendo il mio linguaggio ad altre suggerimenti e quindi mi lasciai trascinare verso panorami di maggior immediatezza per innescare lentamente un po’ più di dinamiche nel mio linguaggio che comunque era andato avanti abbastanza da poter essere invitato a suonare in qualche concerto. Tutto questo periodo mi vide sempre come «altista» e come tale partecipai anche all’esperienza del Quintetto Perigeo tenendo conto che oltre al sax alto suonavo molto anche il sax soprano, divenuto più popolare da quando John Coltrane lo adottò accanto al suo sax tenore.
Dopo qualche anno, proprio verso la fine dell’esperienza col quintetto Perigeo mi resi conto ormai che suonavo il sax alto come fosse un tenore, il suono dell’alto non mi rappresentava più bene come desideravo, ormai pensavo solo al suono del tenore col quale mi identificavo: il mio «focus» era infatti su John Coltrane, Wayne Shorter, Dave Liebman, Steve Grossman e molti altri etc. che erano tutti musicisti che avevano scelto di esprimersi con il sax tenore. Finalmente arrivai a decidere di acquistare un «sax tenore», strumento definitivo, con possibilità espressive chiaroscurali importanti, con una estensione maggiormente virile, timbro mediano disponibile a diversissime ambientazioni sonore e stilistiche. Era ormai quello il suono che cercavo e al quale mi dedicai anche se con non trascurabili problemi di emissione. Scelsi un sax tenore Selmer Mark VI: si tratta di uno strumento importante, molto ricercato tuttora per la sua sonorità, equilibrio timbrico fra le tre ottave, estremamente professionale: lo suonavano praticamente tutti i grandissimi che ascoltavo e vedevo nelle foto delle copertine degli LP e nelle riviste specializzate. Quello fu il primo di una piccola serie di Mark VI che provai e suonai cercando di trovare quello che potesse essere il «mio» strumento: ma la posizione obliqua della tastiera ergonomicamente non mi soddisfaceva e quindi ne testai qualcuno sempre senza molta convinzione. In realtà è un ottimo strumento che è assai apprezzato ovunque ma non sembrava fatto per me o così io lo vivevo.
Un tale che conoscevo, appassionato e dotato di talento musicale, che peraltro suonava bene il saxtenore, viveva in Lussemburgo e commerciava nell’ambito degli strumenti usati: parlai quindi con lui che veniva spesso in Italia se per caso avesse qualche opportunità interessante. Passò del tempo e successivamente, in una certa occasione, mi comunicò che aveva disponibile un Selmer Balanced Action, saxtenore degli anni 38-39, che aveva caratteristiche un po’ diverse dal Mark VI e quindi questo alimentò molto la mia curiosità. Però mi disse anche che era argentato, colore che io non amavo assolutamente. Decisi che dovevo averlo ma non potevo fare finta di non vedere il colore argentato, era un problema da definire prima ancora di provarlo. Se doveva essere il mio strumento dovevo aver il piacere di vederlo e di suonarlo, non era immaginabile che dovessi farmi forza per non vedere che era color argento. Concordammo che prima l’avrebbe portato a Metz, in Francia non lontano dal Lussemburgo, per togliere quella argentatura poi me lo avrebbe portato alla prima occasione. L’attesa fu lunga ma un giorno mi disse che forse poteva portarmelo a Siena, dove ero impegnato come docente ai Seminari Estivi di Jazz in Fortezza Medicea. Ovviamente ero molto contento, ma lo fui molto meno quando lui arrivò con il solo chiver, cioè con l’estremo dello strumento vicino alla imboccatura. Non capivo se mi prendeva in giro, non sapevo bene come reagire ma non potevo certo dire quello che pensavo perché a me interessava «tutto» lo strumento e quindi diplomaticamente incassai la delusione e aspettai ancora un bel po. Finalmente arrivò qualche tempo dopo con tutto il mio saxtenore Selmer Balanced Action Serie 29000.
Lo vidi subito come affascinante: senza lucido, vissuto, opaco, con una tastiera posizionata in maniera assai più ergonomica degli altri rispetto le mie mani, con un suono docile e pastoso ma anche vibrante e incisivo quando necessario. Non c’era bisogno di provarlo tanto, avevo capito che era lui il mio strumento nel quale mi era facile riconoscermi, con «quel suono» che cercavo di poter ottenere perché «quel suono» mi piaceva e quindi mi appassionava produrlo, era una mia emanazione, poteva diventare la mia voce. Le madreperle delle chiavi (così si chiamano i tasti dei saxofoni e di altri strumenti fiato) erano in cattive condizioni perché probabilmente chi lo aveva suonato aveva certamente le mani molto acide, ma io ricorsi subito a qualche alternativa per ricostruirle al meglio progettando in tempi futuri l’eventuale cambio, ma questo non mi interessava molto dato che potevo suonare tranquillamente così. In brevissimo tempo si creò una interessante dipendenza fra me e il mio Selmer: sapendo bene cosa può darmi emozionalmente imparai a curare maggiormente la scelta delle ance in modo che il suono prodotto fosse quello che cercavo da tempo, e tuttora cerco sempre in maniera necessaria. So che lui c’è e so che se non suono per due o tre giorni mi manca la sua presenza sonora, mi manca anche il momento di riflessione, di intimità, di meditazione che i primi suoni prodotti possono garantirmi. Non desidero antropizzare uno strumento di metallo con dei buchi però è anche vero che sembra reciproco il legame che si crea con un proprio strumento che si sa quello che ci può regalare. La sensazione dell’ancia sulle labbra che con un soffio produce un suono cioè una entità significante è un fenomeno che non è facile descrivere ma forse non è nemmeno necessario. Sappiamo che è così.
Non voglio dimenticare di sottolineare che con quello strumento, e con gli altri per altri musicisti, insieme si realizzano oggetti sonori non esistenti e non percettibili prima: un quadro è l’oggetto del pittore come lo è il libro per lo scrittore, la casa è dell’architetto come il marmo è dello scultore, ma il suono c’è quando lo registriamo altrimenti come nasce poi scompare nella sua identità, necessario ma volatile e volubile, momentaneo ma eterno, profondo e capace di muovere grandi emozioni fino al pianto come altre arti non possono e non arrivano a produrre. Questo suono concretizza e porta molto, direi moltissimo e le nostre orecchie sono pronte comunque e sempre ad ascoltare cogliendo e partecipando emozioni devastanti a volte nella loro profondità.


