«Afrikalia» di Roberto Zechini e Mike Rossi: la coerenza formale del nomadismo sonoro tra rigore cameristico e pulsione poliritmica (Notami Jazz, 2026)

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«Afrikalia» si delinea come un concept privo di compiacimenti accademici fini a se stessi, un saggio di musicologia applicata in cui la fusione di culture distanti non avviene in virtù di una giustapposizione superficiale, quanto nel segno di una reale e profonda interazione intellettuale e spirituale.

// di Francesco Cataldo Verrina //

La convergenza estetica tra Roberto Zechini e Mike Rossi trova la propria genesi storica nel 2012, anno in cui un invito per una serie di ventidue concerti in territorio sudafricano pose le basi di un sodalizio artistico destinato a tramutarsi in una profonda e definitiva amicizia. Il loro sodalizio artistico trova, oggi, nell’album «Afrikalia», edito dall’etichetta Notami Jazz, un compimento formale di rara coerenza, fondato sulla convergenza tra il rigore della prassi improvvisativa afroamericana e la sensibilità melodica di matrice europea. Un’operazione discografica concepita nella raffinata forma di un disco-libro. Tale veste editoriale non esaurisce la propria funzione nella mera catalogazione dei supporti fonografici, ma assolve al compito di narrare, sulla scorta di un corredo testuale e documentario, le tappe biografiche e intellettuali di un duo che ha eletto il nomadismo culturale a cifra identitaria. Inoltre il disco, registrato in presa diretta, sfugge alle dinamiche standardizzate delle produzioni in studio per abbracciare la logica strutturale di un dialogo spontaneo, in cui la chitarra e il sassofono operano in seno a un contrappunto continuo. L’andamento sintattico del duo rifugge dalle formule prevedibili, orientandosi piuttosto verso una costante ridefinizione dei ruoli esecutivi, dove lo strumento armonico e la voce lineare si scambiano le funzioni di sostegno e conduzione tematica.

La registrazione in presa diretta risale al luglio del 2025, in occasione del concerto tenuto all’interno della cornice del World Land Festival di Falerone, nelle Marche. Lungo questo itinerario, i due musicisti hanno saputo accogliere e far confluire nel proprio respiro creativo le sollecitazioni di numerosi artisti, trasformando l’episodio concertistico in uno spazio di aperta e stratificata condivisione. In «Tango», la rielaborazione della cellula ritmica tradizionale avviene sulla scorta di una raffinata scomposizione metrica, che allude alla severità formale dei lavori da camera di Igor Stravinskij, senza tuttavia rinnegare la pulsione viscerale propria della danza. Roberto Zechini plasma un tessuto accordale mutevole, facendo leva su soluzioni armoniche che dilatano i confini della tonalità attraverso l’uso di voicings larghi e intervalli dissonanti non risolti. In questo ambiente sonoro, il sassofono di Mike Rossi si evidenzia con un’aura fonica graffiante ed al contempo lirica, guidando l’ascoltatore in un percorso narrativo che connette la tradizione poliritmica del Sudafrica con l’equilibrio sintattico della scuola jazzistica continentale. La fisionomia del suono complessiva trae enorme beneficio dal contrasto tra le rispettive formazioni dei due musicisti. L’approccio di Rossi, accorto conoscitore della letteratura sassofonistica e dotato di una padronanza strumentale che gli permette di esplorare i registri estremi dello strumento, dialoga in perfetta simmetria con l’estro inventivo di Zechini, musicista interiormente articolato e versato nell’arte di tracciare traiettorie solistiche imprevedibili.

Nel fluire di «So So», ad esempio, l’organizzazione molecolare dei motivi tematici si sviluppa a partire da brevi cellule geometriche, che i due interpreti espandono e contraggono mediante un interplay che esclude qualsiasi retorica virtuosistica, mirando esclusivamente alla solidità del disegno armonico. «Buongiorno le Marche» si segnala quale vertice espressivo dell’intero progetto, offrendo una velatura acustica che rievoca le atmosfere collinari del paesaggio italiano, quasi a voler stabilire un nesso visivo con l’arte pittorica rinascimentale, in particolare con le prospettive nitide e i silenzi compositivi di Piero della Francesca. La tessitura della chitarra, in questo specifico contesto, garantisce un sostegno dal rigore costruttivo ineccepibile, all’interno del quale gli interventi del sassofono soprano si inseriscono come pennellate di colore sonoro puro. I due artisti dimostrano di possedere una coscienza formale che permette loro di gestire il silenzio e la rarefazione con la medesima efficacia con cui governano i passaggi più articolati e ricchi di tensioni. Un simile impianto coesivo governa anche l’andamento di «Mente Sovrana» e «40 Club», episodi in cui il codice espressivo si fa più serrato e la geometria timbrica acquista una spiccata natura polifonica. La transizione tra le sezioni scritte e quelle destinate all’estemporaneità avviene secondo una logica di assoluta fluidità sintattica, offrendo una testimonianza tangibile di come la disciplina esecutiva possa coesistere con la massima libertà creativa. «Afrikalia» si delinea così come un concept privo di compiacimenti accademici fini a se stessi, un saggio di musicologia applicata in cui la fusione di culture distanti non avviene in virtù di una giustapposizione superficiale, quanto nel segno di una reale e profonda interazione intellettuale e spirituale.

Roberto Zechini e Mike Rossi

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