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Lino Volpe

nella mia mente, sin dall’inizio, la parola saga ha serpeggiato più volte, anche se non l’ho mai pronunciata apertamente. Mi sembrava troppo pretenziosa. Ma dentro di me c’era il desiderio di costruire un quadro generazionale e umano che raccontasse il jazz con gli occhi dell’uomo della strada…

// diGuido Michelone //

«Jazz Story» (sottotitolo Il diario di Tony Monten) è il romanzo da poco uscito per l’Associazione CuturExpress in cui il giornalista e docente racconta le vicende di un immaginario personaggio nella New Orleans del primo Novecento alle prese con musicisti veri, intrecciando abilmente fiction e verità, come egli stesso spiega in quest’intervista inedita appositamente concepita per i lettori di Doppio Jazz.

D. In tre parole chi è Lino Volpe?

R. Sono un autore semi digitale. La mia esperienza mi ha portato a lavorare con diversi mezzi, la radio, la televisione, il teatro, la scrittura destinata al libro. A guidarmi, pensandoci bene, c’è sempre stato l’elemento fisico. La mia scrittura, ha sempre tenuto presente come elemento centrale, la rappresentazione finale. La voce, il gesto, il taglio dell’inquadratura. Sono cresciuto in piena trasformazione tecnologica, ho fatto i miei primi programmi in onda media, e oggi studio con attenzione i modelli di programmazione digitale.

D. Il suo primo ricordo della musica da bambino?

R. Mio nonno materno, nonno Peppe, era un batterista cantante, nato alla fine dell’Ottocento. In famiglia si diceva che il nonno suonava il gezz. In lingua napoletana antica quella parola indica lo strumento. Quindi per me da bambino (‘O gezz)», era lo strumento che suonava il nonno.

D. E la sua prima memoria del jazz in assoluto?

R. Ero un ragazzino, per un mio compleanno ebbi in regalo un ricevitore radiofonico tutto mio. Mi si aprì un mondo di scoperte. Di notte, soprattutto d’estate, mi divertivo a captare stazioni radio estere. Una notte mi imbattei su una frequenza che trasmetteva dalla Francia. In quel periodo cercavo sempre di sentire stazioni francesi: mio padre lavorava a Tolone, ed era un modo per sentirmi meno lontano da lui.

D. Scommetto che era difficile ascoltare bene le stazioni radio estere…

R. La propagazione quella notte era pessima, ma tra fruscii e borbottii l’annunciatore disse qualcosa del tipo: «Et maintenant… Charlii Pàrkeur… dans Naouz ze taïm…».Fu come un colpo al cuore. Non riuscivo a credere alle mie orecchie. Non sapevo di cosa si trattasse, ma quella musica, quell’ascolto, cambiò completamente la mia vita. Il giorno dopo mi feci accompagnare da mia mamma in un negozio di dischi vicino casa. Chiesi al commesso se avessero qualche disco di questo «Pàrkeur». Non ricordavo altro. Il negoziante mi guardò basito e mi disse che non aveva idea di chi stessi parlando. Ci rimasi male. Acquistai comunque un bel disco: una raccolta di successi di Little Richard.

D. Come definirebbe la sua attività? Critico, studioso, romanziere, didatta, organizzatore… o tutto insieme?

R. Ho cominciato a occuparmi di musica da adolescente. Con il permesso di mia madre, ogni sabato pomeriggio conducevo un programma trasmesso da una piccola radio che aveva il trasmettitore sul tetto del mio palazzo. Si chiamava Radio Mambo. Fu un’esperienza importante, formativa. In quel momento capii che, per raccontare qualcosa agli ascoltatori, dovevo studiare, acquisire conoscenze. Quel metodo, la necessità di capire prima di parlare, fa ancora parte del mio modo di lavorare.

D. E la critica?

R. Non ho mai svolto l’attività di critico musicale in senso classico. Ritengo la critica una funzione fondamentale, oggi purtroppo quasi dimenticata, ma è lontana dal mio approccio. Nel mio percorso mi è capitato di lavorare alla direzione artistica di alcuni festival: un’esperienza che ho sempre vissuto come un tentativo di costruire ponti, far incontrare linguaggi e generazioni diverse. In questo ambito, proprio in questi giorni, sono stato chiamato a curare una rassegna, «Jazz Connessioni», per conto del Conservatorio di San Pietro a Majella di Napoli e dell’Ente delle Ville Vesuviane. La mia esperienza come insegnante di «Musica, Media e Tecnologia» presso il Conservatorio di Benevento completa un quadro in cui i pezzi, scrittura, studio, organizzazione, didattica, sono uniti dalla stessa radice: la passione per l’arte e, in particolare, per la musica.

D. Possiamo parlare di lei come di uno dei protagonisti della «jazz literature» italiana che ha pochissimi sporadici esponenti (Baricco, Gianolio, Romanelli, il sottoscritto)?

R. Scrivere è una cosa impegnativa, un processo che richiede tempo e responsabilità, la ringrazio per avermi accostato a nomi tanto illustri, ma non credo di meritare il paragone.

D. Per lei ha ancora un senso oggi la parola «jazz»?

R. Assolutamente sì, ma bisogna usarla con cognizione e rispetto. È una parola da maneggiare con cautela. Io sono un appassionato di storia, e di storia del jazz in particolare. Credo sia fondamentale avere basi solide per decodificare questa parola, sia dal punto di vista musicale che da quello storico. Io amo il bebop, ma per provare a capire Bird ho studiato il suo mondo, la sua grammatica. Ho cercato la radice della sua azione, sono andato indietro nel tempo. In questo viaggio a ritroso ho trovato, passo dopo passo, le fondamenta che sostenevano la sua musica. È un percorso che consiglio a tutti, soprattutto ai giovani musicisti. Non basta suonare scale o pattern per chiamarlo jazz. Serve consapevolezza, serve memoria storica di ciò che si sta eseguendo, e di ciò che si sta improvvisando. Solo così quella parola, jazz, continua ad avere un senso oggi.

D. Parliamo ora di «Jazz Story». Il diario di Tony Monten, che è un grosso progetto, quasi una sorta di saga in più volumi.

R. Mi sono buttato «anima e corpo», è proprio il caso di dirlo, in un’impresa difficile. Ha detto bene, e la ringrazio: nella mia mente, sin dall’inizio, la parola saga ha serpeggiato più volte, anche se non l’ho mai pronunciata apertamente. Mi sembrava troppo pretenziosa. Ma dentro di me c’era il desiderio di costruire un quadro generazionale e umano che raccontasse il jazz con gli occhi dell’uomo della strada. Per farlo avevo bisogno di tempo e di spazio: due elementi indispensabili per attraversare alcuni decenni fondamentali della storia americana. «Jazz Story» nasce proprio da questa esigenza: non solo narrare una vicenda, ma restituire un mondo, le sue contraddizioni, le sue luci e le sue ombre, attraverso la voce di un testimone che non è un eroe, ma un uomo che vive e respira la musica mentre la storia gli scorre accanto.

D. Vogliamo ora approfondire qualche tema del libro da poco uscito?

R. Il noir è un aspetto al quale tengo molto. La vicenda di Tony Monten si svolge in una penombra che richiama i racconti in bianco e nero: un mondo di ombre, di silenzi, di verità dette a metà. Nel romanzo gli elementi legati alla mafia italoamericana hanno un ruolo importante. Questo tema attraversa sia il diario di Tony sia le pagine scritte da Milly Snow. La voce di Milly è un contrappunto necessario: mi permette di illuminare le zone di contatto tra musica, politica e malaffare nell’America a ridosso della crisi cubana degli anni Sessanta. È attraverso questo doppio sguardo, quello di Tony, interno e viscerale, e quello di Milly, più analitico e disincantato, che ho cercato di raccontare un’epoca in cui il jazz non era solo musica, ma anche un riflesso delle tensioni sociali e dei conflitti sotterranei del Paese.

D. Mi sembra che il romanzo mantenga un buon equilibrio tra la parte fiction (un noir) e la parte oggettiva (la storia del jazz); è giusto così?

R. Detto da lei è un complimento importante. Ho lavorato a lungo proprio su questo equilibrio, consultando con passione l’opera dei grandi saggisti e storici per ricostruire un quadro il più possibile fedele. Ho mosso i personaggi di fantasia con cautela e rispetto, cercando di non tradire mai la verità storica. La sfida era far convivere due piani: da un lato il noir, con le sue ombre, le sue tensioni, i suoi personaggi ambigui; dall’altro la storia del jazz, con la sua complessità, le sue radici, le sue trasformazioni. Il mio obiettivo era far sì che nessuno dei due elementi soffocasse l’altro. La fiction doveva servire la storia, e la storia doveva dare profondità alla fiction.

D. Oltre la musica, si è ispirato a qualche romanzo italiano o straniero?

R. Questa domanda è molto interessante, perché mi spinge indietro nel tempo e mi riporta in una vecchia sala cinematografica: il cinema Gloria di Napoli. Una domenica pomeriggio degli anni Settanta, con mio padre, andai a vedere «Il padrino». Avevo sei o sette anni. Quel film mi sconvolse. In quella sala piena di fumo, decisamente non adatta a un ragazzino, successe qualcosa nella mia mente: un racconto vivido, pieno di immagini potenti, di ombre, di sentimenti estremi. Ovviamente non capii tutto, ma quell’esperienza ha segnato profondamente il mio modo di raccontare. I diversi piani temporali, il protagonista umano e amaro, la violenza, la criminalità, l’amore malgrado tutto: erano elementi che mi sono rimasti dentro. Ho letto il romanzo di Mario Puzo qualche anno dopo, al liceo, ma credo che il seme fosse già stato piantato quel pomeriggio. In un modo o nell’altro, quella storia è rimasta radicata in me e ha influenzato il mio immaginario narrativo.

D. In che modo dunque la musica si rapporta alla letteratura? Vuole farci un esempio storico e, se possibile, anche presente.

R. Musica e letteratura hanno sempre dialogato tra loro. La musica offre ritmo, atmosfera, una struttura emotiva; la letteratura restituisce alla musica un contesto, una voce, una memoria. Quando funzionano insieme, una diventa la lente dell’altra. Un esempio storico molto forte è quello della Beat Generation: Kerouac, Ginsberg, Ferlinghetti. La loro scrittura nasceva letteralmente dal jazz, dal be bop, dal fraseggio di Parker e Gillespie. Kerouac diceva che scriveva «come un sassofonista improvvisa», e in effetti «Sulla strada» ha un andamento musicale, un respiro sincopato.«»

D. Oggi questo rapporto continua?

R. Certamente. Penso agli scrittori che usano la musica come chiave narrativa per leggere la società: da Michael Ondaatje a James Baldwin, fino a molti autori contemporanei che intrecciano romanzo e soundscape. La musica diventa un modo per raccontare identità, conflitti, migrazioni, desideri. Nel mio lavoro questo dialogo è centrale. ««Jazz Story»» nasce proprio da lì: dalla convinzione che il jazz non sia solo un genere musicale, ma un linguaggio narrativo, un modo di guardare il mondo. La letteratura mi permette di entrare nella vita dei personaggi; la musica dà loro ritmo, profondità, ombra, luce. È un rapporto vivo, necessario, che continua a evolversi.

D. Come vive lei il jazz in Italia, anche in rapporto alle sue esperienze sul territorio?

R. L’Italia è stata, e continua a essere, una terra molto ospitale per il jazz. Soprattutto d’estate, il Paese si riempie di festival e rassegne dedicate a questa musica. È un patrimonio importante, che dimostra quanto il jazz abbia trovato qui un pubblico attento e curioso. Da sempre auspico però una maggiore apertura verso i giovani musicisti: mi piacerebbe vedere nei cartelloni più nomi italiani ed europei, più spazio alle nuove generazioni, più coraggio nelle scelte artistiche.

D. E per quanto riguarda Napoli e la Campania?

R. La situazione ricalca abbastanza fedelmente questo modello un po’ esterofilo. Raramente, purtroppo, nei programmi compaiono nomi nuovi. Sul versante dei jazz club la situazione è ancora più fragile: fatte salve alcune realtà storiche, sono pochi gli spazi che ospitano jazz durante i mesi invernali. Passando per il Corso Vittorio Emanuele, a Napoli, è ancora possibile vedere l’insegna dell’Otto Club. Ma è un’illusione: quel locale ha chiuso molti anni fa. Del lavoro splendido e meritorio del suo direttore artistico, il compianto Enzo Lucci, rimane solo il ricordo degli appassionati. È un simbolo di ciò che abbiamo avuto e che rischiamo di perdere: luoghi dove la musica non era solo intrattenimento. Nonostante tutto, continuo a vivere il jazz in Italia con passione e con fiducia. Ci sono energie nuove, musicisti straordinari, e un pubblico che merita di essere accompagnato verso scelte più coraggiose. Il territorio ha bisogno di visione, non solo di eventi.

D. Cosa pensa dell’attuale situazione – governo Meloni – in cui versa la cultura italiana, di cui il jazz ovviamente fa parte?

R. Quando si parla di cultura in Italia, credo sia importante andare oltre i singoli governi e guardare alla struttura complessiva del sistema. Da molti anni la cultura vive una condizione di fragilità: investimenti discontinui, poca progettualità a lungo termine, e una difficoltà cronica nel riconoscere il valore del lavoro artistico. Il jazz, che è una parte viva e storica della cultura italiana, risente di tutto questo. È un settore che avrebbe bisogno di politiche stabili, di spazi, di sostegno ai giovani musicisti, di una visione che non si limiti all’emergenza o alla stagione estiva dei festival. Detto questo, ogni governo ha la responsabilità di considerare la cultura non come un costo, ma come un investimento. Mi auguro che anche l’attuale esecutivo possa muoversi in questa direzione: sostenere la formazione, valorizzare i luoghi della musica, favorire la ricerca artistica, e riconoscere il ruolo sociale della cultura.

D. Ma che cos’è per lei la cultura?

R. La cultura è un bene comune. E il jazz, con la sua storia di libertà, dialogo e mescolanza, può essere un modello prezioso per il Paese. A questo aggiungo un altro elemento fondamentale: l’importanza, e il ruolo ormai quasi perduto dei mass media. Sono lontani i tempi in cui la radio abbondava di programmi dedicati al jazz. Io sono cresciuto ascoltando le trasmissioni dei compianti Adriano Mazzoletti e Marcello Rosa: erano spazi di approfondimento, di racconto, di educazione all’ascolto. Oggi tutto questo è quasi scomparso. Auspico che la radio e la televisione di Stato tornino a pensare con una logica culturale più profonda, capace di restituire alla musica, e al jazz in particolare, il posto che merita.

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