Sedda_ante

Un’opera in cui l’elettronica co-determina il pensiero compositivo e lo spazio si fa suono, offrendo una ridefinizione rigorosa e accademica del concetto di ambientazione e di spazializzazione acusmatica.

// di Francesco Cataldo Verrina //

«Rooms» del trombettista Matteo Sedda s affaccia sul panorama contemporaneo sulla scorta di un’articolata indagine speculativa e performativa, collocata programmaticamente all’intersezione tra le istanze minimaliste del jazz nordeuropeo, la rigorosa ricerca timbrica della musica acusmatica e le più recenti evoluzioni della glitch music e dell’ambient cinematico. Il lavoro elude le strutture armoniche convenzionali e il binarismo formale per abbracciare una logica del flusso continuo, dove l’atto improvvisativo si spoglia di qualsiasi velleità virtuosistica o sintattica, traducendosi, invece, in puro gesto sonoro e fenomenologico, all’interno del quale la temporalità viene dilatata e la prassi esecutiva si interroga costantemente sul confine liminale tra determinismo compositivo e aleatorietà algoritmica.

Il nucleo ontologico e concettuale del progetto risiede nella concezione della tromba non più come mero generatore di altezze o veicolo di linearità melodiche tradizionali, ma come vero e proprio dispositivo idraulico-pneumatico, inteso quale estensione corporea del musicista stesso. Attraverso l’impiego sistematico di tecniche estese e un rigoroso processamento digitale in tempo reale, l’identità timbrica dello strumento subisce una metamorfosi radicale. Il flusso aereo primigenio, colto nella sua urgenza fisica prima ancora di strutturarsi come nota determinata, assurge a elemento architettonico portante: l’aria, catturata dai sistemi di ripresa e manipolata istantaneamente, si trasforma in droni cinematici, microritmi e tessiture microtonali. L’elettronica, di conseguenza, cessa di operare come semplice tessuto d’accompagnamento o sfondo ornamentale per configurarsi come un ecosistema simbiotico e dinamico, uno spazio compositivo che accoglie, rimodula e rigenera incessantemente la materia acustica. Nonostante l’elevato grado di astrazione e l’estesa sintesi granulare operata sui segnali, permane tuttavia una ineliminabile traccia antropica; la percezione costante dell’atto respiratorio funziona come un’ancora fenomenologica che vincola l’astrazione sintetica alla carnalità del gesto esecutivo, stabilendo una tensione dialettica indissolubile tra il corpo del performer e la macchina.

Siffatto approccio si riflette sulla macrostruttura dell’album, il cui itinerario non risponde a una logica di consequenzialità narrativa o teleologica, ma si sviluppa mediante l’attraversamento di eterotopie e stazioni topologiche differenti, dove ogni traccia delinea una specifica modificazione della percezione spaziale ed emotiva. L’apertura è affidata a «Outside Field», che funge da soglia instabile e liminale ai margini della percezione, un territorio in cui il silenzio viene progressivamente colonizzato da micro-eventi sonori quasi impercettibili. Alla rarefazione iniziale risponde la complessità biologica di «Bioma», episodio in cui si assiste alla generazione di un organismo sonoro pulsante, caratterizzato da stratificazioni macroscopiche e movimenti magmatici interni che mimano i processi evolutivi naturali. La dimensione iterativa e ipnotica trova il suo culmine in «Rituals», un costrutto che persegue una staticità ipnotica attraverso la reiterazione ostinata di moduli timbrici, evocando una ritualità arcaica e decontestualizzata dalla storia. Il centro speculativo della condotta contrappuntistica si manifesta in «Threads Of Matter», in cui frammenti melodici instabili si intrecciano e si dissolvono come filamenti di una tessitura in perenne mutazione morfologica, trattati alla stregua di materia fluida che emerge e scompare nell’ambiente elettronico. Verso il finale, l’opera si addentra nei territori della destrutturazione con «Event Horizon», un esperimento di gravità acustica che simula il collasso della materia e conduce l’ascoltatore verso una dimensione oscura e atemporale. La fragilità intrinseca dell’evento sonoro viene esaminata in «Ephemeral», un’indagine micro-acustica sulla transitorietà e sull’estetica del residuo, prima che l’epilogo concettuale di «From Behind suggelli» il disco operando come memoria di uno spazio oramai rimosso, lasciando emergere una presenza distante e residuale che ridefinisce l’intera esperienza dell’ascolto come una traccia mnestica sospesa. In ultima analisi, «Rooms» s’impone nell’ambito dei linguaggi musicali ibridi come una rilevante testimonianza di ri-funzionalizzazione dello strumento acustico. Matteo Sedda riesce a destrutturare il linguaggio solistico d’estrazione jazzistica per pervenire a una sintesi transdigitale avanzata, offrendo un’opera in cui l’elettronica co-determina il pensiero compositivo e lo spazio si fa suono, offrendo una ridefinizione rigorosa e accademica del concetto di ambientazione e di spazializzazione acusmatica.

Matteo Sedda

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