Ujig con «Delta»: oltre la contaminazione, una sintassi condivisa
L’album rinuncia deliberatamente alla retorica della fusione fra generi, ormai largamente praticata, preferendo una scrittura nella quale jazz, elettronica, progressive e sensibilità melodica costituiscono aspetti inseparabili di un unico lessico.
// di Francesco Cataldo Verrina //
L’idea di progetto, più che quella di gruppo, definisce con maggiore precisione la natura degli Ujig. Fin dall’origine, maturata nel 2014 durante una clinic del «Berklee College of Music at Umbria Jazz», il quartetto ha privilegiato una prospettiva aperta, nella quale la continuità della ricerca prevale sulla stabilità di una formazione. «Delta», quarto capitolo discografico pubblicato da Luminol Records, conferma questa vocazione mediante una scrittura che assimila jazz contemporaneo, linguaggi progressivi, sensibilità fusion ed elettronica senza ridurre tali componenti a semplice esercizio di contaminazione. L’impressione dominante riguarda piuttosto una lingua musicale ormai sedimentata, frutto di un lungo processo di elaborazione nel quale ogni elemento perde autonomia per concorrere a un unico pensiero compositivo.
I sette componimenti, nati all’indomani delle sessioni di «Ujigami» e maturati nell’arco di diversi anni, riflettono proprio questa lenta decantazione. La durata del lavoro generativo lascia affiorare un’impalcatura accuratamente ponderata, nella quale materiali tematici, relazioni armoniche, sviluppo ritmico e organizzazione delle dinamiche trovano una naturale convergenza. Nessun episodio indulge alla dimostrazione tecnica; la complessità rimane costantemente subordinata all’equilibrio dell’intero organismo sonoro, favorendo una fruizione immediata senza rinunciare alla ricchezza della scrittura. Marco Leo predilige un fraseggio limpido, sorretto da una notevole attenzione al colore armonico e alla qualità dell’articolazione melodica. La chitarra evita qualsiasi centralità spettacolare, preferendo una funzione dialogica che alimenta costantemente il rapporto con le tastiere di Edoardo Maggioni. Ne deriva una superficie sonora nella quale richiami alla fusion, suggestioni progressive e un linguaggio jazzistico ormai pienamente assimilato convivono secondo una logica di reciproco sostegno, senza che uno di questi riferimenti prevalga sugli altri.
Konstantin Kräutler e Cesare Pizzetti completano tale equilibrio sulla scorta di una sezione ritmica dalla considerevole duttilità. La batteria alterna energia propulsiva e sottigliezza dinamica con naturale continuità, mentre il basso oltrepassa la funzione di fondamento armonico, partecipando attivamente alla definizione melodica e alla distribuzione delle tensioni interne. L’interazione collettiva restituisce così una notevole elasticità ritmica, in cui estemporaneità e partitura convivono senza soluzione di continuità. La presenza di Fabrizio Bosso, Lorenzo Cimino e Paola Folli non altera siffatta identità; ciascun intervento amplia piuttosto la prospettiva espressiva del progetto. Le trombe apportano nuove sfumature nel disegno melodico, mentre la voce di Paola Folli, accolta in «Sema Beyaz», aggiunge una dimensione lirica perfettamente integrata nell’impianto formale dell’album, lontana da qualsiasi funzione ornamentale. Anche il titolo possiede una valenza che trascende il semplice riferimento matematico. Il delta diventa metafora della differenza intesa come valore umano, culturale e creativo, principio che gli Ujig traducono in musica evitando l’omologazione dei linguaggi e delle forme. Ogni pagina afferma la possibilità di una pluralità coerente, nella quale identità differenti convivono senza perdere la propria specificità.
«Delta» convince soprattutto per una tangibile maturità espressiva. L’album rinuncia deliberatamente alla retorica della fusione fra generi, ormai largamente praticata, preferendo una scrittura nella quale jazz, elettronica, progressive e sensibilità melodica costituiscono aspetti inseparabili di un unico lessico. Rimane così l’impressione di un lavoro sorretto da una piena consapevolezza compositiva, musicalmente eloquente e sufficientemente solido da continuare a rivelare nuove connessioni anche dopo ascolti ripetuti.

