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Maurizio Franco

// di Guido Michelone //

D. Maurizio, come si presenta questa nuova edizione del Lago d’Iseo Jazz?

R. Nella linea delle precedenti, cioè con jazzisti italiani di varie generazioni che propongono la loro musica. Per la verità, quest’anno la presenza dei giovani è particolarmente ampia e legata a leader di livello: Denitto e Mariani con quattro giovanissimi, Intra con cinque e Falzone con due. Spero che molti siano i nuovi protagonisti del jazz italiano del prossimo futuro. E poi ci sono gli omaggi a Coltrane e Davis nel centenario della nascita e una lettura della Turandot in chiave jazz. Infine, la canzone italiana vista nel contesto del modern mainstream. Credo che un programma di questo genere sia ascoltabile, nel suo insieme, solo a Lago D’Iseo Jazz. E ben lo sa Rai Radio 3 che continua a essere media partner del festival e a trasmetterne l’antologia e anche un concerto intero della manifestazione.

D. Son passati molti anni dal debutto? Cosa è cambiato e cosa è rimasto da allora?

R.La filosofia è rimasta la stessa e questo vuol dire che il jazz italiano, e soprattutto le sue nuove realtà, hanno bisogno ancora oggi di una vetrina dedicata. Del resto, non vedo perché cambiare una formula che ha avuto successo e ha portato il nome di Iseo in tutta Italia e in Europa.

D. Un breve bilancio sulla storia di Iseo Jazz?

R. Il festival ha vissuto momenti più facili, soprattutto negli anni novanta e nei primi duemila, poi, come tutto ciò che si concentra sulla cultura e non sull’effimero, ha vissuto diverse difficoltà, economiche ma anche politiche. Però, abbiamo tenuto duro e oggi possiamo presentare la XXXIV edizione di un festival che è sempre stato seguito con entusiasmo dal pubblico e con grande attenzione dalla stampa.

D. La storia di Iseo Jazz corre parallela a quella del jazz italiano: hai presentato proprio tutti? C’è stata qualche importante defaillance? Se sì, perché?

R. A Iseo sono passati veramente tutti, o quasi, e diversi grandi nomi di oggi hanno esordito o hanno avuto tra le prime, autentiche opportunità, quelle di suonare nel festival. Di questo sono veramente felice. Poi, è evidente che qualcuno non è stato invitato e quindi non avrà simpatia per la rassegna e per il sottoscritto, ma io sono sereno perché ho scelto sempre ciò che ritenevo importante proporre, indipendentemente da gusti stilistici precisi. Iseo è pluralista, guarda alla contemporaneità ma non dimentica la storia.

D. Qualche rimpianto per non aver avuto nel festival jazzisti prematuramente scomparsi o troppo anziani o da tempo malati?

R. Il festival è nato nell’anno in cui è mancato Massimo Urbani. Sì, per lui ho un rimpianto.

D. Al contrario: ci sono giovani jazzisti non ancora presentati che magari vorresti avere per la prossima edizione?

R. Vorrei far suonare tanti gruppi, proporre molti giovani, ma ho spazi limitati, faccio quello che posso.

D. E a proposito di giovani: il pubblico del jazz oggi in Italia sta invecchiando o ringiovanendo o altro ancora?

R. Il pubblico del jazz, come quello della musica eurocolta, sta invecchiando, però alcuni musicisti riscuotono anche il favore di generazioni più giovani. Nel complesso, però, non è la musica che attira giovani e giovanissimi nel senso reale del termine, i quali mi sembra che di musica non si interessano proprio, a meno di non considerare “musica” ciò che sentono abitualmente.

D Parliamo del presente: domanda banale, ma come se la passa oggi il jazz italiano?

R. La domanda è complessa. Per alcuni, molto pochi, c’è visibilità e lavoro, per moltissimi la situazione è difficile. Abbiamo un numero rilevante di studenti nei corsi accademici, ma non so quali prospettive di lavoro avranno. Sono rimasti pochissimi club, i festival sono legati principalmente alle proposte straniere e in questa condizione è difficile imporsi. Peccato, perché abbiamo una delle scene jazzistiche più vitali e creative in assoluto.

D. Sei da tutti ritenuto un critico e uno studioso di estrema onestà intellettuale: ma l’onestà paga in quest’Italia odierna?

R. Dico sempre che in Italia l’eccellenza, ma aggiungo qui anche l’onestà, non è solo inutile, è dannosa per chi la pratica. Battute a parte, non conosco un modo di vivere che non preveda di dare il meglio di sé e di essere onesti.

D. Parliamo anche dei tuoi lavori in corso, oltre il Festival a cosa stai lavorando?

R. Ho appena pubblicato un saggio sul centenario di Davis e Coltrane sui Quaderni del Jazz di Vicenza, continuo a scrivere per Musica/Realtà, dando spazi anche alle migliori tesi dei miei studenti e ho appena varato la XXXII edizione de l’Atelier Musicale di Milano, altra rassegna a cui mi dedico anima e corpo. Poi, c’è il lavoro di docente, che mi impegna moltissimo. Vorrei scrivere un altro libro, ma…

Maurizio Franco

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