«Blind Spots – Still Looking» di Sergio Di Gennaro: la poetica degli spazi invisibili (GleAM Records, 2026)
«Blind Spots – Still Looking» sancisce un lavoro di notevole coerenza compositiva, nel quale Sergio Di Gennaro sceglie la via della misura e della consapevolezza espressiva. L’album non mira all’impatto immediato, optando una perifrasi sonora fatta di sfumature, dettagli e relazioni sottili tra gli strumenti.
// di Francesco Cataldo Verrina //
Con «Blind Spots – Still Looking», secondo capitolo discografico del pianista Sergio Di Gennaro, il linguaggio del trio raggiunge una maturità narrativa fondata sulla sottrazione, sull’equilibrio delle relazioni sonore e su una scrittura che lascia alla spontaneità improvvisativa uno spazio essenziale, mai subordinato all’ornamento virtuosistico. Accanto al pianoforte dell’autore, il contrabbasso di Ares Tavolazzi e la batteria di Enzo Zirilli partecipano a un dialogo cameristico in cui il ruolo dei singoli strumenti si dirama secondo un principio di reciproco ascolto e di costante ridefinizione dello spazio musicale.
L’idea dei «punti ciechi», evocata dal titolo, non tratteggia un’immagine concettuale, ma diviene una riflessione sulla percezione, su ciò che sfugge alla coscienza immediata, sulle zone laterali dell’esperienza umana nelle quali memoria, intuizione, silenzio e frammenti emotivi trovano una propria risonanza. Il percorso compositivo di Di Gennaro ricerca proprio quella dimensione del non detto, dove il suono non occupa semplicemente uno spazio, ma ne misura l’assenza, il respiro e la fragilità. La scrittura pianistica si distingue per una raffinata attenzione al dettaglio armonico. Le progressioni accordali non perseguono soluzioni prevedibili, ma piuttosto elaborano percorsi di continua modulazione tra lirismo mediterraneo, sensibilità europea e una concezione contemporanea del trio jazzistico. Il fraseggio rinuncia a qualsiasi compiacimento tecnico per privilegiare il valore della pausa, della risonanza e della relazione tra pieno e vuoto, secondo una concezione della forma che ricorda la gestione dello spazio nella pittura orientale, nella quale il vuoto possiede un valore espressivo pari alla materia visibile. L’intervento del sassofonista Emanuele Cisi, presente in due pagine musicali, amplia ulteriormente la tavolozza sonora del progetto. Il suo sax non rappresenta una semplice presenza aggiuntiva, quanto piuttosto un pensiero parallelo, una voce che affiora ai margini del discorso e ne modifica la prospettiva espressiva mediante inflessioni liriche e una pronunciata sensibilità melodica.
«Just Breathe!» nasce come un’esortazione intima, un dialogo rivolto al proprio centro emotivo, nel quale la respirazione assume un significato musicale oltre che simbolico. Il tempo della frase si dilata, le pause acquisiscono una funzione strutturale e il trio sviluppa una narrazione raccolta, quasi confessionale. «Night Sorrow» assume il carattere di un epitaffio nostalgico, una meditazione sulla memoria in cui le linee melodiche sembrano trattenere il peso dell’assenza. La scrittura predilige una malinconia misurata, lontana da qualsiasi enfasi sentimentale. «Tilo’s Walk» trasfigura l’incanto dei primi passi di un bambino in una costruzione ritmica leggera e mobile. L’andamento della composizione suggerisce una scoperta progressiva dello spazio, con cellule melodiche che si rincorrono e si trasformano secondo una logica di naturale crescita. La riflessione sociale trova voce in «Modern Blindness», episodio dedicato alla cecità contemporanea, all’impossibilità di osservare ciò che si trova accanto a noi. Il tessuto musicale sviluppa un rapporto equilibrato tra impulso ritmico e ricerca armonica, dispensando una condizione di inquietudine mai espressa in maniera didascalica. «Smoothly Gliding» consegna all’ascoltatore l’idea di un volo immaginario, sostenuto da una scrittura fluida e da un andamento melodico che contiene movimento, leggerezza e progressiva apertura dello spazio sonoro. La solitudine silenziosa di «She Danced Alone» viene conformata attraverso la figura di una giovane ragazza che oscilla su un’altalena nel cuore della notte. Il movimento oscillatorio diventa elemento ritmico e storytelling, mentre il pianoforte disegna una linea di delicata introspezione. In «Rainy Lake» lo sguardo si dischiude verso un paesaggio naturale osservato da una finestra. Le sonorità del trio delineano un quadro dai contorni sfumati, in cui la percezione del tempo rallenta e ogni intervento strumentale contribuisce alla definizione di un ambiente contemplativo. «Wound Up To Fly» rimanda all’immagine di un carillon accanto a una culla. La ripetizione delle cellule melodiche, quasi meccaniche e circolari, conduce alla natura ciclica dell’oggetto, mentre il trio distribuisce leggere variazioni che trasformano la semplicità iniziale in un racconto di delicata poesia.
«Blind Spots – Still Looking» sancisce un lavoro di notevole coerenza compositiva, nel quale Sergio Di Gennaro sceglie la via della misura e della consapevolezza espressiva. L’album non mira all’impatto immediato, optando una perifrasi sonora fatta di sfumature, dettagli e relazioni sottili tra gli strumenti. Una musica che trova il proprio valore nella capacità di suggerire, di lasciare spazio all’immaginazione dell’ascoltatore e di tramutare ogni silenzio in un elemento attivo dell’intelaiatura musicale.

