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Le risonanze, i silenzi, le distanze tra gli strumenti e la distribuzione delle frequenze partecipano alla costruzione del significato musicale con la stessa importanza delle note scritte. L’ascolto lascia infine la sensazione di trovarsi di fronte a una sorta di diario in forma musicale, privo però di qualsiasi compiacimento autobiografico.

// di Francesco Cataldo Verrina //

«Winter Songs» prende forma da un rovesciamento di prospettiva che Steve Swallow esplicita senza enfasi e che l’ascolto conferma in ogni sua piega. Per decenni il bassista aveva consegnato alla musica tempo, disciplina e immaginazione; queste nuovo concept sembra invece nascere dal movimento inverso, da una musica che si offre come sostegno, compagnia e principio ordinatore dell’esperienza quotidiana. A oltre un decennio da «Into The Woodwork», il musicista americano ritorna alla guida di una propria formazione con un lotto di nove composizioni prive di titolo, identificate soltanto da una progressione numerica che suggerisce fin dall’inizio una volontà di sottrazione semantica. L’attenzione si sposta così dal racconto extramusicale alla materia sonora, dall’aneddoto alla costruzione formale.

Le parole con cui Swallow descrive la genesi dell’album possiedono un valore interpretativo tutt’altro che marginale. La musica, anziché costituire il risultato di un progetto, assume il ruolo di necessità quotidiana, di sostegno esistenziale maturato durante un periodo di riflessione e raccoglimento. Tale condizione affiora con chiarezza lungo l’intera sequenza delle composizioni, la cui fisionomia sonora privilegia l’equilibrio, la misura e una rara economia del gesto espressivo. La formazione riunita per l’occasione appartiene alla cerchia più prossima del musicista e tale familiarità produce effetti immediatamente percepibili. Chris Cheek al sax tenore e Mike Rodriguez alla tromba non occupano il centro della scena, preferendo una funzione di raffinata colorazione lineare; Steve Cardenas e Gil Goldstein distribuiscono il materiale armonico con ammirevole discrezione, mentre Adam Nussbaum governa il tempo secondo una pulsazione elastica che evita qualsiasi irrigidimento metrico. Ne deriva un organismo collettivo nel quale ogni intervento trova collocazione all’interno di una logica strutturale condivisa, senza gerarchie ostentate né protagonismi superflui. L’intero lavoro si regge su una concezione cameristica del jazz che rimanda a una tradizione coltivata da Swallow fin dagli anni trascorsi accanto a Jimmy Giuffre e Paul Bley. Quel linguaggio contrappuntistico, fondato sulla reciproca autonomia delle voci e sulla rinuncia a una scansione ritmica dominante, riaffiora in una dimensione maturata e interiorizzata. Le linee melodiche procedono con naturalezza, sostenute da progressioni armoniche di estremo nitore che sembrano derivare da una lunga frequentazione della canzone americana, filtrata tuttavia da una sensibilità compositiva affine alla musica da camera del secondo Novecento.

La scelta di intitolare le composizioni semplicemente «One», «Two», «Three» e così via fino a «Nine» accentua ulteriormente questa volontà di concentrazione sul dato musicale. Ogni episodio sonoro sviluppa una propria identità riconoscibile senza ricorrere a descrizioni programmatiche. Swallow affida alla melodia il compito di orientare l’ascolto e lo fa con quella padronanza che da sempre costituisce uno degli aspetti più affascinanti della sua scrittura. Le frasi cantabili emergono da un tessuto accordale ricco di sfumature, all’interno del quale il basso elettrico non ricerca centralità virtuosistiche, preferendo agire come elemento ordinatore dell’intero impianto compositivo. La peculiarità di Swallow compositore risiede da sempre nell’inclinazione a conciliare immediatezza melodica e complessità organizzativa. Le sue pagine musicali conservano una chiarezza quasi narrativa, mentre sotto la superficie si muove una rete di relazioni armoniche e contrappuntistiche di notevole raffinatezza. In «Winter Songs» tale equilibrio raggiunge uno dei suoi punti più alti. Nulla appare sovraccaricato, nulla punta agli effetti spettacolari. Ogni scelta estetica e sostanziale sembra nascere da una ponderazione accurata, come accade in certa pittura di Giorgio Morandi, nella quale la limitazione degli elementi disponibili produce una sorprendente ricchezza percettiva. Perfino la fase estemporanea evidenzia una caratterizzazione diversa rispetto a molta produzione jazz contemporanea. L’assolo non interrompe il flusso del discorso per affermare una personalità individuale, quanto piuttosto contribuisce all’implementazione dell’impalcatura complessiva. Le improvvisazioni si integrano nella trama espressiva come estensioni naturali del materiale tematico, secondo una concezione che trova illustri antecedenti tanto nel lirismo di Jimmy Giuffre quanto nella scrittura aperta di Carla Bley, figura la cui presenza ideale continua a proiettarsi sul percorso artistico di Swallow.

Proprio il lungo sodalizio con Carla Bley contribuisce a illuminare alcuni aspetti centrali di questo lavoro. Molte delle qualità che hanno caratterizzato quella collaborazione – l’ironia trattenuta, la precisione formale, l’attenzione al dettaglio melodico e la fiducia nell’intelligenza dell’ascoltatore – riaffiorano private di qualsiasi componente teatrale. Rimane una scrittura essenziale, sorretta da una consapevolezza maturata nel corso di oltre sessant’anni di attività creativa. Registrato presso i Sear Sound Studios di New York nel settembre del 2024, «Winter Songs» possiede inoltre quella particolare qualità acustica che da sempre distingue molte produzioni ECM. Lo spazio sonoro non svolge una funzione decorativa, quanto piuttosto strutturale. Le risonanze, i silenzi, le distanze tra gli strumenti e la distribuzione delle frequenze partecipano alla costruzione del significato musicale con la stessa importanza delle note scritte. L’ascolto lascia infine la sensazione di trovarsi di fronte a una sorta di diario in forma musicale, privo però di qualsiasi compiacimento autobiografico. Swallow non racconta se stesso; affida piuttosto alla composizione il compito di organizzare l’esperienza in una forma condivisibile. Tale atteggiamento conferisce a «Winter Songs» una rara autenticità espressiva e una serenità conquistata, mai ingenua né consolatoria. Pochi musicisti contemporanei possiedono una simile abilità nel trasformare la semplicità apparente in pensiero musicale compiuto, facendo della misura, dell’ascolto reciproco e della chiarezza sintattica strumenti di autentica invenzione poetica.

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