«Feeling You» di Mario Massa e Raffaele Matta: lenta mutazione della materia acustica e rarefazione percettiva (IF Records, 2026)

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«Feeling You», non ricerca l’impatto immediato né l’effetto spettacolare, preferendo invece insinuarsi lentamente nella memoria sensoriale di chi ascolta, sino a lasciare una traccia persistente e difficilmente classificabile.

// di Francesco Cataldo Verrina //

L’incontro tra Mario Massa e Raffaele Matta non nasce da una semplice convergenza di interessi estetici, quanto piuttosto da una sedimentazione umana e sonora protrattasi negli anni, all’interno della quale differenti matrici culturali, esperienze performative e pratiche d’ascolto hanno gradualmente trovato una zona di reciprocità. «Feeling You», pubblicato da IF Records, prende corpo proprio a partire da questa prossimità creativa, elaborando una materia acustica che rifugge qualunque classificazione immediata e preferisce disporsi entro un orizzonte percettivo in continua trasformazione.

La tromba di Mario Massa e la chitarra di Raffaele Matta non si limitano a convivere all’interno del medesimo spazio musicale. Entrambi i musicisti, forti di una solida preparazione, elaborano un lessico condiviso nel quale il dato strumentale perde la propria funzione tradizionale per convergere verso una sorta di organismo risonante unitario. L’ascolto restituisce infatti la sensazione di una sorgente acustica mobile, cangiante, quasi irriconoscibile nella sua origine, come se l’emissione del fiato e la vibrazione della corda appartenessero a un’unica superficie sonora continuamente modellata mediante riverberi, filtraggi elettronici, microscopiche alterazioni armoniche e scarti dinamici di estrema precisione. La formazione di Massa, da tempo orientata verso territori in cui jazz sperimentale, conceptual music ed elettronica convivono in virtù di un impianto compositivo aperto, trova in «Feeling You» una naturale continuità. Il trombettista sardo evita ogni esibizione virtuosistica e preferisce lavorare sulla rarefazione dell’emissione, sulla sottrazione del materiale melodico e sulla manipolazione della fisionomia del suono. Alcune soluzioni timbriche fanno affiorare memorie legate alla ricerca elettroacustica europea degli anni Settanta, mentre certe espansioni armoniche rimandano alle indagini di figure laterali e meno prevedibili rispetto ai riferimenti abitualmente convocati in simili contesti, da Axel Dörner sino alle zone più contemplative del lavoro di Toshimaru Nakamura.

Matta, dal canto suo, mette a frutto una conoscenza profonda delle pratiche modali indiane e della scrittura contemporanea occidentale, senza mai trasformare tali elementi in semplice citazione esotica. La sua chitarra dispone cellule intervallari minime, velature armoniche appena percettibili e linee oblique che sembrano dissolversi prima ancora di stabilizzarsi. In diversi episodi del lavoro, la scansione temporale perde centralità metrica e acquisisce invece una qualità respiratoria, quasi rituale, nella quale il silenzio assume funzione costruttiva e non ornamentale. Tale procedimento richiama certe concezioni spaziali elaborate da Giacinto Scelsi, soprattutto laddove il suono smette di rappresentare un evento lineare per trasformarsi in materia vibrante, osservata dall’interno delle sue minime mutazioni. L’esperienza svedese durante la registrazione non costituisce un dettaglio biografico accessorio. Il paesaggio nordico entra infatti nel tessuto dell’opera come elemento determinante della sua temperatura percettiva. La neve, il riverbero lattiginoso della luce, la staticità apparente della foresta e la rarefazione atmosferica sembrano trasferirsi direttamente nella geometria timbrica dell’album. Non si tratta di una traduzione descrittiva della natura, né tantomeno di un facile impressionismo sonoro. Massa e Matta assorbono piuttosto quella condizione ambientale fino a convertirla in organizzazione del tempo, nella gestione delle pause, nella dilatazione dei registri e nella scelta di mantenere costantemente il materiale musicale in una condizione di equilibrio instabile.

L’accostamento alla Fourth World di Jon Hassell possiede certamente una sua pertinenza, benché «Feeling You» eviti qualunque adesione derivativa. Hassell concepiva il suono come territorio immaginario situato tra culture reali e paesaggi mentali; Massa e Matta, invece, sembrano interessati a un’idea ancora più rarefatta di appartenenza, quasi che la provenienza geografica dei materiali perda importanza dinanzi alla costruzione di una percezione immersiva e continuamente mobile. Alcuni passaggi di «Blue Elephant Skin» e «Salted Muds» fanno emergere una particolare attenzione per le microvariazioni del colore sonoro, mentre «The Juniper Whispers» organizza la propria progressione sulla scorta di un fraseggio ellittico che lascia intravedere echi della musica ambient e dronica contemporanea senza mai irrigidirsi in formule riconoscibili. Particolarmente significativo risulta il rapporto tra componente elettronica e sorgente acustica. In molte produzioni analoghe, l’elettronica tende a rivestire una funzione decorativa oppure atmosferica; in siffatto contesto, invece, partecipa direttamente alla conformazione dell’identikit sonoro. Filtri, code ambientali, distorsioni controllate e riverberi granulari modificano la percezione dello spazio musicale, alterando continuamente la distanza tra suono e ascoltatore. Tale procedimento innesca una sensazione di instabilità prospettica che ricorda certe sperimentazioni del cinema contemplativo nordico, soprattutto nella maniera in cui l’immagine sonora sembra dilatarsi ben oltre il proprio margine immediato. «Breathing Flowers» rappresenta forse uno dei momenti più eloquenti dell’intero lavoro. La composizione si regge su un equilibrio delicatissimo tra sospensione armonica e pulsazione sotterranea, mentre la tromba dissemina figure appena accennate che la chitarra accoglie e trasforma in filamenti armonici quasi impercettibili. «Basil Velvet» preferisce invece un andamento più frammentato, all’interno del quale piccoli nuclei ritmici emergono e si dissolvono senza mai consolidarsi in una struttura prevedibile. In «Mint On Yarning Naked Moon», conclusione di forte intensità evocativa, il duo lascia progressivamente evaporare il materiale acustico sino a ridurlo a pura ventilazione, come se il suono continuasse a permanere nella memoria dell’ascoltatore anche dopo la sua estinzione fisica.

L’intero album manifesta una coerenza formale rara, soprattutto perché evita qualsiasi compiacimento intellettuale pur mantenendo una complessità costruttiva evidente. Massa e Matta lavorano sulla sottrazione, sulla lentezza percettiva e sull’attenzione microscopica al dettaglio acustico, qualità che richiedono un ascolto partecipe, paziente e disposto a cogliere le trasformazioni minime della materia sonora. Proprio in questa disciplina dell’ascolto risiede uno degli aspetti più significativi di «Feeling You», concept che non ricerca l’impatto immediato né l’effetto spettacolare, preferendo invece insinuarsi lentamente nella memoria sensoriale di chi ascolta, sino a lasciare una traccia persistente e difficilmente classificabile.

Mario Massa
Raffaele Matta

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