Glorious MahaliaLP

Questa performance cattura la capacità quasi soprannaturale della Jackson di trasportare il pubblico verso alti e bassi emotivi con la sua ugola, mantenendo costante l’impegno nel denunciare le ingiustizie inflitte ai neri degli Stati Uniti.

// di Guido Michelone //

Benché non sia jazz e nemmeno black music, essendo firmato da un quartetto d’archi di matrice colta (nonostante i diversi tributi al jazz da Thelonious Monk a Bill Evans, nel corso di una carriera sfiorante il mezzo secolo pur tra cambiamenti di organico), «Glorious Mahalia (Smithsonian Folkways», USA 2026) a nome del newyorchese Kronos Quartet merita un ascolto anche per il lettore di Doppio Jazz, perché fa capir come oggi, da oltre un ventennio la musica nordamericana, soprattutto nella Grande Mela, non si muova per compartimenti stagni, ma, al contrario, preferisca contaminarsi, fondersi, sovrapporsi con altre realtà.

L’intero disco risulta in fondo un omaggio al lavoro, alla ‘filosofia’ e alle amicizie della Jackson nel corso di una carriera discografica quarantennale dal 1931 al 1971; l’album contiene appunto nastri audio di due diversi momenti delle vicende della protagonista: da un lato c’è un’esibizione dal vivo di gospel (1957) nella sua città adottiva, Chicago, dall’altro un’intervista (1963) con l’amico conduttore radiofonico Studs Terkel, già citato, che copre una vasta gamma di argomenti, tra cui le esperienze della Jackson nel profondo Sud, con le continue difficoltà che deve affrontare come donna di colore, in parte ripagate nell’aiutare gli sforzi per i diritti civili dell’altro grande amico il Reverendo Dr. Martin Luther King Jr (tre lauree e il Premio Nobel per la Pace).

Nelle undici tracce, Glorious Mahalia combina queste e altre registrazioni con due movimenti: il primo chiamato anche Glorious Mahalia (come l’album) è svolto da Stacy Garrop, con estratti dell’intervista a Sterkel. Il secondo, Peace Be Till, scritto da Zachary James Watkins, include l’audio di un’intervista registrata per l’album con Clarence B. Jones, autore dei discorsi e avvocato di King. E nel frattempo, si può appunto godere di questa nuova versione riarrangiata appunto di «God Shall Wipe All Tears Away», dove la potente voce originaria viene per così dire accompagnata da nuova musica del polistrumentista Jacob Garchik. Questa performance cattura la capacità quasi soprannaturale della Jackson di trasportare il pubblico verso alti e bassi emotivi con la sua ugola, mantenendo costante l’impegno nel denunciare le ingiustizie inflitte ai neri degli Stati Uniti.

L’idea iniziale per l’intero album viene ovviamente al leader dei Kronos, David Harrington, mentre guarda C-SPAN (Cable-Satellite Public Affairs Network, televisione via cavo statunitense) una sera del 2013. Jones è in onda e racconta la storia di come scrive la prima bozza di quello che diventa il famoso discorso «I Have a Dream» (Io ho un sogno); infatti prima della Marcia su Washington King incarica Jones di scrivere un discorso con la propria voce; e Harrington rammenta: «Ne fui colpito, [Jones] poteva sentire la voce del Dr. King e scriveva ciò che sentiva. È questo che fanno i compositori! Sentono la musica dentro di sé e trovano un modo per comunicare quei suoni al resto di noi».

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